ARCHIVIO " FATTO DEL GIORNO "

SANREMO NON E' L'ITALIA

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La bestemmia corre sul filo del Festival di Sanremo. A urlarla, senza remore, Adriano Celentano. A difenderla, in maniera improvvida e fuori luogo, il direttore artistico, Gianmarco Mazzi. Celentano si augura la chiusura di Famiglia Cristiana e Avvenire, due giornali nazionali che danno impiego a centinaia di professionisti e famiglie. Una provocazione che fa male. Mazzi dopo due giorni, incalzato sulle affermazioni poco felici del super molleggiato, in merito ai cachet afferma stizzito che lui guadagna appena 200 mila euro, che tolte le tasse arrivano a poco più della meta'. Ossia, tradotto, circa 10 mila euro netti al mese. E la cosa che ha dell'incredibile, con questa cifra, afferma sempre il direttore artistico di Sanremo, ci riesce a vivere appena dignitosamente, lavorando, peraltro, 7-8 mesi l'anno sul Festival. E per fortuna che ha altri lavori che gli permettono di guadagnare cifre diverse per arrotondare. Ebbene, qualcuno dovrebbe alzare la voce, ricordare che meta' dei pensionati Coldiretti di tutta Italia guadagna 500 euro al mese, un ventesimo di quel che prende Mazzi. E non parlano di cifra appena dignitosa. E in un periodo di recessione, tanti operai con 800 euro al mese riescono a mantenere una famiglia. Con la differenza che lavorano 12 mesi l'anno senza ferie e pause. E soprattutto, senza fare conferenze che hanno il sapore di presa in giro per quasi tutto il Paese. E gli italiani pare l'abbiano capito.

L’ITALIA DELLA STORIA PERDUTA

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Quanti morti nella neve. Un bilancio triste, quello che sta funestando lo Stivale nelle ultime ore, negli ultimi giorni. La bufera, pure ampiamente prevista, sta cogliendo impreparate le istituzioni, soprattutto quelle locali, incapaci di offrire riparo e servizi ai propri cittadini. Molti i clochard che hanno perso la vita, spentisi sotto il gelo e una coltre bianca che ha fatto da velo di morte. Molte le difficoltà che hanno frenato il traffico cittadino in ogni parte d’Italia. Paralisi veicolare, ma prima ancora istituzionale. Rimpallo di accuse e di responsabilità non giovano al nostro Paese, soprattutto agli occhi dell’Europa. Non bastasse il disastro della Costa Concordia, portatrice di decine di lutti, ci si mette anche il maltempo a provare l’inefficienza di alcuni uomini al potere, alla guida, al comando della macchina burocratica. Occorre ridisegnare le gerarchie amministrative, sia pubbliche che private. Occorre un colpo di spugna che riporti dignità all’Italia, che restituisca l’onore ad una storia di risorgimento e di indipendenza che ha fatto grande un paese in tutto il mondo, che ha reso orgogliosi i nostri avi, che si sta perdendo nei meandri del cosmopolitismo. I cittadini del mondo sono quelli che sanno da dove provengono, quali sono le proprie radici e la propria storia. Sono quelli che vogliono seguire le orme dei propri padri, migliorandone il cammino. Sono quelli che tendono una mano al vicino di casa, quando ha bisogno di aiuto; che adagiano una calda coperta sulle spalle infreddolite di uno sventurato inginocchiato per strada, al freddo, sotto la neve. Sono quanti hanno la presenza, la forza, il coraggio e il carattere di ammettere i propri errori, di rimediarvi e di ripartire. E se per farlo bisogna chiedere aiuto, lo si faccia. L’unione non ha mai indebolito un paese, figurarsi delle persone.

LA NEVE A ROMA

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Roma è paralizzata. O meglio, lo era, fortunatamente. La neve ha bloccato la città eterna, che di eterno ha soprattutto l’inadeguatezza alle avverse condizioni climatiche. I romani sanno che bastano due gocce di pioggia a fermare il traffico veicolare, figurarsi 20 centimetri di neve. Venerdì e sabato una spessa coltre bianca ha coperta, soffocato la Capitale. I più mattinieri si sono affacciati alla finestra e come un sol uomo hanno esclamato: La neve! Non era, però, un messaggio di festosa sorpresa. Bensì un grido di preoccupazione. Migliaia di bambini sono scesi in strada e nelle piazze, e hanno dato colore ad un paesaggio fiabesco. Almeno loro. Poi l’inverosimile: tutti in collegamento televisivo dai vari quartieri di Roma, con berretti, semicoperti dalla neve che scendeva a fiocchi più o meno grossi. Addirittura il sindaco Alemanno, che di emergenze sembra ne abbia vissute parecchie, era in diretta televisiva con il gelato stretto in pugno, come un inviato prima maniera, come un cronista d’assalto. Neanche il bon ton di munirlo di microfono collarino, il minimo sindacale per qualsiasi televisione, figurarsi per un network nazionale. Tutti sono finiti nel pallone, compresa la Protezione Civile, che con Gabrielli dovrà rispondere di pesanti accuse di trascuratezza nel lancio dell’allarme e nell’efficienza dei soccorsi. Solo alcuni comuni o città minori del Lazio hanno fatto fronte in maniera adeguata all’emergenza. Come Guidonia Montecelio, riconosciuta quale seconda città del Lazio dopo Roma, che già sabato mattina aveva pulito le arterie principali e sparso il sale sulle strade. Altra sorte è toccata alla provincia di Frosinone, affogata nella neve, sotto un metro di coltre bianca. Tutte le energie sono state concentrate nel basso Lazio, ma ancora una volta è emersa l’inadeguata preparazione e formazione delle macchine dei soccorsi, pagate milioni di euro con i soldi dei contribuenti, e inesorabilmente latitanti nel momento del bisogno. I 20 morti circa sulle vie della Capitale sono ad urlarlo a piena voce.

MUORE IL PRESIDENTE SCALFARO

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La sua frase più famosa fu un "Non ci sto" pronunciato a reti unificate quando fu accusato di aver gestito fondi neri approfittando della sua carica di Ministro Dell'Interno. Oscar Luigi Scalfaro, ex presidente della Repubblica Italiana si e' spento all'età di 93 anni. E' stato forse il capo dello Stato che ha vissuto i momenti più difficili della storia del nostro Paese. In prima persona ha Affrontato la strage di Capaci, il periodo della bufera di Tangentopoli e cambi in Parlamento che hanno dato uno scossone violento all'equilibrio politico vigente sino a quel momento. Esempio di integrità, lo ha definito il presidente Giorgio Napolitano. Con lui si trovano in accordo tutti gli schieramenti, rappresentati dai segretari di partito a livello nazionale. Per l'ex senatore a vita verra allestita una camera ardente nella chiesa di S. Egidio a Roma, affinché tutti possano salutare una figura importante della storia italiana. Unico rappresentante della massima carica dello Stato che ha letto lui stesso il verdetto dello spoglio per l'elezione: al momento della sua nomina era infatti il presidente della Camera dei Deputati, e ha avuto solo un passaggio di consegne tra due funzioni rappresentative ma diversissime. Scalfaro e' stato un baluardo di legittimita', difensore dalla Carta Costituente, fermo e convinto amministratore della cosa pubblica. Indimenticabile il suo sguardo severo e fisso alla telecamera quando pronuncio' il suo "Non ci sto" all'Italia. Quel giorno non espresse solo il dissenso, ma la rabbia, la delusione e il coraggio di non mollare. Un uomo che incarnava lo spirito indomito del nostro Risorgimento. Quello che ci vorrebbe adesso, in un momento di involuzione, e non solo economica.

ROMA IN PREDA AL CAOS

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A Roma si sta perdendo il controllo. In tutti i sensi. La Capitale vive giorni di passione in questo inizio di 2012. Incidenti stradali, attentati e assassinii sembrano aver proiettato la Città Eterna in una sorta di medioevo moderno. Il disordine pubblico pare sfuggire al controllo della Polizia, tanto che gli episodi di cronaca nera si susseguono a ritmo incalzante, guadagnando la ribalta non solo dei telegiornali nazionali, ma anche dei rotocalchi di approfondimento. Non è una bella pubblicità per il nostro Paese all’estero. Il turismo latita ed una fonte di guadagno sicura rischia di sparire tra le già scarse voci in entrata del bilancio tricolore. Torpignattara è stato eletto il quartiere della violenza, il bronx romano, la “chinatown de noantri”. Un bulletto di periferia, appena sedici anni di malefatte, sfodera il suo coltello e ferisce due bengalesi di 24 anni. Il motivo? Non gli avevano offerto una sigaretta. Una volta ai minorenni non era neanche permesso fumare, adesso scatta la violenza se ciò non accade. In strada, gratuitamente, in mezzo alla gente, ai passanti, sotto lo sguardo di adulti che possono solo scuotere la testa. Ma Torpignattara, Roma, non sono così. La città e il quartiere si ribellano. Per ogni bullo deviato socialmente vi sono migliaia di persone per bene. A questa va fatto un appello. Non solo l’isolamento, ma la denuncia preventiva deve essere un obbligo civile di qualsiasi moderna società. L’indignazione di chi legge, di chi vede, di chi dispera, deve divenire l’arma con cui colpire chi della legge non ha timore. Altro monito, l’ ultimo: la Magistratura inizia a valutare pene severe e sicure. La mancanza della certezza della pena, in Italia, è il primo trampolino di lancio per chi decide di delinquere. E lo stato di crisi del nostro Paese, purtroppo, non aiuta a scoraggiare la criminalità.

DAL CONCORDIA TUTTO OK…

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Domnica Cermontan, è lei la donna del mistero. Forse soltanto lei sa esattamente cosa stesse facendo il comandante Schettino nel momento dell’impatto della Costa Concordia. E per rispetto alle decine di vittime del più grosso disastro navale che sia mai accaduto in tempi di pace sui mari italiani, non mi lascerò andare a facili, scontati e allusivi commenti. Semplicemente proverò a valutare, insieme a voi che leggete, i fatti della notte del 13 gennaio scorso. Questa ragazza, 25 anni, moldava con passaporto romeno, è salita a bordo a Civitavecchia. Ha cenato con il comandante, ma faceva parte dell’equipaggio. Prima considerazione: di solito cenano al tavolo del comandante soltanto i passeggeri. Ma è un dettaglio trascurabile. Dopo la cena ognuno dei commensali, passeggeri, l’ufficiale e l’impiegata tornano alle proprie mansioni, di diletto o di servizio. Ma a distanza di un’ora il comandante si ritrova nuovamente con Domnica Cermontan. Sembra dovesse tradurre per alcuni passeggeri russi. Ma resta con il comandante anche dopo l’ipotetica traduzione, visto che nessuno immagina un convegno in madrelingua russa che duri delle ore su una nave da crociera. Intanto la Concordia si incaglia. Dalla capitaneria arrivano richieste di spiegazioni. E qui rispondono i sottufficiali della Costa: nessun problema, solo un guasto elettrico. Altra considerazione: ma se la capitaneria di porto vede una città galleggiante alla deriva a poche centinaia di metri dalla riva, con quale criterio si sottovaluta l’ incidente, lo si nasconde e si predica la assoluta tranquillità? Le ipotesi sono due: o anche i sottufficiali non erano a conoscenza della gravità della situazione, e quindi il problema è di mancanza di professionalità nell’equipaggio; o pur conoscendo il problema, lo si è deliberatamente tenuto nascosto più possibile, in attesa degli eventi. E quindi è ancora mancanza di professionalità nell’equipaggio. In tutta questa bagarre manca la presenza del capitano, che a detta della 25 enne moldava era impegnato a "salvare migliaia di vite". Non se ne abbiano a male i parenti delle decine di vittime, quindi. D’altronde in uno dei ristoranti suonavano anche la colonna sonora del Titanic, per rimanere in tema e sdrammatizzare. Ultima considerazione, promesso: a differenza di quello che era accaduto nel film, all’Isola del Giglio ci sono state due grandi fortune. La prima è la fortunata decisione, autonoma, di alcuni sottufficiali di sbarcare i passeggeri; la seconda è che non si era in mare aperto, ma vicino la costa. Altrimenti una emergenza di questo tipo, con la “preparazione” di questo equipaggio, avrebbe causato una carneficina epocale. Quindi sono d’accordo, Schettino non è l’unico colpevole, forse il maggiore, ma non l’unico.

CONCORDIA SI SCHIANTA SU COSTA

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Un disastro di proporzioni gigantesche. L'affondamento del Concordia, il colosso dei mari di Costa Crociere, ha provocato sconcerto e molte perplessità in chi si e' trovato a commentare l'accaduto. Tre morti, che potrebbero diventare di più a causa dei dispersi, decine di feriti, paura e dito indice puntato sulla compagnia di armatori più famosa d'Europa. Danni morali e materiali per le vittime del naufragio, al largo dell'isola del Giglio, tremila passeggeri e mille uomini dell'equipaggio. Questi ultimi resteranno senza lavoro per un tempo indeterminato. Altro danno. E per giunta sono finiti sotto accusa da parte dei superstiti, che li hanno definiti " inadeguati" ad affrontare la situazione di emergenza. Poteva essere evitata la tragedia. Certamente poteva essere contenuto meglio l'incidente, con soccorsi più immediati sulla Concordia, con le scialuppe da calare subito in mare, con un codice rosso che doveva scattare prima. Un Titanic moderno che ha dato ancora una volta la dimensione dell'imprevedibile. Stavolta non si e' trattato di un iceberg, ma di una secca e di uno scoglio, che da solo ha provocato uno squarcio di 70 metri nella chiglia. L'immagine della nave piegata su se' stessa, affondata per meta', fa trasalire anche gli amministratori e ragionieri della Costa Crociere. Oltre al pagamento dei danni per chi era presente sul natante, con perizie basate su uno scampato pericolo di morte, ci sara' da valutare a quanto ammonta la restituzione delle prenotazioni, con tanto di penale da pagare agli utenti. E poi ci sono i danni di immagine, la conseguente, ovvia campagna di riavvicinamento alle crociere, con abbassamento dei prezzi e politica di merchandising legata ad una nuova pubblicità sulla sicurezza. E poi tribunali, cause intentate e da scongiurare. E infine c'è la Concordia. Che fine farà questa città galleggiante? Sarà recuperabile? A quanto ammonta il costo di armatura per rimetterla sul mare? Insomma, anche in pieno oceano si profila una Manovra all'orizzonte. E a pagare, stavolta, non saranno solo i cittadini.

L’ITALIA DELLE PENSIONI D’ORO

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Mauro Sentinelli, al secolo, il pensionato più ricco d’Italia. Il rapporto Inps presentato in Parlamento dal presidente Mastrapasqua rivela che il 50,8 per cento delle pensioni non arriva neanche al “misero” salario che il signor Sentinelli incassa in 4 ore. C’è crisi, quella vera. L’Italia rischia di uscire dall’Euro, Mario Monti le studia tutte: manda in pensione la gente con qualche anno di ritardo, taglia sui beni di medio lusso e rimette in piedi l’Ici, ops, l’Imu. Ma gli sfuggono le pensioni d’oro. Quasi di platino, direi. E’ storia vecchia come la metà dei pensionati italiani non arrivi a 500 euro al mese, mentre uno solo in un mese incassa 90.246 euro, ossia 3008 euro al giorno. Per non parlare di un parlamentare che incassa 3108 euro lordi al mese, 1733 euro netti, la giusta paga per aver presenziato un solo gravoso giorno in Parlamento. C’è la crisi, è vero. Crisi di dignità, di buonsenso, di morale ed etica sociale. In Italia è vero tutto e il contrario di tutto. Molti di questi signori presenziano in televisione e nelle grandi radio nazionali per proporre la soluzione definitiva. Sbraitano, gesticolano, si arrabbiano e inveiscono. Hanno un nemico, il dirimpettaio; hanno un amico, il popolo; hanno conoscenti, i colleghi; hanno la faccia tosta, la loro; e non hanno il pudore di rinunciarvi. Il sistema pensionistico italiano è al collasso, molti anziani non arrivano alla fine del mese, boccheggiano nel tentativo di sopravvivere. Mentre un Sentinelli qualunque incassa ogni mese una cifra vergognosa, per sé e per i suoi familiari. L’immagino in fila insieme agli altri desperados della terza età, alla posta del suo comune. Tutti incassano il gruzzoletto, fatto di 9 banconote da 50 euro, poi tocca a lui. Fatti i conti, il cassiere scuote il capo, si alza ritto sul suo scranno e urla alla fila: “Si chiude, sono finiti i soldi”. E Sentinelli va via con una mazzetta da 1805 pezzi da 50, mentre conta, sorride e pensa alla dura vita del pensionato. Questa è l’ Italia della crisi.

ADDIO A GIORGIO BOCCA, IL GIORNALISMO

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E' morto un pezzo di storia del giornalismo, Giorgio Bocca. Il ricordo di questo partigiano di 91 anni non e' stato sbiadito o offuscato dal tempo. Non ha subito lo svilimento dell'incedere del terzo millennio: rimasto fedele al suo personaggio fino all'ultimo, giornalista e saggista d'eccezione, e' stato il precursore dell'inchiesta investigativa. Giorgio Bocca ha fatto da volano alla maggior parte dei professionisti dell'informazione moderna, a cavallo tra due secoli, con la scorta di due guerre alle spalle. Fondatore del quotidiano La Repubblica, ha spesse volte vestito i panni del mediatore della moderna politica del compromesso. Luminare di uno stile semplice, asciutto, pragmatico ed essenziale, ha raccolto consensi dagli scranni di tutti gli schieramenti politici. Abbracciando una cultura italiana radicata nel purismo toscano, non si e' mai lasciato andare ad un facile consumismo letterario, mantenendo intatto l'ideale del linguaggio scarno ma significativo. Nessuna uscita fuori le righe, coerente sempre con se' stesso e con il suo pensiero. Scomparso in questo fine 2011, Bocca ha interpretato il sogno di tanti giovani talenti in cerca d'autore. Su tutti il mio: personale encomio ad un figlio delle due guerre, elevatosi al ruolo di comunicatore del pensiero del popolo. Da sempre ho stimato la dialettica pungente di un uomo che ha fatto del suo nome una professione. A chi non conosceva il giornalismo consiglio una lettura attenta dei suoi saggi, consiglio di studiare il suo stile, mai prolisso, mai tendenzioso, sempre essenziale e diretto. Consiglio di gettare uno sguardo oltre la siepe del nuovo millennio, a ritroso nel tempo, per un eroe della letteratura che lascia un ricordo indelebile, tratteggiato di serietà, professionalità e spessore umano. Un vessillo issato imperioso contro la febbrile corsa all'innovazione, simbolo di un corrucciato pensiero di rimprovero, austero ma fiero modo di vivere una italianità intrisa di patriottismo e di ideali di libertà. Storia d'altri tempi, appunto.

GLI AUGURI DELL’AUSTERITY

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Si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia, ormai pochi giorni e diventeranno 151. Si festeggia il Santo Natale, la fine di un anno pieno di novità, le dimissioni di Berlusconi, l’avvento di Monti, il pianto del ministro Fornero, Celentano al Festival di Sanremo e la vittoria della Roma al San Paolo. In ogni strada e in ogni piazza si festeggia, si gioisce e si celebra qualcosa. In Italia, sulla scorta delle note de profundis che accompagnano la nostra economia, il consumismo continua il suo incedere maestoso. In tono minore, ma neanche troppo. Nel territorio tiburtino non è raro imbattersi in stranieri in fila indiana, sulla Strada Statale Tiburtina, piegati sotto il peso di due buste ricolme di dolci natalizi e alimenti per il cenone. Eppure c’è la crisi… Ma sono stati avvisati gli italiani? Qui si sciopera, si manifesta e si versano lacrime per i sacrifici (degli altri…!), ma al popolo italiano sembra non gliene cali molto. Ma lo sanno? In televisione campeggiano i maxi sconti sulle automobili nuove, addirittura prendono in giro un Suv che costa solo 11.800 euro - “Costa troppo poco, noi vogliamo spendere molto di più”, recitano gli attori nello spot. Ma insomma, io non riesco a capacitarmi: ma questa crisi è iniziata? Dove si avverte maggiormente? Se mi guardo intorno, nel territorio dove vivo e lavoro, non posso fare a meno di notare una crescita evidente della qualità della vita. Griffe famose e costosissime che compaiono sugli abitini di piccoli che non hanno la capacità né di intendere, né tantomeno di volere. Ma tant’è. Apparire è meglio che essere. Prima o poi arriverà il conto, credo. Spero ci lasci il tempo di dire a tutti: Buon Natale e parsimonioso 2012. Noi aspettiamo per tirare le somme.

TAGLI ALLA “CASTA”

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A quanti stavano per assaporare la pensione, che tra pochi giorni sarebbe stata reale, un avvertimento: dose massiccia di coramina e tanta pazienza. Servono altri sette anni prima di lasciare il lavoro. Questa la prima conseguenza della manovra del governo Monti, al vaglio per modifiche piuttosto corpose chieste da tutti gli schieramenti. Salta all’occhio come i parlamentari siano stati toccati per meno dello 0,1 per cento del totale dei sacrifici chiesti con pianto agli italiani. Troppi gli onorevoli nel nostro paese, e troppo pagati. Ma la casta non viene toccata. Nemmeno da Monti e Fornero, che in lacrime aveva annunciato tempi grami per le tasche dei suoi connazionali (magari se avesse chiesto le avrebbero detto che era un bel po’ che si fanno sacrifici, altrove). Si toccano le pensioni e i pensionati, l’Ici sulla prima casa, i beni di medio lusso che ora diventano di extra lusso, l’iva e l’Irpef, ma non Camera e Senato. Provvedono i presidenti, Schifani e Fini, "preoccupati" del ritardo con cui il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, sta stilando il rapporto sulle retribuzioni parlamentari nel resto dell’Europa. Vogliono adeguarsi, sembra. Lo facciano, ma non serve una commissione dell’ Istat, peraltro pagata con i soldi dei contribuenti, per capire che i nostri deputati sono quelli più strapagati in tutto il continente. Basta dare un’occhiata ai paesi di riferimento dell’Unione Europea, Francia e Germania, per capire che siamo veramente al paradosso. Un adeguamento si esige in nome del popolo italiano, che di sacrifici per mantenere la casta ne sta facendo da decenni. Basta dimezzare i parlamentari e gli stipendi di chi rimane, per averne un immediato sacrificio: più del dieci per cento della manovra dipenderebbe da questo. Se tagli devono essere, che tagli siano! A cominciare da chi ha eccedenza. Non da chi stenta ad arrivare a fine mese. E poi: largo ai giovani, i pensionandi si godano decenni di duro lavoro stando a casa.

PIANGE IL MINISTRO…

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A me sembrava tutto surreale. Una specie di lezione all’università, allargata, dove i docenti si erano riuniti e cercavano di spiegare agli alunni deficienti. «Quaranta più uno quanto fa? Fa quarantuno…». Questo il tenore degli interventi, a cominciare dal singolare siparietto creatosi con il ministro Fornero, che mentre parlava delle pensioni, stigmatizzando i conti in somma delle età' pensionabili, sulla parola "sacrificio" si è interrotta, scoppiando in un pianto commosso. Parola poi presa dal premier Mario Monti, che l'ha anche redarguita, mentre chiudeva il discorso, dicendo: «Commuoviti ma correggimi, se occorre». Sacrificio ed equità, quindi, fasce forti colpite in maniera scientifica, strumentale e Irap stornata con una riduzione della aliquota. Questi sono solo alcuni dei provvedimenti della manovra presentata dal premier Monti e dalla sua squadra di professori nella serata di domenica. Aumento dell'IVA, ancora, non bastasse quello di poche settimane fa, a partire dal secondo semestre del 2012, e tasse sulle auto di lusso che andranno a colpire vetture prima non incluse, abbassando la soglia del lusso a fasce più basse. Ma alla fine lo stesso premier ha precisato: « Non sono solo tasse, ma anche riduzioni e tagli nelle spese». Rideva sornione, mentre lo diceva, e non tutti in sala ci hanno creduto. Ci siamo adeguati all’Europa, è vero, ma a quale prezzo. Dovevamo aspettarcelo: da che mondo è mondo, un tecnico chiamato a casa ci costa un occhio della testa, di qualsiasi riparazione si tratti. Figurarsi il bilancio di un paese.

VIOLENZA E PAURA A ROMA

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Momenti di confusione istituzionale, di paura e panico diffusi, impongono una riflessione sull’ondata di violenza che si è abbattuta sulla Capitale e sui suoi municipi più lontani dal centro. Il duplice omicidio di Ostia, in taluni casi, ha portato il sindaco Gianni Alemanno a prendere coscienza di una situazione al limite. Non ci sono più micro criminali, scippi e rapine di lieve entità, qualche tafferuglio da bar o da anti stadio con cui fare i conti. Qui si spara. Qui si fa sul serio. Poco male che a rimetterci siano stati dei pregiudicati, piccoli o medi criminali implicati con storie di estorsione, droga e ricatto. Il coinvolgimento dei due boss uccisi, freddati, assassinati sul litorale pochi giorni or sono, con la banda della Magliana, porta alla mente nuovi scenari. Le correnti criminali stanno lottando per il possesso del territorio, per una rivendicazione di protettorato, o semplicemente per una serie di vendette trasversali che non lasciano presagire nulla di buono. Che non si torni agli anni di piombo, che non venga istituito il coprifuoco, come di fatto sta già accadendo ad Ostia in queste ultime ore. Non bisogna sottovalutare il fenomeno. Alemanno pare allarmato, il PD non perde tempo e attacca la sua amministrazione. Nulla di più sbagliato. Occorre che i partiti politici romani oggi, facciano quadrato. Si schierino tutti dalla parte della legalità, senza strumentalizzare un momento che rischia di sfuggire al controllo delle Forze dell’Ordine. Dotare Polizia e Carabinieri di mezzi giuridici legittimi per arginare questa esplosione di violenza deve essere una priorità per tutti. Assicurare la certezza della pena e convogliare gli sforzi in una unica direzione, deve essere il giusto fine.

CRITICHE A PRIORI SUL CASELLO A1

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Progettualità condivisa, conquista territoriale e attenzione alla mobilità del territorio. In sintesi queste le peculiarità fondanti dei commenti delle istituzioni in merito all’apertura del nuovo casello autostradale di Guidonia Montecelio. Un’opera decisamente importante per l’intera Valle dell’Aniene, avvicinata a Roma e al resto dell’Italia dallo sbocco sull’autostrada A1. Numerose le personalità presenti all’inaugurazione, lo scorso 17 novembre 2011, ma facevano rumore soprattutto le assenze. Non è sfuggita quella del presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, pur ottimamente sostituito nei suoi doveri di rappresentante sovra comunale dall’assessore Marco Vincenzi, uomo del territorio e protagonista super partes del progetto del casello. Le preoccupazioni dei cittadini sul nuovo flusso veicolare su gomma che va ad aprirsi su Guidonia e dintorni sembrano fugate dai primi giorni di esperimento: il traffico resta scorrevole, trascurabili, per ora, gli incrementi in termini numerici relativi ai mezzi, siano essi leggeri e/o pesanti. La Strada Provinciale 28 bis regge all’urto, se così lo si può chiamare, della novità logistica aperta direttamente sull’A1. Ma il simposio di festa, la “baccanale dell’Anas”, improvvisata su una delle aree spartitraffico in entrata del casello, il mormorio sommesso di chi non assisteva ai discorsi dei politici e degli amministratori, complice una tensostruttura per pochi intimi, i sorrisi di circostanza e le strette di mano profuse senza nemmeno guardare a chi le si concedevano non bastano a giustificare le detrazioni inalberate gratuitamente da taluni schieramenti partitici. “E’ una vittoria di tutti”, precisa il sindaco Rubeis. Andrebbe ascoltato, di tanto in tanto, anche il buon senso di governa, e non criticare a priori: Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt.

GOVERNO A FUOCO

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Parole come equità sociale, riscatto e raddoppio dell’impegno sono risuonate come promesse, come impegni, come moniti per un’Italia che è sconcertata. Alzi la mano chi ha capito cosa sta succedendo al nostro Paese. Alla casalinga e all’ impiegato comune si parla di Bot, mercati internazionali, spread, tassi in calo o alle stelle, e si pretende che si allarmino. Si chiede una onesta disamina della situazione, di dire la verità agli italiani, di non prenderli in giro. Tutti i leader dei partiti si sono succeduti davanti a microfoni e telecamere a parlare di crisi e di elezioni salva bilancio, di governo tecnico e di traghettatori pro tempore. Poi basta un semplice servizio delle Iene, colleghi che spesso (troppo spesso), cercano di facilitare le cose facendo domande scomode, per capire che nemmeno a Montecitorio sanno di cosa è malata l’Italia. Figure barbine davanti alla piazza di ingresso del Parlamento, con deputati che fuggono affannati, in ritardo per chissà cosa, attesi da chissà chi, impegnati chissà come, pur di non dire: non so assolutamente di cosa si stia parlando se mi nominate lo spread. Allora la casalinga, l’impiegato e il sottoscritto, tutti insieme, sulla stessa poltrona, ci guardiamo negli occhi e con fare enigmatico inarchiamo i bordi della bocca, alziamo le spallucce e palme in alto ci chiediamo a vicenda: “Ma almeno chi ha lanciato l’allarme, ha capito dove è scoppiato l’incendio?” Eh si, perché la drammatica situazione è questa: tutti gridano al fuoco al fuoco, ma se poi mobilitiamo migliaia di pompieri, ma non spieghiamo loro dove devono andare a spegnerle queste fiamme, è un esercizio allarmistico inutile. Come dire: stai andando a fuoco, indovina da che parte arriva…

BERLUSCONI SI DIMETTE

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Votata la legge di stabilita' il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, rassegnerà le proprie dimissioni. Il disegno di legge sul rendiconto generale dello Stato del 2010 e' stato pur votato, ma senza maggioranza: 308 voti favorevoli, 321 non votanti e 1 astenuto. La frittata e' fatta! Lo sa anche il Premier: "Dopo il varo della legge di stabilità ci saranno le mie dimissioni in modo che il capo dello Stato possa aprire le consultazioni e decidere sul futuro: non spetta a me" decidere, "ma io vedo solo la possibilità di nuove elezioni. Il Parlamento è paralizzato". Ebbene l'Italia tornerà alle urne. Finito ora lo sciacallaggio mediatico a danno di un solo uomo. Presto si parlerà di campagna elettorale, di programmi e proiezioni statistiche. Niente più Bunga Bunga, n'è interessi personali o attacchi alla Magistratura. L'Italia, o una parte importante di essa che risiede a Montecitorio, ha dato il suo segnale. Interessi e scambi di poltrone, baratti e collusioni o presunte tali sono l'humus ove ha proliferato da mesi, forse più di un anno, l'attacco frontale al Premier e al suo Governo. Berlusconi ha fatto di tutto per salvare il salvabile, oggi ha ceduto. Reclinando il capo ha detto basta. Ora si tornerà al voto. Gli italiani diranno cosa vogliono, quale programma preferiscono, chi non sopportano. Bersani e Franceschini già stappano lo champagne. Ma se il PD ora non dovesse vincere, nemmeno adesso, allora si che sarebbero guai per tutto il centro sinistra. Ora o mai più somiglia più a una condanna che ad un ultimatum. Sia per la sinistra che per i franchi tiratori, nascosti nei banchi dell'aula del Parlamento, su quelli di destra...

OMOSESSUALI NON POSSONO DONARE SANGUE

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Tra guerre, uccisioni, agguati mafiosi e disastri naturali, fa notizia il clamore provocato da una donna di 39 anni, gay, che non è riuscita a donare il sangue. La sua volontà e i buoni propositi sono stati frenati dal fermo stop di un medico che le ha detto: ''Sei omosessuale? Non puoi donare il sangue perché il tuo rapporto sentimentale e' considerato a rischio''. Si è sentita discriminata questa lesbica che la scorsa mattina, dopo essere andata al centro trasfusionale del Policlinico Umberto I a Roma, voleva donare il sangue: ''E' una cosa assurda e discriminatoria nei miei confronti'', ha riferito la donna, impiegata nello studio di un commercialista e che convive con la sua compagna da quattro mesi. “Non e' la prima volta – afferma - che agli omosessuali viene negata la possibilità di donare il proprio sangue”. Pur cercando di essere solidale con la sventurata, che certamente deve essersi sentita poco accetta in questa società dell’ apparire prima che dell’essere, magari anche reietta e appartata, non riesco a non vedere una oculatezza deontologica nella decisione di quel dottore. Una eventuale donazione avrebbe comunque implicato una serie di analisi, con un alto rischio Hiv per gli omosessuali. A quel punto, forse, il medico avrà applicato quella norma consumata di preservare sempre e comunque la salute dei pazienti. Qui non si discrimina il gusto sessuale, né tanto meno le abitudini e i sentimenti dei “diversi”. Qui si pensa alle implicazioni mediche, ai rischi di contagio, alla delicatezza e all’incertezza di un virus, quello dell’ Hiv, che non sempre è visibile ad una prima analisi. Fermo restando un giudizio che resta solidale, come detto, nei confronti dei gay, non riesco a non condividere anche l’atteggiamento prudenziale della classe medica. Purtroppo l’omosessualità è una delle cause principali di contagio da Aids. Per chi riceve il dono del sangue, connesso alla paura di un intervento anche vitale, a volte, non può esserci il pericolo di un virus letale. Il problema va eliminato alla radice, con la prevenzione. Per quanto odiosa e antipatica la pratica possa sembrare, soprattutto a chi si avvicina alla donazione con i migliori propositi.

MARCO, PROTAGONISTA FINO ALLA FINE

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Lo conoscevano tutti come il pilota dalla folta chioma, dai capelli ricci e dalla risata contagiosa. Marco Simoncelli non c’è più, se n’è andato nel clamore di una morte assurda, l’ennesima del circus della Moto GP. Nessun colpevole, stando alle voci del dopo gara. Destino, la parola più utilizzata. Nessuno, però, ha riservato un pensiero allo stato d’animo di Colin Edwards e Valentino Rossi, incolpevoli protagonisti, loro, della fine assurda di un loro compagno, di un rivale, di un amico. L’impatto è sembrato da subito violentissimo, fatale. Il corpo di marco disteso immobile sulla pista, senza casco, è un’immagine che nessuno potrà mai dimenticare. Insolitamente alto per quelle frecce corte e potenti che sono le moto della categoria GP, Simoncelli detto Sic era in netta ascesa nel ranking mondiale. Autore di giri veloci, di diverse pole positions e di piazzamenti eccellenti, era considerato un futuro campione del mondo. Al titolo non c’è arrivato, Marco. Il titolo gli è sfuggito, in curva, come era prevedibile. Eppure di cadute ce n’erano state questa stagione. La moto lo aveva disarcionato tante di quelle volte. Paradosso del destino, l’unica volta che ha provato a rimanerle aggrappato, disperatamente, nel tentativo di rialzarla, ha pagato dazio con la vita. Lo scontro con la moto di Edwards è stato come un razzo contro un barattolo. Colpito alla nuca dalla ruota anteriore, maledetta, il pneumatico gli ha segnato il collo, strappato via il casco e, probabilmente, interrotto la vita sul colpo. Un bravo ragazzo, dicono tutti. Come sempre. Ma che questi siano bravi ragazzi, perché bisogna scoprirlo quando se ne vanno? Maledetta voglia di vita, di vivere al massimo, di consumare le canches per diventare qualcuno. Magari qualche volta si può essere protagonisti anche vivendo il quotidiano con modestia e moderazione, e lasciare ad altri il compito di tramandare ai posteri le gesta, il nome e la fama. Credo che la mamma di Marco, oggi, condividerà questo pensiero…

INDIGNATI NEL MONDO, SOLO ROMA SI VERGOGNA

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NEW YORK - Persa l’ennesima occasione agli occhi del mondo. Parlo da italiano, non da persona legata alla politica o al perbenismo giornalistico. Roma è stata lasciata in mano agli unni, ai barbari. Roma è stata ferita nel profondo, con gesti eclatanti e gravi. La camionetta dei carabinieri data alle fiamme è un simbolo. Non di rivolta, come pensano i balck bloc, ma di orrore. La profanazione di una chiesa proprio nella capitale del cristianesimo è uno schiaffo al Papa, alle istituzioni religiose, ai fedeli. E’ ora di indignarsi, di prendere provvedimenti, di levare la mano contro chi non sente ragioni, contro chi non ha paura delle Forze dell’Ordine. Anzi, le sbeffeggia e le provoca continuamente. Eppure questo fenomeno si è verificato solo in Italia, da noi. Ovunque nel mondo si è protestato: E’ stata una autentica manifestazione globale dall'Asia all'Europa: Il movimento degli 'indignati' contro gli abusi della finanza, il precariato e le ricette anti-crisi della politica ha esportato la protesta in 951 città di oltre 80 Paesi. Gli indignati americani hanno conquistato Times Square in 10.000; tutte persone affollate nella piazza simbolo di New York per manifestare contro Wall Street. La situazione era monitorata da un cordone di agenti in assetto anti-sommossa e poliziotti a cavallo per impedire lo scoppio di violenze. Fermati anche alcuni giovani che sono scesi dal marciapiede della protesta. Alla fine il bilancio registrerà una novantina di persone arrestate e due poliziotti finiti in ospedale con ferite di lieve entità, a seguito della carica di alcuni “indignati” che hanno tentato di sfondare le barricate. Nulla a che vedere, comunque, con i 70 feriti, anche gravi, che l’Italia ha consegnato agli occhi del mondo. I 25 poliziotti presi a sassate, la camionetta dei carabinieri in fiamme e la chiesa profanata, il milione di euro di danni, resteranno segno indelebile di ferocia e barbarie.

GOVERNO BATTUTO, MA ELEZIONI LONTANE?

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Il Governo esce con le ossa rotte dalla votazione sulla legge di bilancio. Si parla di defezioni illustri, iniziano le giustificazioni di rito, si cerca di capire dove i numeri hanno tradito l’esecutivo. Il Cavaliere si accinge alle dichiarazioni programmatiche in Parlamento: “far cadere l'esecutivo adesso, in mezzo alla crisi economica mondiale, è da irresponsabili”. Come non dargli torto? Nonostante tutto si chiede al Governo di dare delle garanzie sul futuro dell’economia italiana. Le dimissioni di Silvio Berlusconi, la vacatio che verrebbe a crearsi per diversi mesi, almeno fino ad aprile 2012, e la conseguente esposizione alle intemperie dei mercati internazionali, rischierebbero di precipitare il Prodotto interno lordo dello Stivale ai minimi storici. La situazione della Grecia, a quel punto, non sembrerebbe così lontana. Intanto la Giunta della Camera annuncia che l'iter sulla legge di bilancio è concluso. Per ovviare alla sfiducia ottenuta in Parlamento è stata convocata la conferenza dei capigruppo, onde vagliare le possibili soluzioni. Nella querelle politica si inserisce per la prima volta anche il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, preoccupato per la mancanza di numeri all’interno del Governo. Chiede di dare una risposta credibile sulla solidità della maggioranza, sul perché della debacle, sull’ennesimo atto controverso dei deputati all’interno di Palazzo Montecitorio. I cittadini italiani iniziano ad essere stanchi dell’ elastico che si allunga verso la caduta del Governo, salvo poi ritirarsi verso la fiducia condizionata. Nessuno è disposto a lasciare la poltrona, ma tutti sono pronti a criticare e detrarre lo status attuale. Tutti sembrano avere la soluzione a portata di mano, la terapia d’urto, la medicina ideale per curare i mali dell’Italia. Ma non si trovano paladini coraggiosi disposti a fare per primi un passo indietro. Allora Berlusconi non ha tutti i torti nel rivendicare il suo ruolo di leadership, soltanto poche ore fa rinsaldato dalle dichiarazioni di Umberto Bossi e Angelino Alfano? Allora la dietrologia, il politichese, la demagogia mediatica sono solo strumenti in mano a chi vuole il suo spicchio di visibilità, senza rischio alcuno per la sua posizione nell’aula della Camera. A questo punto, si pensi a governare o si decida di farla finita. Il giochino del lancio del sasso e della mano nascosta non impressiona più nessuno, i cittadini per primi, siano essi di destra o di sinistra.

RAF E AMANDA DI NUOVO LIBERI

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Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono liberi. Nell’ennesimo grado di giudizio sono stati entrambi scarcerati, tornano ai loro affetti, alla loro vita “normale”, per quanto si possa ritenerla tale, dopo tanto clamore mediatico sulla vicenda. La morte di Meredith Kercher, l’unica che ha davvero pagato a caro prezzo per un gesto tanto folle quanto cruento, per ora ha un solo colpevole: Rudy Guede, condannato a 16 anni di reclusione. La sentenza ha fatto discutere. Ha mosso i pareri e i commenti di decine di autorità, provocato l’ennesimo incidente diplomatico tra Pdl e Magistratura, scosso l’opinione pubblica e infastidito quanti ormai pensavano potesse considerarsi chiusa l’intera vicenda. Per i genitori di Meredith l’ennesima ingiustizia, dopo quella più grande, che ha portato via dai loro affetti una figlia. Per il segretario del Pdl ed ex ministro della Giustizia, Angelino Alfano, «in Italia per gli errori giudiziari nessuno paga». «Se la detenzione di Amanda è stata ingiusta chi la risarcirà? Chi pagherà mai per una detenzione ingiusta sua e di Raffaele Sollecito?» si domanda Alfano. La risposta arriva immediata dal segretario dell’Anm Luca Palamara: «Sono allibito che Alfano, che è stato ministro della Giustizia, non sappia che nel nostro ordinamento ci sono tre gradi di giudizio. E mi sembra sgradevole che non si perda occasione per denigrare l’intera magistratura». Intanto, però, a prescindere dalla provenienza politica da cui arriva, l’interrogativo di Alfano non è peregrino. Chi pagherà per la morte di Meredith, per un processo lungo anni, per la detenzione di Amanda e Raffaele che, stando all’ultimo grado di giudizio, è stata ingiusta? Invece di inalberare la burocrazia di una legge sempre più impantanata in sé stessa, Palamara potrebbe proporre una revisione dei processi, sveltendo le pratiche. Si potrebbe pensare ad un sistema giudiziario che assicuri la certezza della pena. Che condanni i colpevoli, risarcisca gli innocenti e sollevi dall’incarico chi si è macchiato di imperizia palese nei confronti di cittadini messi alla gogna, prima giudiziaria, poi mediatica. Se la legge è uguale per tutti, deve esserlo anche tra chi è giudicato e chi giudica!

CALDEROLI "ESILIA" I DEPUTATI

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I deputati italiani sono tra i più pagati al mondo, i più numerosi, con il maggior numero di benefit. Una casta di intoccabili, la loro: al di sopra delle ordinarie leggi del traffico, della circolazione, dei parcheggi e dei transiti nei centri storici. Non aspettano e non fanno code, non subiscono il pericolo di overbooking con aerei e treni, non rischiano di rimanere senza tavolo al ristorante, non pagano al cinema, al teatro o negli spettacoli in prima serata. Le loro opinioni guadagnano quasi sempre la ribalta delle cronache, non sono mai scontati, obsoleti e retrivi. Viaggiano a spese dello Stato, utilizzano le decine di migliaia di auto blu in dotazione, non pagano la benzina e non subiscono il caro vita energetico. Insomma, non sembrano neanche italiani. Ora il ddl Calderoli potrebbe sconvolgere tutto. Diminuire i parlamentari potrebbe far risparmiare all’Italia milioni di euro, decine, centinaia all’anno. La prossima settimana in Senato giungerà il testo suscettibile di riforme. Il ministro della Lega è sicuro, ''al di là dei tempi necessari per la firma'' da parte del Quirinale arriverà ''al massimo l'inizio della settimana prossima''. Si tratta di tempo, giorni, pare. E nell’aula di Palazzo Montecitorio potrebbe farsi posto inatteso. Ai lati degli schieramenti potrebbero essere tolte diverse file, molti banchi, per un totale di centinaia di deputati in meno, forza lavoro che viene restituita al Paese, che non solo avrà uno sgravio in spese di gestione pubblica, ma potrà contare su tanti professionisti che la politica ha rapito al meccanismo economico globale. Un terziario eleggibile che subirà in un sol colpo una rivoluzione strutturale. E la gente comune? Per strada quale sarà la reazione? Diminuiscono i parlamentari, le leggi verranno scelte da rappresentanti con maggiori responsabilità. Già immagino la scena, spallucce inarcate, scuotimenti di testa, labbra strette e angoli rivolti in basso. Ai cittadini poco importa di quello che accadrà a Montecitorio. All’uomo comune interessa guardare negli occhi colui che sceglie, poter lamentare con una persona fisica le sue difficoltà quotidiane, non dannare il “sistema”, vittima di sé stesso. Quindi vada per un Parlamento meno affollato e più responsabilizzato e rappresentativo. Ma che si tratti di gente vicina al popolo, e non al di sopra di esso.

USA CONDANNA A MORTE

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Ennesimo caso di condanna a morte negli Stati Uniti. Ennesimo capannello di dimostranti fuori dai cancelli del carcere, stavolta in Georgia. Ennesimo tam tam mediatico, con appelli dei vari politici, pacifisti, associazioni umanitarie e addirittura il papa, Benedetto XVI. Ma il risultato è stato sempre lo stesso: morte! Troy Davis aveva ucciso un poliziotto nel lontano 1989. La condanna a morte è arrivata a distanza di 22 anni. Oltre quattro lustri fatti di sentenze, ricorsi, appelli, richieste di commutazione di pena, preghiere dei fedeli, dei familiari dell’uomo e di semplici conoscenti. Nessuna pretesa morale nel giudizio dell’operato della Corte Suprema Americana, che ha respinto la richiesta di sospensione della pena. E nemmeno giudizi fin troppo semplicistici e superficiali sulla opportunità di togliere la vita ad un essere umano, reo di aver commesso un pur atroce delitto ai danni di un uomo di legge. Ma una considerazione va fatta, soprattutto a quanti hanno visto i propri appelli cadere nel vuoto. La certezza della pena, in America, è un dato di fatto. Così come la violenza assoluta contro cui combattono le forze dell’ordine. Dunque un giudizio, seppur severo, sulla condanna alla pena di morte, va condizionato. Molte le variabili che inficiano la valutazione giuridica di un delitto: su tutte l’efferatezza e la volontarietà. Poi la possibilità di recupero del criminale al quotidiano vivere sociale. Infine, ma non meno importante, il castigo della coscienza. Raskolnicov, l’assassino di Fedor Dostoevskij in Delitto e Castigo, non fu condannato a morte nella narrativa tanto prodiga di particolari dell’ autore. Ma subì la pena della coscienza, dei rimorsi, delle paure e delle angosce. Resta da stabilire, o sarebbe vitale farlo, quanta parte di pentimento e redenzione nutra la coscienza di chi uccide. In conseguenza di questo, la sentenza del tribunale avrebbe minori controversie e polemiche. Homo Homini lupus

ITALIA IN CRISI, PARLAMENTO NEL LUSSO

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L’Italia annaspa, stenta, affoga. L’Italia è in crisi, come uscirne? Occorre trovare il colpevole, in primis. Poi decidere la via di uscita. Niente di più facile che additare al pubblico disprezzo l’unico protagonista della debacle, l’unico sempre presente al Governo, sempre al comando, sempre votato: Il cavalier Silvio Berlusconi. Colpa sua, quindi. Basta defenestrarlo e il problema è risolto. Azzerati i debiti, appianate le discordie in Parlamento, tornano i sorrisi nei media, nelle televisioni e nei giornali. Si torna alla sana, vecchia moralità da educande perbene, si getta alle spalle la crisi, gli stenti, il trend negativo dei mercati internazionali (!!), si torna a spendere e a valorizzare le risorse e il territorio italiano. Niente più morti in Afghanistan e in Iraq senza Berlusconi, niente più guerre e soprusi, furti e rapine hanno i giorni contati. Ci attende un futuro roseo, sereno, scevro da isterismi di massa, senza Berlusconi. E soprattutto l’ Euro italiano avrà un peso diverso, maggiore, competitivo alla sterlina inglese, preponderante sul dollaro americano, faro guida per lo yen giapponese. Via il Premier, via i problemi. Sed cogito… In un mondo immaginario, irreale, utopico, forse il male maggiore non è un uomo in particolare, ma una casta. Quella dei politici. Ebbene sì, gli starnazzanti Bersani, D’Alema, Rosy Bindi, hanno troppi accoliti. Così come lo stesso Berlusconi, Fini e Casini. E se in Parlamento si pagassero 15 mila “miseri” euro mensili a “soli” 300 deputati anziché 630? E se i senatori diventassero 100 anziché 315? Il risparmio? 4 milioni e 950 mila euro al mese a Montecitorio, 3 milioni e 870 mila euro al mese a Palazzo Sammacuto, senza contare gli extra. Per un totale di 8 milioni e 820 mila euro moltiplicati 14 mensilità, ossia 123 milioni e 480 mila euro l’anno. Ma Berlusconi vale così tanto per la nostra bistrattata Italia? Ab uno disce omnis.

11 SETTEMBRE, DIECI ANNI DI MEMORIA

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L’inferno di fuoco e cenere compie dieci anni. Nel 2001, 11 settembre, l’America vive il suo incubo più terribile. Il World Trade Center viene attaccato da due aerei di linea. A dirottarli dei kamikaze, che colpiscono in maniera scientifica. Prima la torre nord, alle nove meno un quarto ora americana, 14.46 ora italiana, scricchiola e va a fuoco nell’impatto, poi la torre sud, appena qualche minuto dopo, viene squarciata da un secondo aereo. Il mondo è incollato ai televisori, incredulo, sgomento, atterrito. Le parole dei commentatori, degli inviati, le urla della gente che fugge impazzita per la paura, la nuvola di polvere e cenere che si espande dopo il crollo della prima torre, il traffico paralizzato: sembra la scena apocalittica di uno di quei film di Hollywood, dove i disastri sono addirittura esagerati per rendere la pellicola sensazionale. Ma la realtà, con al sua cruda verità, può essere più atroce di qualsiasi sceneggiatura. Qui va in onda la catastrofe, le torri gemelle, nell’arco di appena un’ora, non esistono più. Al loro posto, a dieci anni di distanza, Ground Zero resta un luogo di culto, una sorta di simbolo della rimembranza. A dieci anni, oltre alle vittime, sono morti anche i presunti carnefici. Ma l’ America, come il mondo, non dimentica. E dopo le calamità naturali del Giappone e degli Stati Uniti, una considerazione ci deve costringere a riflettere: tutto sommato è meglio piegarsi alle leggi della natura, alle sue manifestazioni di forza e di crudele violenza, che non agli ideali incancreniti e degenerati di pochi folli, che giocano con la vita propria e di un intero popolo.

MANOVRA, ITALIA INFERNO FISCALE…

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ROMA – Il braccio di ferro tra Berlusconi e Tremonti comincia a perdere forza. La meta di un possibile spiraglio di ripresa sembra avvicinarsi, anche grazie alla favorevole congiuntura dei mercati internazionali, a dire il vero. Ormai lo spettro di una debacle ellenica, ultima in ordine di tempo, resta effimero e sbiadito nelle paure di un collasso dell’economia italiana. Gli allarmismi delle scorse settimane non sono stati precipuamente un fuoco di paglia acceso da franchi tiratori dai loggioni estremi di Palazzo Montecitorio. Né cartucce innescate dal braccio armato di giornalisti o media solidali con una certa fazione politica nazionale. Purtroppo l’andamento generale dei mercati non faceva presagire tempi rosei per l’italiano medio (quelli sopra la media, benestanti e ricchi, hanno sempre avuto poche preoccupazione, è storico). Oggi su tutti predomina l'accordo di Arcore, la summa dei compromessi di settore, eccezion fatta per le misure relative alle pensioni che verranno stralciate a furor di popolo. In ogni suo punto il documento resta valido, soprattutto quando si affronta l'abolizione del contributo di solidarietà. In tal modo il premier, Silvio Berlusconi, stando ad autorevoli fonti del Pdl, ha dibattuto e commentato gli ultimi sviluppi sulla manovra. Il capo del Governo, sollecitato a dare garanzie per l’immediato futuro, ha anche rassicurato tutti precisando che le coperture per le modifiche decise nel vertice di maggioranza ci sono e che al limite, ma soltanto come ultima ancora di salvataggio, si riserva la possibilità di ricorrere alla "scorta" di un possibile aumento dell'Iva. La minaccia, però, riguarderà gli operatori di settore e le associazioni di categoria dei commercianti, qualora si materializzasse. Proiettando il nostro Paese ai vertici degli inferni fiscali europei. Ma questa è un’altra storia.

FACEBOOK, BAMBINO NERO COME TROFEO DI CACCIA

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I social network come novelle agorà multimediali. E come in piazza, come al bar, gli utenti si divertono a scambiarsi opinioni, considerazioni, velleità e convinzioni morali. O immorali, come è accaduto in quest’ultima, agghiacciante testimonianza registrata su Facebook: su un profilo vi si vede chiaramente un ragazzo bianco, vestito con una mimetica militare, che sorride soddisfatto stringendo in mano un fucile, inginocchiato sulla sua presunta preda di caccia: un bambino nero, sdraiato e apparentemente senza vita. Questa immagine assurda e di pessimo gusto, qualunque fosse la finalità, è stata pubblicata su Facebook, su quello che è un profilo ispirato all'accanito sostenitore dell'apartheid, Eugene Terreblanche, peraltro ex leader del Movimento di resistenza Afrikaaner, che fu ucciso a colpi di machete lo scorso anno. L’intero profilo del personaggio che, giocando con le parole, si nasconde sotto il nome ''Terrorblanche'', e' fin troppo inquietante. Questo episodio ha fatto ricordare quello di Breivik, autore della strage di Oslo, che appena due mesi fa si era fatto ritoccare il volto per sembrare più ariano. Questioni di razza, di estrazione culturale e di degenerazione sociale. Nel complesso di un mondo che ha a che fare con disastri più o meno naturali, con contaminazioni nucleari e terrorismo ecologico, la notizia di un personaggio bieco e incontrovertibilmente malato di protagonismo, non dovrebbe suscitare molto scalpore. Ed in effetti nessun media nazionale sembra occuparsene. Niente di più sbagliato. Quando a venire lesi sono i diritti dell’umanità, sbeffeggiati da pochi (per fortuna) servi sciocchi di un ideale storpiato nell’etica, quale può essere lo storico vituperato razzismo, allora occorre una presa di posizione. E se a fare da veicolo di trasmissione mondiale di tale ignorante visione del sociale è un network utilizzato anche da minori al di sotto dei 12 anni, allora il parere ostativo, il veto multimediale, deve colpire anche questo. Fermare per tempo la stupidità di poche persone, a volte, può essere la vittoria della vita. L’avessero fatto in Germania una novantina d’anni fa…

GIULIANOVA ACCOGLIE IL TUTTO IN UNA NOTTE

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Ancora sorrisi, applausi e urla di trionfo. Il Tutto in una notte, manifestazione sportiva e socio aggregativa riesce ancora una volta a stupire tutti. Migliaia le persone presenti all'Europa Beach Village di Giulianova lo scorso 20 agosto 2011, ancora di più collegati in diretta streaming su Muirtv.com, per quella che e' la seconda edizione della regione Abruzzo. Otto formazioni varate dagli stabilimenti della costa giuliese si sono date battaglia fino alle finali delle rispettive specialità, beach volley e beach soccer. Alla fine hanno trionfato nella prima edizione l'Europa Beach Village, padrone di casa, e nella seconda l'Hotel Baltic. In entrambe le circostanze plauso agli sconfitti, i ragazzi del Don Juan, che ai punti avrebbero vinto le manifestazioni, essendo stati capaci di guadagnare entrambe le finali. Un lampo di luce nella notte la presenza della madrina della notte bianca, Giorgia Palmas, ospite della kermesse ed entusiasta spettatrice delle gesta degli improvvisati campioncini in campo. Cinque telecamere hanno raccontato la storia dell'ennesima organizzazione impeccabile, un evento che ha sorpreso, gratificato e soddisfatto gli addetti ai lavori, gli atleti, i tifosi, ma soprattutto l'amministrazione comunale, presente nella persona dell'assessore di Giulianova, Archimede Forcellese. Anche lui premiato per aver creduto personalmente al maxi evento mediatico dell'estate adriatica.

L'ITALIA AFFOGA

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Ormai è ufficiale, l’Italia affoga. Viene risucchiata dai debiti, dal deficit, dalla crisi economica, dal crollo di Wall Street, della borsa di Milano e da quella di Tokyo. L’Unione Europea predispone aiuti economici per il nostro paese, sia sotto forma di fondi liquidi che con l’acquisto di titoli statali. Quello che si temeva quando la Grecia aveva alzato bandiera bianca, si è maledettamente concretizzato. E la prova evidente la si ha buttando uno sguardo distratto alle autostrade italiane, in passato bollate con l’infamante codice rosso per le partenze estive, oggi tranquille arterie placidamente scorrevoli nel traffico in gomma, come non accade neanche nelle ore serali di un periodo feriale d’autunno. Calano le partenze, le gite fuori porta, le vacanze oltre confine e a maggior ragione quelle transoceaniche. I grandi supermercati e i centri commerciali sono pieni di una moltitudine eterogenea di persone, sorridenti a godersi il fresco dell’ aria condizionata. Ma tutti a mani vuote. Desolatamente sprovvisti di buste griffate o meno, tristemente privati del potere economico, del portafogli pingue degli anni ottanta e novanta, ormai più che una illusione. L’Italia affoga nei suoi problemi, arranca dietro i sogni di gloria di un miraggio americano che mai come ora, si presenta irto di ostacoli e sbiadito da messaggi di cronaca che sprofondano l’ottimismo in un crudo e deplorevole realismo. La corsa all’oro si fa oggi al prato sempre più verde, quello del vicino. Non serve allungare lo sguardo al futuro. Nessuno pensa al di là dei due lustri per immaginare la sua vita “da grande”. Anche solo allungare la mano e afferrare il futuro di due mesi a seguire è impresa titanica, coraggiosa, senza garanzie. E allora giù la testa a rimembrare vecchie teorie economiche del passato, di quelle da esame accademico che tanto facevano dannare noi studenti: la mano invisibile di Adam Smith, la plusvalenza di Karl Marx, Das Capital, il capitale, le chiusure delle frontiere all’importazione selvaggia. Ma sono così obsolete? O in nome del cosmopolitismo sociale e culturale si vuole immolare sull’altare della tolleranza anche il buonsenso che guida le leggi economiche planetarie?

GUERRA ALLA SOSTA SELVAGGIA

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Immaginate di uscire dal negozio appesantiti da qualche busta della spesa; preoccupati per la macchina lasciata in doppia fila, o in divieto di sosta. Voltato l’angolo vi si apre una scena decisamente inattesa: la vostra macchina è lì, nessuno ve l’ha portata via, ma è ridotta ad un rottame. Poi vi si avvicina il sindaco della vostra città che vi tranquillizza (si fa per dire), comunicandovi che il comune ha deciso di adottare un sistema drastico per la sosta selvaggia: distruggere le auto in divieto. Sembra una storia surreale, invece è di attualità: in Lituania, nella capitale Vilnius, il primo cittadino Arturas Zuokas, ha deciso di combattere il fuoco con il fuoco. Ai trasgressori non viene più data una seconda canche, con la multa o l’avvertimento del vigile ordinario. La macchina in sosta vietata viene “cavalcata” da un carro armato blindato. Sotto le ruote cingolate del pesante mezzo la macchina, quasi sempre di lusso, tipo Mercedes, Rolls Royce e Ferrari, scricchiola e cede, appiattendosi al suolo come un qualsiasi ferrovecchio. Sul posto restano solo vetri frantumati e pezzi di metallo e plastica, esplosi dall’auto. Poi un carro attrezzi porta via il tutto e lo stesso sindaco si adopera a spazzare la strada dai detriti. Il video impazza sul web e sembra che il metodo drastico adottato da Zuokas sia apprezzato anche dai suoi concittadini. Dietro un malcelato sorriso, gongolo al solo pensiero delle auto blu, delle ammiraglie di politici, ricconi e persone famose “castigate” qui in Italia, con un carro armato che vi passeggia sulla carcassa. Ma da noi tutto è impossibile: da noi verrebbero distrutte le macchine delle persone comuni, quelle di operai e impiegati. Qui il metro di giudizio è diverso. Qui la legge è uguale per tutti, salvo pochi.

PESCARA SI È GIOCATA “TUTTO IN UNA NOTTE”

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Città calda, Pescara. Mare e sole, Appennini alle spalle, molti giovani e movida notturna che vive indugiando da un locale all’altro della costiera adriatica. Si vive di calcio a Pescara. Tutti intenditori (o quasi) gli abruzzesi. Da qui l’idea della Muir Productions: unire le due passioni in un solo evento. Calcio e vita notturna insieme, in una unica location, senza respiro, in apnea per tutta la notte. Al Palazzetto dello sport “Giovanni Paolo II”, lo scorso 29 luglio, il capoluogo abruzzese ha vissuto momenti di autentico delirio agonistico. Una esibizione in apertura, con danza classica, moderna e pattinaggio artistico, hanno contribuito al preludio di una manifestazione che ha vestito i panni del sociale, oltre che del sano divertimento. Famiglie, conoscenti e amici, bambini e adulti, riuniti in un unico posto, insieme, a tifare, mangiare e divertirsi in una serata di mezza estate, come non era mai accaduto in passato; come Pescara non immaginava neanche potesse succedere. “Un evento senza precedenti”, hanno recitato alcuni organi di informazione locali. Ma il vero successo del “Tutto in una Notte” non è stata la vittoria di una squadra sul campo di gioco, la più forte delle altre. Né tanto meno quella del tifo sugli spalti, chiassoso e partecipativo fino all’ultimo minuto della tredicesima ora di diretta. Non è stata una vittoria soltanto la macchina organizzativa legata al live di un evento trasmesso in diretta televisiva e web per 13 ore. La vera vittoria è stato l’entusiasmo e la passione di tutti: a cominciare da Muirtv, presente in forze. Per proseguire con i ragazzi della redazione di Pescara, su tutti il caporedattore Luigi Sorrenti. E ancora tutti i giocatori, i cameramen, gli addetti ai lavori, alla ristorazione, alla sicurezza, i giornalisti. Ma ubi maior minor cessat, sull’apice della piramide, senza il minimo dubbio, vanno i capisaldi dell’evento, quelli che hanno reso fattivo e operativo il carro dei vincenti: l’editore della Muir Productions, e l’assessore allo sport del comune di Pescara, il Prof. Nicola Ricotta. Dietro di loro pacche sulle spalle e strette di mani a tutti, lo meritate, lo meritiamo!

AFGHANISTAN SI TINGE DI ROSSO TRICOLORE

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L’Italia è ancora ferma a riflettere. Un'altra vittima, un altro figlio della Patria che guadagna la ribalta delle cronache, le note del Silenzio, l’Inno di Mameli in memoria dell’opera prestata. C’è ancora sangue italiano in Afghanistan. Un militare, l’ennesimo, perde la vita in un attentato. Il primo caporalmaggiore David Tobini viene ucciso in un vile agguato: è il 41esimo dall'inizio della missione. L’attacco è stato sferrato a nord-ovest di Bala Murghab, nella parte occidentale del Paese. Il ragazzo nato a Roma il 23 luglio 1983, era in forza al 183° reggimento paracadutisti "Nembo" di Pistoia. Altri due commilitoni, anche loro parà come lui, sono rimasti feriti: uno versa in gravi condizioni, mentre l'altro non sembra essere in pericolo di vita. L'Afghanistan, dunque, ci porta la terza vittima italiana in un mese: Gaetano Tuccillo è morto, infatti, il 2 luglio, e Roberto Marchini il 12 luglio scorso. Peraltro questo ennesimo atto di dolore arriva alla vigilia della discussione del rifinanziamento delle missioni all'estero, molto contestata in Senato. Si dibatte se tornare a stanziare fondi. Non si parla se continuare ad immolare vite umane. L’ operazione di pace sta chiedendo un contributo altissimo al nostro Paese. Bene lo sa anche il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che ha espresso «profonda commozione» per la morte del giovane parà e attraverso un comunicato del Quirinale ha voluto farsi «interprete del profondo cordoglio del Paese, sentimento di solidale partecipazione al dolore dei famigliari». Non riesco a capire quanto riusciranno a farci i familiari di David con il cordoglio del paese. E nemmeno i genitori se riusciranno a farsene una ragione pensando che il proprio figlio è ora un eroe di guerra. David non c’è più. E’ questo il vero deficit dell’Italia: le giovani vite strappate dal nostro suolo.

MANDELA COMPIE 93 ANNI, AUGURI DAL MONDO

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Il grande vecchio compie 93 anni. Non è ancora stanco, Nelson Mandela: Si alza tutti i giorni di buon mattino, legge una decina di giornali, ha il tempo e la voglia di ricevere ogni tanto vip e gente comune ma, soprattutto, dedica alla sua famiglia tutto il tempo che riesce, dopo aver destinato la sua vita, gran parte, alla politica. Mandela ha dedicato ben 67 anni a sconfiggere il regime bianco dell'apartheid dopo 27 anni di galera. Tutto il Sudafrica e il mondo lo stanno festeggiando con rispetto. E prosegue con lui la ricorrenza del Mandela Day, istituito lo scorso anno dall'Onu perché ognuno dedichi 67 minuti del suo tempo a una buona causa. Un esempio fulgido di moralità e di fratellanza assoluta, di solidarietà e di lotta per un ideale, degno questo di ricevere l’encomio di una moderna società civile. Nessuna degenerazione per il fanatismo di maniera che sta affliggendo i paesi del medio oriente e del nord africa, martoriati dalla guerra e dall’odio. Nelson Mandela è l’ultimo baluardo di un modus pensandi che sta diventando sempre più merce rara: vivere e lavorare senza compromessi, senza girare le spalle ai principi morali che dovrebbero essere fondanti di qualsiasi società moderna. Nei giorni della guerra e della morte, degli attentati e dei genocidi, la vita di un eroe dei nostri tempi può servire da deterrente all’ipocrisia di un mondo alla deriva. Mandela ha combattuto, sofferto e vinto per il suo Paese, per quelli che lui stesso definisce fratelli, che oggi gli tributano il giusto rispetto, omaggio e amore incondizionato. Auguri quindi al grande maestro della fratellanza tra i popoli.

SE LA VITA NON VA, PERCHÉ UCCIDERE I FIGLI?

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Abbracciare un figlio deve essere una sensazione straordinaria, di onnipotenza, di completezza e di soddisfazione. Ma farlo in punto di morte deve avere un significato differente. Se poi lo si fa con la consapevolezza che si sta spezzando il futuro del proprio sangue, della propria discendenza, allora qualcosa non va sia dal punto di vista morale che affettivo. Una mamma non può abbracciare un figlio e trascinarlo prepotentemente, violentemente e precocemente nel gorgo della disperazione e della morte. Un rogo ha posto fine a tre vite, quella di una mamma e dei suoi due bambini. E’ accaduto a San Pietro Belvedere, nel Comune di Capannoli (Pisa). "Io sono infelice e i bambini soffrono con me", ha scritto la donna. E poi ancora, in maniera poco lucida: "la vita va vissuta a pieno". Fino al macabro ed inquietante: "se per sbaglio loro dovessero in qualche modo restare vivi, voglio che siano affidati ai miei genitori e non ai genitori di lui". I suoi figli Lapo e Letizia di 3 e 11 anni, non sono scampati alla follia, sono stati trovati morti carbonizzati nella macchina di Simona Alessandroni, appena separatasi dal compagno. Il folle gesto non ha spiegazione. Quelle frasi deliranti, quel biglietto d’addio poteva riservarlo solo a sé. Una mamma dovrebbe proteggere i propri figli a rischio della propria vita, come accade in ogni essere vivente in natura. Meno che nell’ uomo, la più bestiale delle bestie. La più immorale, l’essere meno dotato di amore, capace di affogarlo nell’egoismo e nella pazzia. Ha spezzato la vita dei suoi figli, Simona, loro non avevano colpe, loro erano l’innocente frutto di una vita sbagliata. E ne hanno pagato le conseguenze. Solo loro.

L’ITALIA PIANGE UN ALTRO FRATELLO

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ROMA – Siamo alle solite: ci ritroviamo di nuovo a piangere un fratello scomparso, l’ennesima vittima di una guerra tanto assurda quanto inutile. Il contingente italiano in Afghanistan, il più numeroso di sempre, con le sue 4.200 presenze, continua a muoversi sul suolo nemico senza aiuti del posto, senza prospettive, senza un obiettivo specifico. In Italia si comincia a parlare di ritiro delle truppe, di spese militari insostenibili, di bilancio del Governo e di nuove alternative alla Missione di pace. Gaetano Tuccillo, caporal maggiore scelto, si ritrova ad essere la trentanovesima vittima di questa “missione di pace” in Afghanistan. A Herat, la sua salma ha ricevuto l’ ultimo saluto dai suoi compagni. Aveva 29 anni Tuccillo, ed è stato ucciso da una bomba lungo una strada afgana. Il suo corpo è rientrato in Italia dove l'aspettavano familiari e amici. E proprio sul suolo italiano scoppiano nuovamente le polemiche, che la sua morte ha scatenato, tra coloro che ritengono giusto che la missione in Afghanistan debba proseguire e quelli che invece vogliono le truppe italiane subito a casa. Gaetano Tuccillo, nato a Palma Campania in provincia di Napoli, ma residente a Revine di Treviso, in forza al Battaglione logistico 'Ariete' di Maniago, a Prdenone, è deceduto domenica scorsa in una violenta esplosione dove anche un altro militare italiano è rimasto ferito ad una gamba. Le loro famiglie si chiedono adesso se valga la pena proseguire con un sacrificio di vite che sembra non portare benefici al Paese ospitante e sia addirittura inviso a molti politici di Palazzo Montecitorio.

BIMBA-BOMBA A 8 ANNI, LA VERGOGNA DELLA GUERRA

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Quando si dice senza parole, senza commenti, senza anima e senza cuore: quando si vuole dare un segnale forte, quando si chiedono risposte, quando si vuole un perché. La morte di un bambino, piccolo, innocente, ingenuo e incolpevole, appare sempre come un monito a chi della vita ha disprezzo assoluto. Ma l’inganno e la proditoria messa in scena di un delitto compiuto ai danni di chi non sa, di chi non crede nella ferocia altrui, di chi non conosce il mondo dei grandi, appaiono come un mefistofelico gesto vigliacco. Oggi, dopo l'uccisione di Bin Laden lo scorso 2 maggio, i talebani non sembrano avere più remore, né scrupoli. La loro nuova, spietata strategia del terrore prevede l'uso di bambini e di donne negli attentati suicidi per aggirare i blocchi della polizia e ingannare le forze di sicurezza. I terroristi hanno utilizzato, è il caso di dire senza scrupoli morali, una bambina innocente di otto anni per consegnare una borsa con una bomba, dicendole di portarla verso il presidio militare. Poi senza alcuna esitazione hanno fatto esplodere la bomba, uccidendo la piccola e senza fare altre vittime. E' accaduto nell'area di Waesbala nel distretto di Charchino nel sud dell’Afghanistan. La deflagrazione ha attirato nell’ area decine di militari, ma ovviamente della piccola non vi era traccia. Soltanto l’immagine di una bambina innocente che trascinava una grossa borsa con il sorriso sulle labbra è rimasto nel ricordo dei presenti, disgustati dalla ferocia e dalla mancanza di limiti dei talebani. Un sorriso che è stato ingannato, spezzato, macchiato e sporcato dall’odio di chi dovrebbe combattere per un ideale. Ma nessun ideale vale una infamia tanto grande. Nemmeno la vendetta per una guerra ormai persa.

VIDEOPOKER E FIGLI, CHI AMARE…?

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Uno schiaffo alla vita. Una mamma che volta le spalle all’amore per i propri figli è la notizia che nessuno vorrebbe mai commentare, leggere, venire a sapere. Nulla vi è di più sacro e indiscutibile del legame che esiste tra una donna e il proprio figlio, sangue del suo sangue, la creatura che ha portato in grembo per nove lunghissimi mesi. Eppure, a volte, ci si ritrova a commentare anche l’inverosimile. A Villa Adriana una donna di 36 anni ha abbandonato i suoi due gemelli di un anno in auto per andare a giocare a videopoker. Sotto un sole cocente ha lasciato i due piccoli in macchina con i finestrini appena abbassati, uno spiraglio che non ha impedito alla macchina di diventare una autentica fornace. La figlia di due anni, invece, l'ha portata con sé nel bar di Villa Adriana dove ha giocato a videopoker per quasi due ore. Fortunatamente i gemellini, soccorsi dai Carabinieri della Compagnia di Tivoli chiamati sul posto dai passanti, ora stanno bene. La mamma e' stata denunciata per abbandono di minori, mentre i tre figli, tolti alla custodia dei genitori, sono stati affidati ad una casa famiglia e ai servizi sociali del comune tiburtino. Una storia, questa, che fa riflettere sia per la superficialità che per l’ignoranza di una coppia di persone che, impreziositi dalla vita di tre figli, hanno dilapidato il patrimonio correndo dietro un fallace sogno di facile ricchezza. La tentazione e la febbre del gioco d’azzardo hanno certamente rovinato intere famiglie, ma mai come questa volta. Un attimo di riflessione per chiunque legga è d’obbligo: guardate la foto di vostro figlio, del nipotino, del fratello più piccolo, del figlio di amici, gettate uno sguardo alla culla o al bimbo che gioca a terra, vicino alla vostra scrivania. Potreste mai preferirgli una macchinetta elettronica che segna dei numeri e lasciarli in pericolo di vita per due ore consecutive?

UN CEFFONE PER RINSAVIRE, DUE PER RIFLETTERE…

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Scegliere il si, vuol dire fare un passo indietro sulla normativa vigente. Questo non vuole necessariamente significare bloccare, frenare e inibire l’evoluzione della società e dell’economia del nostro Paese. Anzi. In taluni casi, vedi il nucleare e la tariffa dell’acqua, forse irreggimentare le questioni in regole più precise di quelle attuali, con il libero arbitrio lasciato agli italiani. Questa potrebbe diventare una panacea non del tutto effimera per la salute e l’economia media di un bistrattato Stivale. I quattro referendum popolari hanno dato il via ad una serie di riflessioni: Con il primo vi è l' abrogazione di norme che permettevano di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori economici privati. Il secondo referendum ha dato il via all'abrogazione delle norme che stabiliscono la determinazione della tariffa per l'erogazione dell'acqua. Il terzo, importantissimo, ha cancellato le nuove norme che danno il via libera alla produzione sul territorio nazionale di energia elettrica nucleare. Il quarto e ultimo riguarda l’abrogazione del legittimo impedimento in materia penale per esponenti del Governo, quale il presidente del Consiglio dei Ministri. All’indomani del voto si chiedono verifiche di governo: "Un Governo politico deve avere il coraggio di fare scelte popolari o impopolari, ma scelte che vanno nelle direzione giusta", afferma il ministro dell'Interno Roberto Maroni. "Mio nonna diceva che uno sberlone fa male ma a volte ti fa rinsavire, prendere coscienza e aprire gli occhi". "Ma soprattutto - ha aggiunto - non vogliamo, dopo due sberle, che si realizzi il proverbio: non c'é due senza tre".

REFERENDUM, NUCLEARE E LEGITTIMO IMPEDIMENTO SUL TAVOLO

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Se si sceglierà il si, vorrà dire fare un passo indietro sulla normativa vigente. Questo non vuole necessariamente significare bloccare, frenare e inibire l’evoluzione della società e dell’economia del nostro Paese. Anzi. In taluni casi, vedi il nucleare e la tariffa dell’acqua, forse irreggimentare le questioni in regole più precise di quelle attuali, con il libero arbitrio lasciato agli italiani, potrebbe essere una panacea non del tutto effimera per la salute e l’economia media di un bistrattato Stivale. Si voterà sì per l’abrogazione di 4 norme importanti, no per il mantenimento. Sul tavolo del dibattito referendario, che affinché diventi valido occorre un numero del 50% più uno degli aventi diritti al voto alle urne, questioni di natura economica e giuridica . Saranno oltre 47 milioni e 300 mila gli elettori, di cui 22.734.855 maschi e 24.623.023 femmine, in 61.601 sezioni. Si voterà domenica 12 dalle ore 8 alle ore 22 e lunedì 13 dalle ore 7 alle ore 15. All'estero il corpo elettorale interessato alle consultazioni referendarie è di 3.236.990 elettori. Quattro i referendum popolari: Il primo prevede l' abrogazione di norme che ora permettono di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori economici privati. Il secondo referendum, propone l'abrogazione delle norme che stabiliscono la determinazione della tariffa per l'erogazione dell'acqua. Il terzo, importantissimo, su scheda di colore grigio, propone l'abrogazione delle nuove norme che danno il via libera alla produzione sul territorio nazionale di energia elettrica nucleare. Il quarto e ultimo riguarda l’abrogazione del legittimo impedimento in materia penale per esponenti del Governo, quale il presidente del Consiglio dei Ministri. Questo forse attirerà le maggiori attenzioni. Si attende la debacle del Premier, e un si lo esporrebbe ad ulteriori attacchi, mediatici e della magistratura.

BERLUSCONI IN DECLINO, ANCHE MILANO AL CENTROSINISTRA

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Per il premier e' senza ombra di dubbio una autentica disfatta. Perdere Milano, Napoli e Cagliari in un colpo solo equivale ad un plebiscito. Anche Arcore va al centrosinistra. "Qui qualcosa non va", si sara' detto Berlusconi. Qui gatta ci cova. Qui qualcuno e' venuto meno. Qui... Bisogna iniziare a guardarsi le spalle! Il ballottaggio delle elezioni amministrative 2011 ha visto la supremazia del centrosinistra in numerosi comuni d'Italia. A Milano e Napoli vincono Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris. A Cagliari ha vinto Massimo Zedda ed anche a Trieste c'è stata la vittoria di Roberto Cosolini. A Grosseto vince Emilio Bonifazi, Andrea Ballarè è il nuovo sindaco di Novara. Il centrodestra vince soltanto a Varese e Cosenza, rispettivamente con Attilio Fontana, sindaco uscente, e Mario Occhiuto, candidato Udc. Le stime del voto, dei risultati e delle vittorie o sconfitte e' lasciata ai protagonisti nazionali degli schieramenti politici. Certamente il Governo non potrà ignorare un dato così palesemente contrario, con gli italiano che, ove non avessero preferito il mare alle urne, chiusi nel gabbiotto con la scheda tra le mani hanno fatto una scelta di campo. Troppe defeziono, accusano dal centrodestra. Qualcuno ipotizza il boicottaggio della Lega, che ha minacciato da tempo il dietrofront rispetto al Pdl. Ma se restano i meri numeri a dare un senso concreto ai risultati, allora per Milano e Arcore occorre una analisi dei perché di una sfiducia degli elettori che nelle roccaforti davvero Berlusconi non si attendeva. Non si escludono scossoni dell'ultima ora in seno al Consiglio dei Ministri.

SARAH E LA FAMIGLIA DEL TERRORE

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Mancava solo lei all'appello, adesso in carcere ci sono proprio tutti. A cominciare dallo zio, Michele Misseri, fino alla cugina, Sabrina, per arrivare alla zia, Cosima Serrano. Ad Avetrana scattano gli applausi della gente al passaggio della "gazzella" dei carabinieri con quest'ultima appena prelevata. Una immagine che cozza con quella di rassegnazione, sconforto e paura dei mesi scorsi. E fa pensare anche che, nel terzo millennio, nell'epoca delle intercettazioni e della trasparenza telematica, non si riesca ad arrivare al nome dell'assassino. Ormai da quello che si e' evinto dagli indizi raccolti nel tempo, disseminati più o meno volontariamente, appare evidente il coinvolgimento della famiglia della piccola Sarah Scazzi. Non si arriva al colpevole, anche se si rende sempre più chiaro una sorta di tacito assenso, di velo omertoso steso impalpabilmente a difesa della famiglia Misseri, dalla stessa famiglia Misseri. E il fratello della bimba che si lancia in iniziative benefiche a nome della sorellina, mediaticamente lanciate per un profilo pubblicitario alto, quasi necessitasse di prestigio riflesso. L'unica ad acervi rimesso, pare evidente, e' Sarah. Così come sembra ormai un dato incontrovertibile che la sua famiglia ha fatto da giustiziera, più o meno attivamente, della sorte della piccola. Resta un solo vero dubbio, oltre al nome di chi ha levato la mano per primo sulla quindicenne di Avetrana: tutta la palese attenzione dei media sulla vicenda, a questo punto delle indagini, a quasi un anno di distanza, può diventare depistante per gli inquirenti? Le ipotesi a volte campate in aria su congetture cervellotiche, quanto giovano all'iter procedurale dell'inchiesta? Altro dato certo, l'ultimo: a Sarah e' mancata la famiglia ortodossa, l'affetto e la protezione del sangue. Sarah aveva a che fare con estranei in casa, nemici nell'ombra, quelli che le hanno servito la gogna.

LE 14 GIORNATE DI MILANO

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L’Italia di Berlusconi trema. A Milano, ballottaggio a parte, è stata una Caporetto per il centro destra. Giuliano Pisapia ha surclassato Letizia Moratti, pur sindaco uscente e forte dei consensi lombardi. Con il 48,04% l’esponente del PD rischia davvero di vincere anche il ballottaggio, visto che la Moratti deve recuperare 6 punti e mezzo di solo per appaiarlo, ben 9 punti per vincere. Il dato certo è il calo di preferenze personali di Berlusconi, capolista del PdL a Milano, che con 27.972 voti ha ottenuto un risultato al di sotto delle più funeste aspettative, quasi la metà del 2006. Nel ballottaggio del 28 e 29 maggio “occorre cambiare strategia”, afferma Letizia Moratti. Peraltro a Torino e Bologna la partita è già persa, mentre Milano, Napoli e Cagliari sono da giocare, con quest’ultima molto incerta. Dovesse arrivare la sconfitta nel capoluogo lombardo, molti pensano ad una caduta del Governo, di quelle che fanno rumore. La Lega sembra riavvicinarsi alle posizioni del Premier, ma in realtà è molto sottile il filo che tiene cuciti i rapporti. Così come impercettibile è il confine che separa il paradiso dall’inferno amministrativo. Nella situazione delicata in cui si trova il Paese in questo momento, tra processi per sexy gate, guerre nordafricane e tracollo di profughi a Lampedusa, subire l’ennesimo schiaffo dagli italiani consoliderebbe le posizioni di detrattori e opposte fazioni politiche. Il Partito Democratico, Bersani in testa, gongola leggendo i risultati delle amministrative e non credendo ai suoi occhi. La Finocchiaro, capogruppo PD al Senato, parla di “schiaffo rifilato a Berlusconi e al suo Governo”. Intanto nella regione Lazio sono molteplici i comuni dove il centro destra è riuscito a prevalere, su tutti Castel Madama e Monte Libretti, dimostrando come non tutto il Paese ha recepito la “campagna mediatica contro” a discapito del leader del Popolo delle Libertà. Ragion per cui lo Stato Maggiore del partito azzurro ha deciso di far quadrato per portare alla vittoria Letizia Moratti a Milano: una città che attende il suo destino, che si compirà in due sole settimane. Quattordici giorni decisivi, si ha l’impressione, non solo per il futuro di un capoluogo, ma addirittura di un Governo e di una alleanza. Le giornate di Milano hanno lanciato l’ennesimo countdown al Governo Berlusconi, il più vituperato e bersagliato da quando il Premier ha iniziato la sua avventura in politica.

FARE LA GUERRA PER LA PACE? È COME FARE L’AMORE PER LA VERGINITÀ

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Mille morti per ogni uccisione a Brega. Questa la minaccia di alcuni imam a Tripoli, nella conferenza successiva al raid aereo della Nato che ha portato al bombardamento della città libica. Anche l’Italia sarebbe tra gli obiettivi dei fanatici musulmani. Il nostro paese, per tutta risposta, chiede la fine dei bombardamenti, tanto che lo stesso ministro Maroni conferma: senza guerra non vi saranno neanche profughi. Una storia infinita quella dell’utilità delle guerre. Nel terzo millennio ci si domanda ancora se sia opportuno o meno combatterle, se risolvere atavici problemi di intolleranza religiosa con le armi, con il ferro e con il fuoco, possa essere la soluzione. Ci si chiede ancora se una guerra possa decretare una vera vittoria o solo sconfitte, più o meno grandi. I morti, i sacrifici, le razzie e la desolazione susseguenti ad un bombardamento, ad una incursione armata, ad un attentato e alle tante vendette non sono stati, non risultano tuttora e, probabilmente, non saranno mai sufficienti a dare una scontata risposta. L’uomo deve combattere per conquistare, deve uccidere per prevalere, deve sterminare per dominare. La storia ci insegna che per costruire la pace a volte c’è bisogno di tolleranza, compromesso e intelligenza. Fare la guerra in nome della pace è come fare l’amore per la verginità. Un ideale idiosincratico nei presupposti. Ora il nostro Paese inizia a tremare, a temere attentati, a rifuggire i luoghi pubblici di aggregazione sociale. L’attentato per vendetta è dietro l’ angolo, il Governo è cosciente del pericolo. Ma ciò che lascia atterriti da disarmante sconforto è la consapevolezza nella popolazione di quanto sia inutile l’intervento armato in talune regioni del mondo. Se in quei luoghi non vi è il rispetto della vita, potrà mai esserci il rispetto delle religioni e della democrazia?

CHE FINE HA FATTO BIN LADEN

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Morto Osama Bin Laden, il Mondo tira un sospiro di sollievo. Non e' un sentimento cristiano quello che anima le discussioni immediatamente successive alla notizia della scomparsa dello sceicco del terrore. Notizia, peraltro, data in maniera trionfalistica dallo stesso Barak Obama. Si pensa subito all'11 settembre 2001, dieci anni fa. Il disastro delle torri gemelle, oltre seimila morti, l'America e tutto l'occidente colpiti nel cuore della propria fierezza, del proprio progresso ed agio economico. Si pensa alle famiglie delle vittime, alla guerra in oriente, alla caccia al leader di Al Qaeda, a Ground Zero. Per questo la fine di un uomo solo viene associata al termine di un incubo. Ma la soddisfazione del presidente degli States nasconde qualche ombra. Le prove testimoniali della morte di Bin Laden non vengono rese pubbliche. Le foto sono nascoste, il corpo occultato in fondo al mare! E adesso in ogni angolo del pianeta sorgono molteplici interrogativi: perché gli americani, che avevano sbandierato ai quattro venti le immagini del corpo di Saddam Hussein, stavolta si dicono così attenti al comune senso del pudore ed evitano di mostrare il cadavere martoriato di Bin Laden? Ma sara' davvero morto il terrorista delle Twin Tower? Era davvero lui in quel rifugio pakistano? Poteva davvero vivere in quel buco, lui abituato agli agi e ai fasti che il suo immenso potere e denaro potevano consentirgli? A cosa mira la Casa Bianca? Perché una notizia del genere, data in questo momento? Possibile che Barak Obama, per riacquisire la credibilità perduta (e i voti degli americani che non credevano più in lui) abbia voluto riguadagnare terreno al Congresso con un annuncio a sensazione? Tutto e' possibile. La verità resta comunque appannaggio di pochi. Al popolo, come al solito, arriva quella versione edulcorata che mira a preservare il pacifico percorso della democrazia mondiale. Alla stampa, il compito di tradurre i dubbi in alternative e comprovate soluzioni frutto di inchieste dagli share senza precedenti.

WOJTILA, IL PAPA DEI GIOVANI

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Il Papa buono, quello dei viaggi, della simpatia, della speranza per il mondo, soprattutto dei giovani. Karol Wojtila si appresta ad entrare nella storia del cristianesimo moderno, con una beatificazione a tempo di record e, a detta di molti, con la santificazione alle porte. Roma bloccata per due giorni, un milione di pellegrini accorsi nella Citta' eterna da ogni angolo del pianeta, oltre duecentomila romani scesi in piazza San Pietro e dintorni a vivere l'evento dell'anno. Sul Grande Raccordo Anulare i display luminosi, prima volta nella storia, indicavano i parking nelle varie uscite a disposizione degli stranieri accorsi a salutare Beato Wojtila; in testa una sola grande scritta ad indicare la causale di solito riservata a traffico e incidenti: Beatificazione! Una congestione cattolica senza precedenti, con tanti giovani a cantare l'inno alla fede insegnato loro da Karol, Papa Giovanni Paolo II, il Papa Buono. E poco importa se dal sagrato della Basilica di San Pietro scenderà il suo successore, più di un lustro di pontificato, Papa Ratzinger, mai troppo amato, esile portatore di una pesante eredita', un fardello troppo ingombrante per chiunque, figurarsi per un uomo pur illuminato filosofo, ma avvinghiato nella spirale della polemica e dello scandalo. Di Wojtila, purtroppo, ce n'era uno solo. Se ne accorgono i fedeli, gli uomini di Stato che ancora conservano gelosamente una sbiadita foto col Sommo Pontefice venuto dalla Polonia, lo sanno i popoli lontani dal fulcro della cristianità, ne sono consci quanti sentono la mancanza di un messaggio di pace, di solidarietà e amicizia. Una beatificazione arrivata il primo maggio, festa del lavoro, di quell'esercizio di vita che rende onorevole un uomo e la sua famiglia, quell'onore e quella dignità perduta da troppi popoli, mai riacquistata perché mai cercata. Un onore che Wojtila sparse a piene mani sul capo di chi attento' alla sua vita, perdonandolo. Un messaggio di dignità che servirebbe alla pace nel mondo, a cominciare dalla difesa dei deboli, per continuare in un gesto di clemenza verso quanti hanno più volte sbagliato.

SPOSINI LOTTA TRA LA VITA E LA MORTE

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Giacca e cravatta, stile compito, pacato e pungente, preciso, attento e soltanto velatamente ironico. Era questo Lamberto Sposini. Non ce ne vogliano familiari e amici, ma il tempo imperfetto non vuole essere una iattura editoriale da ricerca giornalistica, scoop o presunta news inedita. Semplicemente un crudo realismo che impone di non credere all'impossibile. Dopo il malore accusato dal conduttore prima de La vita in diretta, dopo il suo ricovero, dopo l'operazione al cervello a causa dell'emorragia, mai più Lamberto tornerà quello di prima. La speranza e' di vederlo restituito agli affetti familiari, alla socialità, alla vita. Ma il professionista lascia il suo lavoro, come si conviene ai grandi, sul campo. Le sue condizioni risultano gravissime, versando in uno stato comatoso che desta enormi preoccupazioni nell'equipe medica dell'ospedale Gemelli di Roma. Le cause del tracollo potrebbero essere legate a stress o una semplice fatalità. Certamente a 59 anni Lamberto Sposini aveva ancora molto da dire, da chiedere e da insegnare. E i molti tifosi che sono rimasti sbalorditi alla notizia, che hanno mollato il matrimonio di William e Kate per occuparsi del volto di famiglia, della voce rassicurante di un amico del piccolo schermo, sono la testimonianza vivida dell'affetto che l'Italia prova per lui. Un unico grande abbraccio a sorreggere Sposini, uno sforzo comune nel tentativo di aiutarlo a superare la crisi, per rivederlo ancora vivo, con il sorriso discreto di un uomo intelligente e di classe.

MUORE INCINTA DI 2 GEMELLI, ERRARE HUMANUM EST…?

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Morta con in grembo due gemelli. Morta dopo otto mesi di gestazione, di sogni, di attese, di speranze per un futuro da regalare ai propri figli. Morta, e con lei spariscono per sempre le due vite cui stava per dare la luce. Un altro episodio di morte bianca funesta, svilisce e violenta un ospedale italiano. Una ragazza di appena 23 anni ha perso la vita a causa di un semplice intervento di routine, per un ascesso a una gamba. L’episodio si è consumato in un letto dell'ospedale di Scafati, comune del Salernitano. Ancora un nosocomio al centro di una inchiesta delle Forze dell’Ordine e della Magistratura. Ancora un evento dalla tragica conclusione, che lascia aperti interrogativi ingombranti sull’ efficienza della struttura sanitaria nazionale, sulla bravura e perizia del personale medico, sull’affidabilità degli ospedali pubblici e privati. Il pubblico, la gente comune, i cittadini commentano scuotendo la testa, increduli e con lo sguardo fisso e stupito, chiedendosi perché… Urlando dentro un dolore che non è il loro personale, ma che personalmente, intimamente colpisce chiunque. Il dramma di una famiglia ha avvinto l’attenzione e le emozioni di un paese intero, di una popolazione, di tante mamme, tanti figli che hanno paura; quella paura che prima o poi possa toccare a loro. Che dagli errori non si impara, che errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Bisogna evitare di incorrere sempre negli stessi incredibili sbagli, soprattutto se in gioco vi è la vita di persone. Commentare a posteriori, prefiggersi cambiamenti radicali, miglioramenti, crescite professionali e azzeramento dei rischi dopo un evento tragico, dopo un incidente, dopo una morte, non ha senso. Bisogna prevenire, perché stultum est dicere: putabam!

PROCESSO BREVE, MALA TEMPORA CURRUNT

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Vince il processo breve. L’aula della Camera dei Deputati ha rilasciato il suo verdetto, controverso, combattuto, e alla fine contestato. Con 314 voti a favore e 296 contrari, l’allora disegno di legge a firma di Maurizio Gasparri è stato approvato tra urla e insulti, con le proteste dell’opposizione e la soddisfazione della Maggioranza di Governo. La definizione ufficiale è “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi”. L’ intenzione dei promotori del ddl vuole portare a garantire ai cittadini l’estinzione di un processo che si sia protratto troppo a lungo senza arrivare a sentenza, incentivando così una maggiore rapidità dei processi. I magistrati contestano questa finalità, parlando di naturali tempi di esecuzione, burocratici e non, strettamente utili ad addivenire ad una sentenza in maniera serena, senza pressioni mediatiche o strumentali, per un equo giudizio. Ma è pur vero che lasciare a bagnomaria giudiziale un imputato nella tempesta di una attesa che tarda a finire, non rispetta la dignità di una persona, di un cittadino, di un contribuente. La legge deve essere uguale per tutti, ma nessun capo d’accusa può essere dimostrato fino a prova contraria. Non si è colpevoli di nulla fino a che non viene documentato e ribadito in giudizio che esiste un reato. Nel frattempo, imputato, avvocato difensore e pubblica accusa si trovano a vivere in una dimensione parallela, fatta di carte bollate, tribunali e, nei casi estremi, di celle giudiziarie e di sicurezza. Con una unica eccezione: per le toghe si tratta di lavoro, per chi è sul banco degli imputati è vita. Non quella che desiderano, nemmeno quella che meritano, ma quella sorta di limbo, quel purgatorio che è la terra di mezzo, in cui ci si trova, obtorto collo, a fare i conti con la propria coscienza prima, e con la giustizia ordinaria poi. Quanto estesa possa essere questa “intermediate land” lo decidono troppo spesso poche persone, i magistrati e i cancellieri, i giudici e i burocrati. Non esiste l’ habeas corpus rivendicata dal sistema anglosassone del common law. Quindi, se il processo breve servirà a togliere potere a pochi per restituire dignità democratica al popolo, ben venga. Ridurre un disegno di legge ad un presunto abuso politico per una finalità ad personam, seppure l’apparenza e i fatti singoli possano far dubitare di questo, vuol dire dimenticare o far finta di non vedere quella che è divenuta, in Italia, regola e consuetudine consumata: l’archiviazione del caso, almeno fino a che “mala tempora currunt”.

IL MONDO È ALLA DERIVA, GLI UOMINI CON ESSO

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Bambini che piangono, che guardano inorriditi agli adulti, che non credono in un domani. Bambini che soffrono, che urlano, che muoiono. Una società che esercita violenza sui deboli, la nostra. Un terzo millennio iniziato in maniera tragica, con l’attentato delle Twin Towers e che sta proseguendo sulla falsa riga della follia, della perdita dei valori dell’umanità, dell’amicizia e della famiglia. Le cronache locali, nazionali ed estere danno in pasto ai lettori, al pubblico, alla folla, episodi di crudeltà e ignominia senza precedenti. Ultime in ordine di tempo lo stupro a danno di una bambina di 12 anni, complice timorosa della violenza subita, tacita assertrice di omertoso silenzio che ha dato alla luce una bimba, fanciullesca prova di vita da grande. Il papà ha compiuto lo scempio della giovinezza, ha perpetrato un reato non contro lo Stato, contro la legge o contro la famiglia, ma contro il sangue del suo stesso sangue, contro il futuro della sua genìa, contro quel soffio di vita dato alla luce dodici anni prima tra le lacrime dell’ennesimo miracolo dell’uomo, la nascita di una nuova vita. Altro episodio quello che ha fatto sobbalzare in gola per la paura di una trama cinematografica che prende corpo nella realtà: l’omicida seriale che fa a pezzi le sue vittime. E infine, la noncuranza, la disattenzione, la macanza di affetto e di valori che si nascondono dietro la morte del piccolo di 4 anni in provincia di Roma. Storie di vita interrotta, di trasposizione degli spazi, di emigranti e di intolleranze, di disadattamento e di mancanza di amore, senso civico, della famiglia. Un terzo millennio che non è iniziato bene, che è proseguito male, che rischia di terminare peggio. A volte vien da chiedersi se la natura, con i suoi terremoti, con gli tsunami, i maremoti e le stragi, non sia davvero meno crudele della degenerazione della coscienza degli uomini, spesso ridotti a schiavi di sé stessi, a belve feroci aizzate l’un l’altro dall’incancrenirsi degli ideali, ridotti a utopiche visioni di onnipotenza e di delirante potere supremo sul prossimo. Homo homini lupus…Ipse dixit! Aliud est celare, aliud tacere!

GHEDDAFI NON MOLLA, LA GUERRA DEI PERDENTI

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Ormai in Libia la situazione e' al tracollo. Le forze alleate si rimpallano la responsabilità della strage di circa quaranta civili a seguito dei bombardamenti. Myanmar Gheddafi reclama l'indipendenza del suo paese dal controllo straniero. Gli anarchico secessionisti chiedono a gran voce la caduta del colonnello e del suo regime. Intanto continuano i bombardamenti e gli eccidi, come se si trattasse di una simulazione. Non e' chiaro, purtroppo, a nessuna delle parti in causa, che in una guerra, per mezzo di una guerra, e in conseguenza di una guerra, non vi sono e saranno mai vincitori assoluti, ma tutti perdenti. Si riterrà vincitore solo colui il quale verrà riconosciuto quale perdente in misura minore, magari con perdite più esigue (ma non e' una regola, questa), e che verrà chiamato a disegnare un nuovo futuro in un paese che ne cerca uno da tempo. Gli sbarchi di clandestini in Italia, a Lampedusa soprattutto, sono solo un aspetto di trascurabile effetto del conflitto intestino che sta dilaniando la Libia. Una marea di migranti si sta riversando in Europa alla ricerca di quell'orizzonte che le guerre e i bombardamenti hanno ormai oscurato nel proprio paese, sulla propria terra.

L'ITALIA ACCOGLIE I PROFUGHI, DA SOLA...

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L'Italia e' invasa dai profughi. Tutta Europa chiede che il nostro Paese diventi solidale con i fuggiaschi nordafricani. Ma a Lampedusa, il "villaggio della solidarietà" come viene definito dal Governo, sono ormai tanti i fuggitivi che evadono dai centri di accoglienza alla ricerca di una meta nel settentrione, o addirittura oltre confine, in Francia o in Spagna. Intanto le forze politiche italiane fanno appello all'Unione Europea affinché giungano anche fondi oltre ai consigli per la gestione della situazione di emergenza. Intanto dal sud arrivano tanti segnali di amicizia e di vera fratellanza con i bisognosi emigranti. Purtroppo il nord Africa e' sempre più infuocato. Tanti i centri di belligeranza, con programmi di austerità sempre più pressanti che inducono i cittadini a lasciare le proprie terre in cerca di fortune all'estero. Da Roma e dal Lazio il governo regionale sta chiudendo le prospettive di accoglienza, limitando a mille il numero di persone potenzialmente ospitabili. Una presa di posizione ferma e decisa, che e' il primo sintomo di una programmazione a media scadenza che tenga conto delle endemiche difficoltà che sta attraversando il nostro Paese. Un segnale di intelligenza che andrebbe pubblicizzato e sostenuto da tutte le rappresentanze istituzionali italiane. Occorre guardare ai disordini limitrofi ai nostri confini senza pietismo di circostanza, ma con il serio intendimento di trovare un compromesso tra l'acredine sociale che esplode in manifestazioni di violenza e il desiderio di cambiamenti che conducano ad un futuro di pace. Intanto si cerchi un sistema di monitoraggio per il controllo delle presenze, onde evitare che la situazione sfugga di mano alle autorità preposte. Con la speranza che dall'intera Europa giungano cenni di comprensione e decisioni amministrative decise e solidali col nostro paese in piena emergenza. Una volta di più...!

FUKUSHIMA: CI SIAMO ANCHE NOI !

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Una nuova Chernobyl. A Fukushima c’è una fusione in atto: un nucleo sta sprigionando le sue mortali radiazioni a dispetto dell’intervento di decine di squadre di tecnici professionisti. E’ il risultato, questo, della tragedia che sta devastando il Giappone. Non bastassero le migliaia di vittime causate dallo tsunami, ci si mette il pericolo nucleare a minacciare il futuro delle nuove generazioni. Troppo lontano dai confini del nostro paese potrebbe obiettare qualcuno. Poco presente e reale la minaccia di effetti collaterali sulla nostra Italia. Troppe le migliaia di chilometri che ci separano dal “sisma d’Oriente”. Ma basta una sola riflessione a demolire l’intera impalcatura di pregiudiziali “precauzionistiche” erette subitaneamente e, forse, fin troppo ottimisticamente: Nel lontano 1986 anche Chernobyl fu reputata una boutade, quantomeno per la sicurezza nazionale. E invece l’intero globo terracqueo ne subì le conseguenze per decenni. Oggi Fukushima rischia di alimentare gli allarmismi partoriti dai sinistri presagi di presunti profeti. L’unica soluzione, ahi noi, è quella di continuare a fidarsi della nostra stessa capacità di apprendere e di adattarsi alle nuove circostanze. Mutevole è il corso degli anni, della scienza e della vita. Un nuovo ostacolo si frappone per l’umanità nel cammino verso il domani: Spalle inchiodate sul ruvido e freddo macigno della paura, hanno iniziato a spingere i giapponesi con tutte le proprie forze. Dietro a loro i Paesi confinanti offrono una sponda. Ancor più distanti, ma con sguardi attenti e preoccupati siamo pronti tutti ad allungare una mano per proteggere il nostro futuro. Anche l’Italia, fresca di centocinquantennio appena conclamato, nel suo piccolo ma grande disegno è pronta a muoversi in massa. E intanto spera.

NON E’ LA FINE DEL MONDO

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Una tragedia. La Terra si ribella. In Giappone il più grande terremoto della storia ha messo in ginocchio l’intero Oriente. Su tutte le coste dell’Oceano Pacifico è allarme tsunami: anche in California si teme l’ira del mare che nello Stato nipponico ha devastato e ucciso intere popolazioni. Impossibile stabilire il numero delle vittime, decine di migliaia i dispersi, sommersi sotto dieci metri d’acqua e fango. Ma il pericolo maggiore, ancora una volta, non viene dalla Natura, bensì dall’uomo. Quattro sono le centrali nucleari considerate in stato di emergenza, una di esse sembra sia stata danneggiata seriamente, tanto da consentire la dispersione di radiazioni letali. Come Hiroshima e Nagasaki gli effetti della terribile disgrazia andranno a gravare sugli anni a venire. Le guerre civili nordafricane, il conflitto in Oriente e le continue schermaglie disseminate su tutto il pianeta danno credito alla follia dei presunti profeti che puntano l’indice ad una data precisa: 21 dicembre 2012. Se non fosse per un irreversibile gravame di coscienza, irretita e intristita da questi ultimi eventi, bisognerebbe sorridere e fare spallucce al grido degli allarmisti dell’ ultima ora. Non prevalga in nessuno il sentimento di sconfitta. Bandito dai tavoli di lavoro delle istituzioni internazionali, il monito belligerante che aspirerebbe ad una soluzione immediata dei conflitti terrestri. In questo momento, in piena empasse sociale, moderato positivismo e desiderio di rinascita devono essere gli strumenti da cui partorire il soffio vitale della Fenice dell’umanità.

LIBIA, SI FERMI L’ EMORRAGIA

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Sangue e petrolio. Gheddafi terrorizza l’intero Occidente con una crociata scagliata contro il suo stesso paese. La sua gente urla, piange, combatte e muore per le strade. Lui minaccia rappresaglie, attacchi e attentati contro chiunque voglia avanzare pretese di giustizialismo entro i confini della Libia. Strategico il territorio, soprattutto in considerazione dell’ oro nero, il petrolio, che arricchisce il sottosuolo dello Stato che sino ad ora ha sempre governato. Il raìs sta mostrando il suo lato peggiore: guerra, bombe e mano armata levata contro i suoi stessi fratelli. E’ giunto ormai al termine il suo governo. Le reazioni sdegnose del resto del mondo condiscono la rappresaglia militare di toni esasperati e di condanna senza appello. Dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dalla stessa Italia si levano ferme le posizioni politiche assunte dalle Istituzioni in difesa del popolo libico. I bombardamenti perpetrati a danno dei civili, uomini donne e bambini indiscriminatamente, hanno provocato l’insorgenza di un perentorio biasimo. Ora si fa reale il pericolo di un margine prossimo, nel tempo e nello spazio, relativo a vendette o presunte tali dell’ ex leader libico nei confronti dei paesi limitrofi e dell’Italia in particolare. A giorni si conosceranno le intenzioni dell’ Onu e dell’ Ue sulla guerra civile che sta funestando uno dei territori strategicamente ed economicamente più importanti del Nord Africa. Piantare la propria bandierina sul suolo della Libia, a questo punto, otterrebbe la duplice valenza di un privilegio economico accreditabile e di un ingraziamento della popolazione locale. Altresì, meditando amara una riflessione, non si può prescindere dal considerare il tributo di vite versato in questi giorni un prezzo troppo alto da pagare in nome di una diplomazia che non ha più motivo di esistere. Se occorre intervenire, lo si faccia. Senza indugi. Un bambino, una donna o un padre di famiglia sono pronti a tendere la mano a quanti porteranno loro in dono un futuro.

YARA E SARAH DELITTI DI INFAMIA

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La piccola Yara è stata ritrovata. Il suo corpo è stato ritrovato … Purtroppo un’altra tragedia guadagna la ribalta delle cronache nazionali, un altro caso che scuote la nostra moderata società borghese infarcita di perbenismo e buone intenzioni. Dopo Sarah Scazzi anche Yara Gambirasio entra a far parte della sempre più folta schiera delle vittime dei demoni del terzo millennio. Sono questi i delitti mediatici, quelli che entrano nelle case degli italiani all’ora di cena, quando la famiglia è raccolta attorno ad un tavolo. Misfatti perpetrati sempre e comunque a danno delle fasce deboli, degli indifesi, degli innocenti. Cammino a capo basso, pensando: quante altre vittime dovranno abbattere mute il muro della civiltà? Quanti altri episodi di violenza occorreranno per asfaltare la strada dei pregiudizi con una nuova legislatura che garantisca la certezza della pena? A chi punta il dito contro la stampa e i media nazionali si rivolga prepotente un monito: pur ragionevolmente ammettendo che, a volte, fare informazione è ben lungi dal “fare notizia”, non si gravino i giornalisti di quell’onere che spetta invece alle Istituzioni. Chi leva la mano contro un debole e un indifeso deve essere passibile della peggiore delle sorti, precipitato nelle galere più oscure, nei bracci più duri, in compagnia di quel sostrato delinquenziale che, per primo, decide di fare giustizia da se contro chi si macchia di infamia e viltà.

LIBIA IN GUERRA, ITALIA TREMA

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La Libia è in guerra. Gheddafi dà l’ordine di sparare sulla folla dei manifestanti, che tra strade e piazze si riversano armati di slogan e non solo. Sono sempre più i piloti di caccia militari che si rifiutano di bombardare i ribelli, che atterrano a Bengasi e cercano rifugio, per non uccidere i propri fratelli. Diversi ambasciatori libici all’estero si dimettono, non riconoscendosi nel governo del proprio Paese. Ormai il nord africa è allo sbando, e il potere economico e strategico di paesi come la Libia diventano una miccia accesa sull’esplosiva indole di questi popoli, desiderosi di indipendenza, di libertà e di un futuro diverso all’orizzonte, migliore! In Italia iniziano a preoccuparsi il ministro degli esteri, Frattini, il capo dello Stato, Napolitano, e non ultimo il premier, Berlusconi. L’amicizia conclamata da anni con il popolo libico potrebbe diventare oggi un’arma a doppio taglio. Non si esclude che l’esilio dorato del rais Gheddafi senior possa avvenire in Italia, in una residenza nascosta e poco appariscente. A quel punto gli anarchici eleggerebbero territorio di caccia il nostro paese. Misure di sicurezza, clima e atmosfera di tensione, prime restrizioni ai maggiori centri storico artistici e culturali delle città d’arte sarebbero il preludio a uno stato di emergenza. Non fasciamoci la testa, ma certamente una pentola in ebollizione a pochi passi da noi non fa presagire nulla di buono. Se si aggiungono le sommosse algerine e tunisine, il quadro assume tinte forti e inquietanti. Come se non bastassero i problemi che già viviamo di nostro, in cui siamo bravi ad avvilupparci e dai quali il gossip ricama pagine e pagine da dare in pasto al pubblico sovrano. E se è vero che quando il gioco si fa duro… prevedo tempi grami.

ANCHE A SANREMO ARRIVA BERLUSCONI

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Inizia il Festival di Sanremo. Morandi all'Ariston gioca a fare il ragazzo, in mezzo alle grazie di Ely e Belen ci si trova a suo agio. Luca e Paolo si improvvisano spalle, quando spalle non sono, visto il protagonismo e il successo che li distingue da comparsate nostrane del piccolo schermo. Anche loro,come gran parte dei media e del Parlamento italiano, si elevano a “burattinai” del jet set politico nazionale: poco onorevole l’esibizione canora sulle note di Morandi-Cola, con la quale Luca e Paolo anfitrioneggiano la querelle Berlusconi-Fini. Tutti eleganti, in abito scuro e sorrisi smaglianti. Nel resto del Paese si pensa alla champions league, al processo del Premier, ai cassintegrati e ai piccoli reality del lunedì. Ma al Festival si fagocita tutto. Per una settimana l'Italia si veste di fiori e di musica. Si parla di canzonette e di potere mass mediale, con i conduttori a lanciare mode e strali dal retrogusto polemico pur di accattivarsi le simpatie di giornalisti e critica, prima ancora di quella del pubblico. Cresce la voglia di evasione, di semplicità e di quotidianità. Gli italiani vogliono pensare ad altro che non sia Arcore, villa San Martino e scomparse di bimbe e violenza su minori. Giunga quindi questo sessantunesimo festival a lanciare l'ennesima moda: quella di ignorare i fatti di Berlusconi e di guardare avanti, pensando solo ai propri,almeno da domani.

LA SALVEZZA DEI ROM È FUORI DALL'ITALIA

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Quattro bambini hanno perso la vita in un rogo, nella periferia di Roma, in un campo rom. La notizia ha fatto il giro del mondo, ha scosso migliaia di persone, ha messo a dura prova le istituzioni, che ancora una volta, sempre di più, cercano di riorganizzarsi dopo una tragedia. La burocrazia è lenta, ammoniscono da più direzioni. Occorre bonificare la maggior parte dei campi nomadi esistenti in Italia, metterli a norma e garantire sicurezza e un vivere civile. Si chiedono allo Stato quei poteri che, ancora adesso, risultano frammentati in una miriade di enti comunali e sovra comunali. Per prendere una semplice decisione, oggi, si deve convocare un tavolo di lavoro che riunisca diverse teste, esigenze plurime e carte bollate a non finire. A volte lascia pensare come nel nostro Paese si arrivi ad invocare un commissario straordinario alla gestione di un ente, sì da riunire il potere decisionale nelle mani di una sola persona, per accelerare i tempi di intervento. Risolutezza, determinazione e celerità dovrebbero essere le armi per affrontare l’emergenza rom. Risolutezza e celerità nello smantellamento dei campi attuali, pericolosi, covi di delinquenza e di precarietà igienico sanitaria; determinazione nella chiusura delle frontiere, nel controllo dei permessi di soggiorno, nell’espatrio dei fuori legge e nella garanzia della certezza della pena ai trasgressori. Poi il pensiero va alle giovani leve, a quei bambini nomadi che si adattano in poco tempo alla nuova realtà che offre il Bel Paese. Vivono una breve, a volte brevissima fanciullezza; credono che il mondo sia formato da quattro baracche scalcinate e dall’esigenza di sopravvivere a qualunque costo. Respirano il terzo millennio attraverso lunghe camminate alla ricerca di un’occasione, di una manciata di spicci, di un gesto furtivo o di ore interminabili ad un semaforo a lavare vetri. Poi l’oscurità li riporta nel proprio mondo, fatto di freddo, stenti e violenza. Crescere con questi crismi proverebbe chiunque. Morire in questi patimenti, all’affannosa ricerca di un sole caldo e luminoso, è sconfortante, disarmante, ferocemente ingiusto. Non si può togliere la vita ad un bambino con un tizzone ardente. In un mondo civile si deve impedire. Nella nostra Italia occorre un freno, un colpo di spugna, non solo per salvare la nostra società da un pericolo microcriminale, ma soprattutto per recuperare tanti rom dalla loro apnea, e restituire loro la dignità di vivere.

UNA DIGNITOSA ESISTENZA, LA NOSTRA…!

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In tempi in cui ci si occupa delle sottane dei parlamentari come fossero il perno su cui si regge l’equilibrio di bilancio del Paese, gli italiani continuano a vivere la propria dignitosa esistenza, con qualche nota di riflessione. Su tutte un paio non guadagnano la ribalta delle cronache, almeno non di quelle nazionali, ma a me sembrano degne di attenzione. Nell’avellinese un pensionato vive momenti di sconforto e di tremenda sfiducia nel suo Stato. Accusato di evasione fiscale, reo di non aver pagato 147 euro (!!!) all’erario, complice la disattenzione del proprio commercialista, è stato tratto agli arresti per tre mesi. No, un attimo… Non parliamo di domiciliari cari lettori, ma di prigione vera, camera di sicurezza presso la locale Stazione dei Carabinieri. Di evasori ce ne siamo occupati molte volte, dai più illustri come i campioni dello sport a quelli della finanza nostrana, ma di arresti veri non ne ho memoria. Mi scusino coloro che invece riescono a buttare su un foglio un paio di nomi oltre quello appena descritto. Altro caso che non riesco a dipanare nella società del buonsenso e della tutela del cittadino contribuente: Siamo a Roma. Una signora invalida al 100%, costretta a lunghi e spossanti cicli terapeutici, riceve la comunicazione di fermo alla propria vettura. La multa risale al 2001, 10 anni or sono. Per chi vive la propria indipendenza un colpo alla dignità in un momento di autentica difficoltà. Indagando tra le carte stipate sul fondo di un cassetto impolverato la protagonista della sfortunata vicenda scopre che nel 2006 la multa era stata pagata. Allora chiede alla società di riscossione del credito di togliere il fermo alla vettura, visto che le serve per le terapie e gli spostamenti da un ospedale all’altro. Ma qui l’amara sorpresa: Le è stato consigliato di aspettare un paio di settimane, di tenere duro (!!!), perché la burocrazia è lenta e non è possibile ottenere subito la risoluzione del fermo… Mi appoggio con i gomiti sulla mia scrivania, guardo lo schermo del computer, rileggo queste righe e con amarezza scuoto la testa. Ma è questo il mio Paese? Non vi riconosco uno Stato civile, democratico, sociale e umanitario. Vi vedo una macchina burocratica al potere, fredda e insensibile, con 60 milioni di omuncoli che avvitano ciascuno il proprio bullone, senza sorridere al compagno di banco, deridendo invece chi si sforza di guardare al domani…e magari non ci riesce!

LA NOTIZIA: BERLUSCONI, SESSO E SOLDI

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Ruby ha confessato. Ruby è stata a casa del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ruby ha ricevuto dei soldi dal Premier, è andata a casa e ha cambiato vita. Ruby ringrazia tutti i giornali italiani, i politici anti berlusconiani, i media nostrani, i curiosi e in ultima analisi, tutti i contribuenti che pagano il canone Rai che si occupa dello “scandalo” del sexy gate all’italiana. Eh si, perché in realtà si tratta di uno scandalo. Quello di occuparsi di tutto meno che dell’amministrazione del nostro Paese. Ci si occupa dei vizi privati di un uomo che è libero, non legato sentimentalmente, che governa tra mille difficoltà economiche, e che viene messo alla gogna per tutto meno che per quello per cui 20 milioni di italiani lo hanno votato. Ruby ha lanciato uno strale contro i Pm italiani, affermando che ci sono parecchie ombre sulle intercettazioni su cui poggiano le fondamenta dello scandalo. Una ragazzina da poco maggiorenne che ha già ottenuto tutto quello che voleva: soldi, fama e popolarità. Un monito freni gli istinti investigativi, o presunti tali, di giornalisti, o presunti tali: le teenager italiane stanno imparando la lezione. Per vincere nella vita, quella del nostro Paese, non serve studiare. Basta un soffio di spregiudicatezza, condito dalla conoscenza di un giornalista e di un politico, per scalare le posizioni sociali e affermarsi. Viva l’Italia, il Paese delle occasioni, delle prese in giro e delle gogne mediatiche. Ci fosse tanta accortezza e dedizione anche nelle inchieste economiche la recessione guadagnerebbe punti percentuali in un trend di crescita immediato. Ma serve la notizia, e in Italia occorrono i soliti tre ingredienti: Berlusconi, sesso e soldi. Meglio se tutto insieme!

MIRAFIORI: IL REFERENDUM DICE SI ALL'ACCORDO

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Vince il si per l'accordo separato a Mirafiori. La spunta la Fiat e soprattutto Marchionne. La Fiom, sindacato dei metalmeccanici, chiede la ridiscussione di alcuni punti messi in causa nel referendum, il diritto allo sciopero su tutti. Intanto la vittoria del Si consente di avviare quell'impegno di finanziamento rispondente a 20 miliardi di euro. Da meta' febbraio gli operai dello stabilimento entreranno in cassa integrazione straordinaria per un anno, fino a quando la fabbrica non rientrerà a regime dal 2012. Per ora la produzione resta a singhiozzo. La preoccupazione che emerge dal referendum non e' tanto sulla vittoria e la sconfitta di taluni schieramenti, sindacali e aziendali: Quanto il ristretto margine di differenza. Il 54% non garantisce tranquillità alla Fiat. La rinegoziazione di alcuni punti e' dietro l'angolo. Ma il sindacalismo paventato a tutti i costi come l'unica difesa "all'oppressione operaia" non e' forse la soluzione migliore nel day after. Hanno votato tutti, impiegati e operai. Si e' deciso di dare fiducia alla manovra di Marchionne. Allora lasciamogli il tempo di lavorare, di stringere i tempi per gli impegni di finanziamento. La Fiat resta una fetta di storia italiana. Il referendum uno strumento democratico in mano a tutti. Rispetto anche per il 46% dei no, certo, ma a maggior ragione fiducia e credibilità per il si all'accordo.

NEONATO MUORE DI FREDDO

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Perché dare alla luce una vita se poi non si vuole dedicare la propria a crescerla? A Bologna il tragico epilogo di una storia fatta di solitudine, di ricerca dell'anticonformismo, di rigetto delle regole sociali e dei rapporti con il mondo. Una giovane clochard ha dato alla luce due gemellini lo scorso 13 dicembre, dimessa dall'ospedale Sant'Orsola il 29, ha visto morire impotente uno dei due il 4 gennaio di quest'anno. Venti giorni di stenti, freddo e agonia per il piccolo. Poco più di una settimana di vita di strada per chi alla vita si era appena affacciato. Un esile corpicino non poteva reggere il freddo dell'inverno senza un riparo. Era il quinto figlio che la donna metteva alla luce con tre compagni diversi. Allora una dannata domanda: se si e' deciso di vivere per strada, rifuggendo la socialità e le sue regole, per quale motivo giocare con il simbolo principe di una moderna società ortodossa, la famiglia? Vivere in strada deve avere dei vantaggi che evidentemente non conosco e non posso capire, ma tra i doveri c'è senz'altro quello di rinunciare a qualcosa della vita di prima, di quella esistenza che ha permesso al mondo di progredire, evolversi e andare avanti. Se oggi esistono i clochard, i barboni, lo si deve anche a chi lavora e ha lavorato per creare benessere e convenzioni sociali. Se l'Italia fosse stata abitata un secolo fa da 50 milioni di clochard, oggi non esisterebbe nulla di quello che vediamo, non avremmo catene commerciali e soprattutto alimentari. E' facile fare l'asociale in un mondo che ti tende sempre una mano. Il difficile e' rispettare le regole. Chi vuole vivere in solitudine e' libero di farlo, ma rinunci a tutto, anche alla parvenza di una famiglia. E soprattutto, rinunci al pietismo della cronaca e ai piaceri della carne. Ci sono di mezzo delle vite umane. Ci ha rimesso un neonato di venti giorni che lui, la sua vita, voleva viverla davvero!

MA QUALE CRISI, L’ITALIA…VOLA!

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Molti gli italiani che hanno trascorso il capodanno all’estero. La cosa mi consente di soffermarmi su una riflessione in merito. Freddo e gelo a Fiumicino, aeroporto Leonardo da Vinci, lo scorso 30 dicembre. In periodo di crisi e recessione economica, così come paventato e sbandierato ovunque da organi di stampa e professionisti del settore, non ci si attendeva la ressa e la congestione urbana che ha accolto tutti al Terminal 3. Centinaia, migliaia di persone frettolosamente avvolte dalla frenesia del check in, in concitata agitazione, tra urla, imprecazioni e sorrisi di circostanza, pregustando il viaggio imminente. Ma come… e la crisi? Allora mi informo meglio: un week end di capodanno, in una qualsiasi capitale europea, costa al turista italiano un minimo di 600 euro. E c’erano davvero moltissime famiglie all’aeroporto. Allora delle due una: o nelle ultime ore il Pil italiano ha subito la più brusca, improvvisa e fantastica impennata della storia economica mondiale, o gli italiani non sono poi così tanto in crisi. Tornando ai numeri, le statistiche parlano di oltre un milione e duecentomila persone dirette oltre confine. Facendo rapidi conti, il nostro Paese ha esportato all’estero quasi un miliardo di euro in turismo. E se l’indotto commerciale va di pari passo con gli scambi in entrata, la dinamica economica italiana non è poi così soporifera, addormentata e annaspante. Ma vuoi vedere che alla fine hanno ragione i nostri Ministri, che parlano di una veloce ripresa e del periodo buio che presto resterà alle spalle? Se così fosse la crisi non ci appartiene, perché l’Italia…vola!

A NATALE VINCE LA FAMIGLIA

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Natale equivale a famiglia. Famiglia da ritrovare, da abbracciare, da vivere e da ascoltare.
Riunirsi sotto l'albero o alla luce incerta e tremante di un presepe carica di significato anche un semplice augurio, un bacio fuggevole o una stretta di mano. Le favole raccontate ai bambini, i jingles natalizi, le strenne colorate e i dolci tipici: tutto contribuisce a colorare di magico una atmosfera resa dolce e conviviale dalla ricorrenza più celebrata al mondo.
A margine di questo buonismo sociale si inseriscono le tante storie di cronaca gettate prepotentemente sul tavolo degli italiani: Yara Gambirasio, Sarah Scazzi, le bombe alle Ambasciate a Roma, storie di paure, difficoltà, stenti e piccoli gesti d'eroismo o di grande amore. Il nostro Paese sa valorizzare la propria cultura dell'emozione come e meglio di qualsiasi altro. Alle soglie del 2011, a poche ore dal nuovo anno, non si dimentichino i sorrisi del passato, pur proiettati verso il desiderio di un domani migliore. Nessun futuro ha speranza di esistere senza un passato su cui fondare i propri progetti.
Attenzione quindi a gettare dalla finestra il vecchio. Non sempre quello che e' scomodo diventa anche inutile, molto spesso si soffre solo per il troppo amore, sempre, solo ed inevitabilmente guardarsi intorno da la reale dimensione delle proprie fortune.

NATALE, NONOSTANTE TUTTO

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In televisione non si fa in tempo a seguire una vicenda che la ressa delle informazioni ce ne presenta un’altra. Prima a Taranto Sarah Scazzi e la sua triste morte, poi il Tribunale, il carcere, gli assassini e la famiglia. Poi Yara Gambirasio a Bergamo, la sua scomparsa, le ricerche, le ipotesi. Il pericolo dell’emulazione ha portato una ragazzina di 14 anni, a Scandicci, a farsi un giro all’ insaputa della mamma. Un week end all’insegna della trasgressione, salvo poi ritornare a casa. Poi il voto di fiducia del 14 dicembre, che doveva essere un break point, un punto di non ritorno. E così non è stato. Ha vinto Berlusconi per pochi voti, è vero, ma l’esiguità del margine lascia adito ad intavolare discussioni sulla governabilità del paese. Neanche dal centro destra arrivano segnali di distensione: Bossi vuole le elezioni subito, senza indugi. Nel PD Vendola chiede le primarie e maledice l’alleanza con Fini, ora senza arte né parte e in cerca di conforto e di uno sguardo amico, anche all’interno di Futuro e Libertà, un partito ora con il marchio della sconfitta. E ancora le tragedie natalizie, come quella beneventana, con il rogo assassino che ha fatto strage di una famiglia. E infine la nuova manifestazione studentesca, prevista a Roma per il 22 dicembre, dopo quella della guerriglia urbana dello scorso 14. Stavolta si studiano percorsi e cinture di sicurezza. Stavolta si parla di cortei pacifici, di isolare i black bloc e dare voce solo agli studenti. Un clima di tensione aleggia sulla Capitale e sull’Italia. Il Natale arriva lo stesso, tra pochi giorni. Arriva inesorabile, mai come ora atteso pacificatore. E nella febbrile corsa al regalo e al cenone, il Paese resta incollato alla Tv, c’è lo spettacolo dell’Italia che urla, che lotta e che inveisce. Affianco all’albero e al presepe, si attende il Natale, nonostante tutto.

ROMA A FERRO E FUOCO

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Il centro di Roma è da ricostruire. Davanti a turisti provenienti da tutto il mondo, davanti a famiglie a passeggio, sotto gli occhi di bambini incantati davanti alle vetrine, sotto le luci di festa degli addobbi natalizi, un manipolo di teppisti ha messo a ferro e fuoco la città eterna. I black bloc hanno incendiato le auto in sosta, divelto i segnali stradali e infranto vetrine di negozi e banche. Neanche le camionette delle Forze dell’Ordine sono state risparmiate. Agenti della Polizia e della Guardia di Finanza sono stati aggrediti, privati di caschi e manganelli, trascinati in terra. E nella serata di martedì, quando nei salotti mediatici si cercava l’analisi della situazione, l’ attenzione è stata concentrata su una pistola sfoderata e non usata contro i teppisti. Una domanda su tutte, e spero che possa essere ritenuta provocatoria: Ma se un rappresentante delle Forze dell’Ordine non è legittimato a usare l’arma di ordinanza neanche quando viene aggredito da decine di criminali, trascinato in terra in spregio ad una divisa, quando può farlo? E in serata è arrivata anche la giustificazione dell’agente e del Comando Generale… Lasciatemi solo a riflettere, sulla mia poltrona, lasciatemi stendere le gambe e inarcare il collo, guardare il soffitto, scuotere il capo e sorridere amaro. Siamo il Paese delle buone intenzioni, del perbenismo di maniera, dell’ apparenza e dell’ipocrisia. Basta un teppistello poco più che maggiorenne (ma non è condizione necessaria) che alzi la voce, e il Governo reclina il capo. Ostaggi di chi strilla più forte, di chi sbatte i pugni sul tavolo, in strada o in Parlamento. E quel che è peggio, sembra che serpeggi un tacito assenso a questo spregio delle Istituzioni, sembra che quasi ci si stia abituando a venire presi a schiaffi da chi fa della guerriglia urbana il proprio credo. Certezza della pena e potere esecutivo alle Forze dell’Ordine: Magari è questa la ricetta per evitare di finire derisi sulle televisioni di tutto il mondo come un qualsiasi paese afflitto da guerra civile.

YARA COME SARA, PERICOLO EMULAZIONE

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Inquietante! Si cerca ancora la piccola Yara Gambirasio, e adesso, come si temeva, i sospetti si soffermano sulla famiglia. Come per Sarah Scazzi, prima le indagini partono da lontano, poi a cerchi concentrici si restringono, sempre di più, intorno al collo della famiglia, dei parenti, dei conoscenti, dei presunti amici. Cascine abbandonate, cantieri, pozzi dispersi, fondamenta di palazzi in costruzione: ogni posto potrebbe essere macabramente buono, utile a celare l’amara verità. A migliaia di chilometri di distanza stessa angoscia, stessi report, stesse inchieste mediatiche e stessi pudori familiari. La mamma di Yara si affretta a professare affetto per i suoi congiunti, salvo poi nutrire i dubbi di una donna che vuole solo riabbracciare la propria bambina. Nemmeno internet aiuta a sviare i sospetti, visto che la piccola tredicenne bergamasca davvero non aveva svaghi al di fuori dei soliti: famiglia e ginnastica artistica. Stessa strada, poche centinaia di metri da percorrere. Stessi orari, stessa gente. Vien da pensare che possa essere stata rapita, presa, avvicinata da qualcuno che conosceva. Di cui si fidava. Dal quale ha ricevuto odio e violenza in cambio. Un monito a chi esercita la nobile arte della cronaca: non si dia agio alla pratica dell’emulazione. Tanta pubblicità gratuita, tanti profili psicologici, tante scusanti sui mostri di turno, sulla “normalità” di chi fa del male, induce il male ad avvolgere i pensieri di chi teme la società, di chi vive ai suoi margini, di colui il quale cerca il suo angolo di mondo in cui vivere il proprio protagonismo. La cronaca sia inflessibile, severa e perentoria. La realtà si costruisce anche con l’ informazione.

NATALE ARRIVA IL 14 DICEMBRE

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La fine del mondo arriva il 14 dicembre, a dieci giorni dal Natale. Ormai ogni schieramento politico in Italia da i numeri. 85 deputati presentano una mozione di sfiducia, 314 sono pronti a votare, la maggioranza resta aggrappata a soli 6 indecisi. Ma il Governo italiano paga davvero questi protagonisti di una fiction pseudo politica? Pare di si, e pure parecchio…! Invece di votare gli emendamenti, i provvedimenti e le leggi all’interno del Parlamento, compaiono ovunque nei media nazionali a puntare il dito accusatore e senza fare autocritica. Tirare per il bavero il dirimpettaio non solo è diventato usuale, ma comodo, visto che ci si ritrova negli stessi salotti sociali all’ombra di un partito o di un leader a difendere il fortino. Tutti rimandano la decisione al prossimo 14 dicembre, data che farà da breacking point tra il vecchio che arranca e il nuovo che avanza. Ma intanto l’etere è soffocato, intasato, congestionato dal traffico di informazioni e moniti che vengono lanciati come strali nel cielo, avvisaglie di buone intenzioni o paventate prese di posizione: l’ importante è esserci, in un modo o nell’altro. Pugno chiuso in segno di sfida, piedi saldi e voce grossa: l’atteggiamento è lo stesso per chi attacca e chi difende, per chi vuole la secessione e chi preferisce lo status quo. Ma gli italiani, intanto, che idea hanno maturato di tutto questo tourbillon di numeri e certezze? Davanti al proprio televisore, di sera, stanchi per una giornata di lavoro, con la cena pronta e in tavola, i figli aggrappati teneramente ad una gamba e la suocera che urla di indossare le pattine… Ma quali numeri! Ma quando arriva questo 14 dicembre?

STUDENTI PROTESTANO: “RISPETTO PER LO STUDIO, NON PER L’ARTE”

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La protesta si leva alta, altissima, fino alla cupola del Brunelleschi a Firenze. Nei giorni scorsi erano stati “profanati” il palazzo dei Priori a Perugia e la Mole Vanvitelliana di Ancona, per dare corpo e senso, almeno nelle intenzioni, alla protesta contro la riforma dell'università. Stesso fine, scenario differente, identica matrice sociale anche per l’invasione di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica. Gli studenti universitari contestano, megafono alla mano, chi vuole impedire loro di costruirsi un futuro studiando. Non c’è rispetto per le giovani leve, per coloro che devono (o dovrebbero) costruire l’Italia del domani. Un vecchio adagio recita: non vi è futuro senza un passato. Forzando, ma non troppo, il concetto, potremmo plasmare un parallelo sillogistico: chi non rispetta il passato non rispetta il futuro. Non è alla gogna il motivo del contendere, la “res in fieri” della protesta, fin troppo manipolata da pochi interessati che guidano un esercito avviluppato dalla “spirale del silenzio”. Ma si detrae da queste righe la location, lo scenario di guerra eletto quale “cassa di altisonanza”, per catturare l’attenzione dei media, degli italiani, delle istituzioni. Profanare i tempi di cultura, quando milioni di turisti passeggiano per le strade delle principali città d’arte italiane, espone ancora una volta il nostro Paese alla derisione dell’intera Europa. A quegli studenti arrampicati sulla cupola del Brunelleschi un solo monito: se lo strale della protesta è rivolto al Governo, verso di esso si indirizzino le manifestazioni, evitando di esporre una Nazione al pubblico ludibrio internazionale. L’Italia può farne a meno. E lo stesso dicasi per la loro battaglia per il diritto allo studio, che di nulla si arricchisce ridicolizzando i nostri tesori d’arte.

TUTTA ITALIA VUOLE IL VOTO

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Sembra che ormai le elezioni siano imminenti. Alla Camera la Maggioranza è stata battuta due volte, in merito all’articolo 4 della ratifica delle modifiche al Trattato Ue che assegna all'Italia un seggio supplementare del Parlamento Europeo. Ma non conta il merito, conta piuttosto che Futuro e Libertà abbia votato con PD, IdV e Udc, contro PdL e Lega. Bossi ha insistito a più riprese per andare alle urne. Bersani ora è addirittura convinto che gli italiani siano pronti per dare loro la fiducia e toglierla a Berlusconi. Bocchino mette il Premier al muro e gli suggerisce le dimissioni come resa onorevole, almeno più della sfiducia palese. Il prossimo 14 dicembre se ne saprà di più, ma intanto le congetture politico istituzionali da guerra fredda si fanno largo in tutti gli schieramenti. Manca solo Di Pietro e il carrozzone delle proposte sarà pieno. Intanto l’unico veramente distante da tante polemiche pare essere proprio il Cavaliere. “Non ragiona… di lor ma guarda e passa”, come diceva il sommo poeta nell’ Inferno della Divina Commedia. Qui di divino purtroppo c’è poco, con milioni di italiani assorti alla ricerca dell’euro perduto. Di commedie, parimenti, ve ne sono fin troppe: in tv, sui giornali, sui campi di calcio e persino nella politica. Ma non si parli di inferno, visto che altrove, “lontano dal limitare di nostra terra” , c’è chi muore di colera riesumando i ricordi adolescenziali di manzoniana memoria, rivivendo l’incubo della morte bianca, del male da cui non si sfugge. Tutti vogliono il voto, dunque. E che voto sia! Almeno si potrà dare tregua agli amanuensi delle agenzie di stampa, da settimane in lista d’attesa ambulatoriale per il tunnel carpale, angariato dal logorio per l’eccessivo uso di tasti e tastiera in prolungata postura stakanovista. E noi si potrà tornare a parlare di Grande Fratello e di fuori gioco (si stava meglio quando si stava peggio, alfine).

ARRESTATO IL BOSS, LA TV SI ESALTA

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Arrestato il boss Antonio Iovine, detto ‘O Ninno. La camorra subisce un’ulteriore, nuova spallata alla sua struttura piramidale, alla sua economia, ai suoi traffici. Il cerchio si stringe al collo del macrocefalo delinquenziale, soffoca il bieco intendimento dei criminali organizzati fino a metterli all’angolo. Lo Stato inizia a fare luce sulle attività illecite che serpeggiano all’ombra dell’Istituzione. Le Forze dell’Ordine allungano le mani sui beni di mafia, ‘ndrangheta e camorra. Si parla di oltre tre miliardi di euro, un Pil di un paese medio basso, l’economia di un intero stato messa in mano a criminali. Il Ministro dell’Interno Maroni plaude all’ottimo lavoro svolto, evidenzia i numeri indiscutibili che fanno pendere la bilancia dalla parte dello Stato italiano e svela un retroscena: oggi i beni mobili e immobili sequestrati vengono utilizzati dal Forze dell’Ordine ed enti parastatali, non lasciati all’obsolescenza del tempo. “Bisogna dare un segnale forte alla criminalità organizzata” afferma Maroni. Bisogna evitare di fare del terrorismo giornalistico, aggiungiamo noi. Trasmissioni televisive in diretta nazionale ove si insinuano dubbi sulla liceità dell’operato della politica italiana, eventuali ma non comprovate collusioni con la criminalità organizzata, irrobustiscono ancora di più il ginepraio nel quale si nascondono i latitanti di annosa memoria. Allo Stato occorrono decenni per sbrogliare una matassa fatta di sottili asservimenti, collaborazioni tacite e assensi coatti. A chicchessia basta mezz’ora per demolire un castello di reti informative, magari con una provocazione che vuole essere solo l’input per alzare lo share. Il senso della responsabilità vada di pari passo con quello civico.

A ROMA 4 MORTI IN SOLITUDINE

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Roma – Quattro morti in poche ore nella Capitale. La cronaca piange la loro scomparsa sull’altare della morale a tutti i costi. Nella quasi totalità dei casi si tratta di clochard, tutti comunque sono uomini abbandonati a loro stessi, al proprio destino. Dietro l’angolo hanno trovato la peggiore delle sorti, quella fatta di solitudine ed emarginazione. Nel caso dei barboni il freddo è stato il giustiziere che ha calato la mannaia. Per il tossicodipendente un’overdose è stata fatale, come probabilmente la maggior parte delle persone coinvolte in affari di droga temono o addirittura sperano di finire. Il confine tra la vita e la morte, tra il sogno e la realtà, per questi individui, è spesso intrecciato di paura. Paura di restare da soli, di dover affrontare l’ignoto da soli, di non essere capiti e di non capire la società in cui si sentono spesso estranei. Quando muore uno di questi desperados del terzo millennio la cronaca li accoglie come il figliol prodigo, tra le braccia della comprensione, del compatimento e dell’affetto di un giorno. Purtroppo il tempo di una pagina scritta e letta, di un giornale abbandonato nel parco, di un foglio che vola nel vento, e il nome o lo spirito di questi sconosciuti tornano nell’anonimato. Un gesto soltanto, anche solo un sorriso per strada, gettato di sfuggita o rubato all’incedere del febbrile quotidiano, a volte può regalare un destino diverso, magari fatto lo stesso di solitudine, ma non di isolamento e incomprensione.

CALIFANO, UN POVERO DA 20 MILA EURO L’ANNO!

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Legge Bacchelli: queste sono le mentite spoglie di una ingiustizia senza precedenti. Franco Califano vi si appella per chiedere un vitalizio allo Stato Italiano. Grazie alla sua carriera, con i diritti d’autore riconosciutigli, percepisce “solo” 10 mila euro a semestre, ossia 20 mila euro l’anno, cioè 1666 euro al mese. Stavolta non ci siamo! Dice di non essere autosufficiente l’autore di “Tutto il resto è noia”. Dice di vivere in affitto e di non farcela. Al di là della simpatia per un artista vero che attraversa un momento difficile, il mio pensiero va immediato a centinaia di migliaia, che dico, milioni di pensionati italiani che “sopravvivono” con 500 euro al mese. A loro però non è dato lamentarsi. Anche loro pagano un affitto: la maggior parte vive comunque dignitosamente. Vita difficile la loro. Ma si scopre che con 1666 euro al mese è ancora più dura. Mi si consenta un sorriso amaro e una riflessione: con un benefit decisamente superiore a uno stipendio medio nazionale (poco meno di mille euro), Franco Califano potrebbe ridurre il proprio tenore di vita, magari affittare un appartamento con minori pretese, evitare i locali pubblici per pranzo e cena e iniziare a cucinare e provvedere a sé da solo, come fa la maggior parte degli italiani rimasti soli. Lo scandalo mediatico che coinvolge l’emozione della gente non deve, non può essere un “povero” che percepisce 1666 euro al mese, ma il fatto che sotto quella soglia ci sta quasi tutta l’Italia. E di una cosa sono sicuro: noi non siamo ancora il Terzo Mondo!

LETAME SULLA GIUNTA, FANGO SULL’ITALIA

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Letame sulla sede della Giunta Campania, a palazzo Santa Lucia. Le guardie giurate presenti sono state dotate di mascherine per sopportarne l’odore. Tragicommedia alla napoletana, direbbe qualcuno. Situazione grottesca esasperata all’inverosimile per il caso rifiuti di Terzigno, direbbero altri. In ogni caso, ennesima dimostrazione di inciviltà, scarso senso civico e particolare predisposizione ad esporre il nostro Paese al ridicolo internazionale. Non bastassero le manifestazioni più o meno pacifiche delle scorse settimane, i cassonetti rovesciati in strada, i camion incendiati, i poliziotti malmenati, gli arresti di decine di persone, intervengono ora gli esagitati dall’impavido senso dell’umorismo: sconosciuti in motorino hanno gettato del letame su un segno di istituzione pubblica, amministrativa e sovra comunale. A questi sedicenti prodi centauri di letame armati, un monito importante e uno sguardo oltre l’orizzonte: il vile gesto di irrispettoso disprezzo verso un simbolo di autorità statale non credo porterà alla risoluzione della querelle relativa alle discariche napoletane; d’altro canto riuscirà senza ombra di dubbio a far sorridere il resto del mondo, che farà spallucce e scuoterà il capo deridendo mefistofelicamente e pensando: “I soliti italiani…!” Complimenti, dunque. Altra magra figura regalata oltre confine, altra occasione persa per dimostrarci un passo avanti!

BERLUSCONI È ETERO…!

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Il Premier Berlusconi è separato, quindi single. Il Premier Berlusconi frequenta le donne, quindi è etero sessuale. Il Premier Berlusconi è felice della sua vita, quindi è strano. Alla gogna Berlusconi, troppo normale per vivere in questa società. Ormai la notizia la si crea. Non bastassero le cronache di Avetrana o Cogne, l’Italia ha bisogno di uno scandalo al sole. Un Sexy Gate alla Bill Clinton per capirci. E quindi si pedina il nostro Presidente dei Ministri, si cerca nella sua spazzatura, si fanno foto alla sua casa, all’entrata secondaria, si spulciano i suoi amici, gli ospiti, i conoscenti. Ma quel che lascia interdetti, è come una diciassettenne marocchina, appena arrivata in Italia, possa creare tanto clamore con delle dichiarazioni solo perché nelle sue parole c’è il nome di Berlusconi. TG e programmi di intrattenimento nazionale dedicano alla notizia o presunta tale ore intere, spazi in prima e seconda serata, pur di fare audience. E la cosa che meno ci fa onore (parlo di nazionalismo) è che effettivamente i picchi di ascolto sono alti. E questa ragazzina, senza né arte né parte, si farà pagare alti cash per continuare a parlare in TV di una semplice storia di sesso e divertimento. In altri paesi avrebbero cassato la notizia alla fonte, pur di non esporsi al pubblico ludibrio internazionale. Da noi si crea l’indotto commerciale, l’evento, basato su poche parole e ingigantito, gonfiato all’inverosimile. Avevano ragione i nostri nonni… Si stava meglio quando si stava peggio!

INVASIONE STRANIERA IN ITALIA

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Cinque milioni di immigrati in Italia. Negli ultimi 20 anni sono aumentati di 20 volte: Oggi rappresentano il 7% dei residenti nel Bel Paese. Reazioni di disappunto, di paura e di intolleranza da parte degli italiani, che mal accettano la presenza di tanti stranieri sul suolo italiano. Praticamente su dodici persone uno è un immigrato, con la Lombardia che detiene il primato regionale, con il 23% del totale. In Parlamento si discute del Lodo Alfano, di Futuro e Libertà e dei dissensi tra Berlusconi e Fini. In Italia si parla di disoccupazione, di immigrazione clandestina, scafisti e ed episodi di razzismo o pseudo tale. Il cosmopolitismo che sta avvolgendo l’Europa, con l’Unione di paesi geograficamente lontani, culturalmente ancora più distanti, multilingue e multi religiosi, tende a sradicare etnie diverse dalle proprie tradizioni, dai costumi e dagli usi che hanno forgiato un popolo. In nome di una fratellanza solo presunta, solo paventata, soltanto pubblicizzata, mai metabolizzata, assolutamente lontana dall’ essere gestita come egida di tolleranza. Si continua a belligerare, si persegue nella competitività sociale, ci si mostra intolleranti e recalcitranti al progresso sociale. In Europa irrompe una americanizzazione a tutti i costi che prende piede solo in Italia, mentre in Germania, in Francia e in Inghilterra sembra viga una chiusura delle frontiere che preservi il PIL di cultura nazionale. Siamo alle solite: Paese di santi, poeti e navigatori… di mari altrui. Ma forse è il destino di chi è grande nella storia e nei ricordi.

CALCIO ITALIANO SCHIAFFEGGIATO IN EUROPA

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Bilancio finale: quattro sconfitte, due pareggi e una sola vittoria, quella dell’Inter, risicata e con tanta paura prima del triplice fischio. Qualcosa nel calcio italiano non va per il verso giusto. In Europa veniamo presi a schiaffi da chiunque, anche un Metalist qualsiasi può permettersi di mandare a casa senza punti la quarta forza dello scorso campionato italiano. Impensabile fino a qualche anno fa. Il calcio si sta evolvendo, crescono le nazioni che ci stanno intorno, i movimenti calcistici, le scuole e le giovanili. Il nostro Bel Paese vive di ricordi, si specchia in sé stesso, perde nei preliminari l’ Under 21 eliminata dal calcio dell’Est ed esulta per un pareggio in Irlanda con la Nazionale maggiore. In Champions Milan e Roma vengono surclassate nel punteggio e talvolta anche nel gioco da avversari diversi ma sostanzialmente superiori. La Juventus non va oltre il pari con il Salisburgo, formazione austriaca in palese difficoltà. Il Palermo subisce una lezione dal Cska Mosca in casa, davanti al proprio pubblico. Il Napoli si fa fermare al San paolo da un Liverpool rimaneggiato e che in Inghilterra stenta oltre misura. Il male oscuro è l’ostinata insistenza a vivere di ricordi. Oggi Spagna, Germania e Inghilterra ci sono superiori. I loro campionati sussultano ogni domenica, il nostro polemizza, alza la voce, sbraita e annaspa. In Europa esiste una cultura del calcio, esiste la cultura dello sport, l’ arbitro è solo un uomo super partes, i presidenti sono stimabili e i tifosi avversari da rispettare. Eh si, proprio un altro mondo!

AVETRANA AVVOLTA NELLE TENEBRE

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“Qui ci sono solo tenebre”. Ha ragione Concetta, la mamma di Sarah Scazzi, nel commentare l’ennesima svolta nelle indagini sul caso di Avetrana. Adesso anche Cosima Serrano attrice nella losca vicenda. La mamma di Sabrina Misseri e moglie di Michele, sembra essere coinvolta con reato di favoreggiamento, che in ambito familiare non è punibile (…!). Mentre la figlia urla forte attraverso le sbarre del carcere in cui è rinchiusa da venerdì, giorno in cui è stata “gravemente indiziata di concorso in omicidio”. L’unica certezza resta la morte, anzi, l’omicidio, il brutale e vigliacco assassinio della piccola Sarah. Si cerca la luce, nelle inchieste, nei moventi, attraverso le persiane di casa Scazzi, nel futuro di una famiglia distrutta, smembrata, divisa e gettata in pasto all’opinione pubblica. Ormai gli inquirenti sono vicini alla soluzione, sembra palese a tutta Italia, che sospetta di Sabrina, prima che di Michele Misseri. Che sospetta un atto di amore paterno alla base della atroce confessione. Che pensa al mostro, al carnefice, per non ricordare la vittima, la più innocente, incolpevole e inconsapevole protagonista suo malgrado. Un Paese a spiare attraverso le finestre di una abitazione, di quella che una volta era una casa, che ospitava una famiglia, ridotta a lugubre set di una squallida storia di violenza e livore, di bugie e mancanza di rispetto.

SARAH, L’UNICA VITTIMA…

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Ormai risulta un solo dato certo: l’unica vera vittima è la piccola Sarah. Cosa ci sia dietro le lacrime false o sincere, dietro i volti trafelati o enigmaticamente seri, crucciati, fissi nel vuoto, glaciali e distaccati, lo possono sapere solo i protagonisti dell’amara vicenda di Avetrana. Tutta Italia sta vivendo in maniera spasmodica, quasi ossessiva, il giallo che avvolge il piccolo comune di Taranto, senza capirci molto, lanciando ipotesi nel vuoto e attendendo sviluppi degli inquirenti. Comunque vada sarà un fallimento! Sia che risulti omicida Sabrina Misseri, sia che risulti il papà, sia che venga coinvolta una terza persona (la signora Misseri?), questa è una famiglia distrutta. Come la famiglia Scazzi, che si preoccupa di giudicare i comportamenti di giornalisti, inquirenti e amici, senza pensare al proprio dolore. Il fratello di Sarah è l’uomo ovunque, in questo momento è ospite di tutti i network nazionali. Ed era palese già dalle sue prime dichiarazioni che non poteva essere diversamente. A suo agio con le telecamere, anche a poche ore dalla scoperta del cadavere di Sarah. Si preoccupava dello scoop! Un mistero. La mamma della piccola a fine settembre disse di indagare sulla famiglia. Perché? Il padre è tornato a lavorare su nel Nord Italia mentre la figlia risultava scomparsa. Quanti l’avrebbero fatto al suo posto? Ma è davvero questa l’Italia che vogliamo far vedere all’estero?

…PREGA, L’INNOMINATO!

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Ha pregato…! Ha detto di aver pregato, lo zio di Sarah Scazzi. Ha detto di averlo fatto dopo averla brutalmente strangolata, alle spalle, vigliaccamente. E prima ancora di usarle violenza sessuale, non alla sua anima, che ormai era libera dalla pesantezza corporea terrena, ma alla sua carne, post mortem, come si usa nei più macabri riti satanici di feroce incomprensione. Un uomo che il profilo psicologico ha definito disturbato, solo e incapace di intendere e di volere. Ma chi pregava, costui? Si tenta la strada dell’infermità mentale presso gli avvocati della difesa. Si tenta, appunto. Il Tribunale dovrà stabilire quanta capacità avesse lo zio (non cito il nome per rispetto delle parole che stiamo vergando per la piccola Sarah) di macchinare un omicidio, di muovere intendimenti violenti, di sopprimere la vita di una ragazzina di quindici anni. Magari, come spesso accade nella giustizia italiana, verrà giudicato incapace di azioni violente perché afflitto da turbe psichiche che ne compromettono il normale svolgimento dell’attività volitiva. Magari è anche vero. Ma se gettiamo lo sguardo ai 42 giorni di agonia della famiglia Scazzi, intravediamo le dichiarazioni di tutti, incluso lo zio omicida. Notiamo quanta ipocrisia vi fosse in lui, e sgomenti capiamo quanto fosse riuscito nel suo intento: togliere la vita ad una bambina per chiuderle la bocca per sempre.

NASCE FLI, FUTURO NELLA LIBERTA' O NELLA LOGOPEDIA?

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Futuro e Libertà è ormai un partito. Gianfranco Fini nella giornata di martedì 5 ottobre ha ratificato la separazione in casa dal PdL e da Silvio Berlusconi. Ha affermato di non poter più restare “nel guado”, espressione metaforica di una scomoda posizione nella “Terra di Mezzo” che non consente di essere né maghi né cavalieri. Scopo nobile, quello degli ex aennini, per giunta dati al 7% dei consensi, quindi ai vertici dei partiti guida dell’elettorato italiano. Occorre far chiarezza, dunque, sugli obiettivi presi di mira dal presidente della Camera dei Deputati. E quindi, alla ricerca del quid politico di FLI, si incappa nella impossibilità di trovarne traccia, e programmatica e politica, almeno nel web. Con somma meraviglia, alla ricerca del sito web che ne potesse enunciare le linee guida, come per tutti i grandi partiti, italiani ed europei, ci si ritrova a studiare una associazione di professionisti sanitari della riabilitazione: FLI, Federazione Logopedisti Italiani, sparata in vetta ai motori di ricerca. Ma come? Che ci sia un voluto, velato riferimento al tentativo di restituire il Parlamento ai puristi della lingua? Il qui pro quo è di cervellotica ironia… O forse la decantata rottura mediatica resta tale e non esprime una reale volontà di separatismo politico, riducendo pochi screzi e qualche alzata di voce a un puro litigio tra innamorati destinato a risolversi con un abbraccio riappacificatore. Le linee guida di FLI, come del resto aveva già ampiamente ribadito in tempi non sospetti Silvio Berlusconi, sono state tracciate in campagna elettorale prima, e nel discorso del Premier alla Camera poi. I finiani restano per lo più fedeli alla volontà degli elettori. Fini resta fedele alla presidenza della Camera. Berlusconi a quella dei Ministri. Ma allora, la “rottura” palesata al Popolo Italiano, a cosa si riferisce? Qual è la sua entità?

UNA VITA NATA DALLA MORTE

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Il miracolo della vita prende corpo in 760 grammi di tenacia e di dolcezza. Si chiama Idil il nome della speranza, del primo respiro nato da una donna in coma. A Torino si sta realizzando un piccolo prodigio, un evento eccezionale di quelli che costringono a riflettere, che fanno sorridere, che aprono il cuore ad un desiderio di lottare. A farlo, per ora, una piccola creatura nata prematura, che nell’ultimo mese si è nutrita solo dell’amore della mamma, in coma, incosciente e quindi lontana dai primi calci e dalle sensazioni che un figlio in grembo sa dare. E Idil questo deve averlo sentito, deve aver poggiato i piedini e le manine sul feto, spingendo sulla pancia e aspettando la carezza di qualcuno. Il papà ci ha provato, ha dato sicurezza con il suo calore. Con lui un intero ospedale, infermieri e medici presenti, voci dolci che chiedevano un miracolo. E Idil ha risposto. Ha ormai trascorso la sua prima notte nel nuovo mondo, quello che l’ha voluta strenuamente. E lei strenuamente ha detto si alla vita. Ha allungato le sue braccia al cielo, appena nata, e ha urlato la sua incredibile energia vitale, commuovendo tutti i presenti in sala parto. La mamma è ancora assente, almeno clinicamente. Ma avrà seguito e gioito per i primi vagiti della sua piccola. Ora ha un motivo in più per lottare. Ora Idil chiede alla mamma lo stesso miracolo, chiede di essere abbracciata da chi le ha dato la vita. Da chi le ha dato forza per urlare e a cui ora urla di aver forza.

IL 28 ASSALTO ALLA BASTIGLIA DI MONTECITORIO

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Il prossimo 28 settembre si decide il destino di questo Governo, della Maggioranza di centro destra, dei dissidenti finiani e degli astanti indecisionisti dell’ Unione di Centro. Fiumi di parole, di dichiarazioni torrenziali che si riversano sul destino del Bel Paese, bagnano le certezze del Cavaliere, che non pare scomodarsi ad aprire l’ombrello della prudenza, tanto solide sembrano le sue convinzioni in un futuro senza urne. ‘Chi fa giochi di Palazzo si farà male’ ammonisce il Premier con l’ indice puntato a mò di bacchetta da maestro d’orchestra. Sembra di essere risucchiati nel vortice temporale che ci riporta agli intrighi di Versailles: la rivoluzione parte dal basso, dal popolo Deputato, formato da 600 anime più 300 del Senato che detraggono i fasti dell’ Ufficio Ministeriale Italiano, sfarzosa delega affidata a pochi, ma non accessibile a tutti. Allo scoperto sguainano la spada della polemica i Robespierre assisi sugli scranni di destra, al caldo delle grazie di Sua Maestà, sgomento e incredulo alla levata di scudi dei suoi ex fidi prodi. A movimentare le masse i sanculotti molisani, che brandiscono fieri l’ egida della loro professione di avvocati e artigiani alla ricerca di un crollo verticale dei numeri di Governo che anticipi l’ avvento del Terzo Stato, quando potranno vestire l’ austera feluca in contrasto con l’ abito barocco di clero e nobiltà. Provano gli esponenti del primo a tendere le braccia democratiche e cristiane verso l’ elettorato, con sorrisi e buone intenzioni farcite di moderazione e buonsenso; almeno quanto i secondi impettiti alzano il mento e voltano lo sguardo ai 35 ex cortigiani che hanno abbandonato la corte di Versailles stufi di essere solo un numero, nella speranza che il vuoto lasciato possa rendersi evidentemente seccante. A guidarli la moderna Maria Antonietta da Bologna, in tutto il suo splendore, con tanto di ventaglio e charme eloquiale, che palesa fermezza seduta ! sul suo scranno dorato. Ma se il giorno 28 fallirà la presa della Bastiglia e i numeri daranno ragione all’ Ancien Regime, allora non verranno fatti prigionieri, e la ghigliottina farà saltare qualche testa, ora come allora.

FIGLIA ALLA MOGLIE, PADRE SUICIDA

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Gli tolgono la tutela della figlia di sette anni, lui, il papà, tenta il suicidio. Dove può arrivare il dolore della perdita di un figlio? All’estrema conseguenza, l’atto più disperato e inconsulto che l’animo umano possa partorire: togliersi la vita! A Taranto stava per consumarsi una tragedia a conclusione di un colpo di martello giuridico su una sentenza forse troppo affrettata. Comodamente seduti su una poltrona, nel silenzio di una stanza, alla fioca luce di una lampada da scrivania, l’interrogativo prende corpo prepotentemente nel senno di chi legge una simile notizia. Possibile che il Giudice che ha affidato una bambina ad una mamma, togliendola all’affetto di un padre, non si fosse reso conto del legame profondo che esisteva all’interno di quel nucleo familiare? Per quale sacra scrittura si deve decretare la mamma come unica interprete e rappresentante pura della famiglia, come punto di riferimento dei figli, come beneficiaria unica dei loro affetti? Troppo spesso la figura paterna sottace il valore intrinseco di un amore infinito e non lo si nota, o non lo si vuole evidenziare. Il legame di un figlio, il sorriso di una bambina cresciuta tra le proprie braccia, il profumo dell’innocenza e della sperduta debolezza della propria prole, non tratteggiano una scala di valori di impari prospettiva: un figlio è il frutto dell’amore di due persone, due individui, due esseri che darebbero la vita pur di difenderlo. Entrambi, paritariamente. A Taranto si è sfiorata la tragedia per la leggerezza di una decisione…presa in un freddo tribunale. Uno schiaffo sul viso di un uomo, spalle voltate al suo amore, polvere gettata su un cuore che non sapeva più chi avrebbe dovuto amare in una vita percossa e ferita dal martello di un giudice.

FRATELLI D’ITALIA…

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La Nazionale esiste, batte un colpo, respira e gioisce braccia al cielo. Fieri di essere italiani, stavolta. Cinque gol e tanta speranza regalati ai prossimi mesi, ad una classifica che ci vede primi dopo che un giurassico è passato dall’ultima vittoria. L’Italia ha il volto di Antonio Cassano, dell’epurato eccellente, del marito estivo e del fresco padre. Un sorriso guascone accoglie gli abbracci dei compagni, che a turno ringraziano il fantasista barese. E ora giù sentenze e strali lanciati contro la vittima eccellente, fresca di suoneria telefonica a corredo dell’inno della disfatta: Marcello Lippi. “L’ assenza di Cassano si è fatta sentire”. “Bastava questa nazionale a qualificarsi”... Un appunto, o una serie, da gettare sul tavolo delle detrazioni gratuite: Mancava non solo Cassano alla nostra Italia. Mancava Pirlo, mancava Buffon e soprattutto, davanti c’erano nazionali qualificate alle fasi finali di un Mondiale; non le Isole Far Oer, che in tutta la loro storia hanno ottenuto una vittoria e un pareggio, insieme a una valanga di sconfitte e un oceano di gol incassati. Non si sviliscano i 6 punti ottenuti in due partite, ma non si esaltino interpreti di gare che se fossero finite altrimenti si sarebbe gridato allo scandalo. In campo avevamo noi 11 paperoni, straricchi, strapagati e stracoccolati. Loro, le isole Far Oer erano preoccupate per l’orario del triplice fischio finale, visto che l’indomani molti dei titolari sarebbero dovuti andare a lavoro, uno di essi addirittura come panettiere, senza passare neanche da casa per cambiarsi. Oggi fratelli d’Italia, quindi. Ieri cugini alla lontana del tricolore. Domani, si spera, figli del buonsenso e della moderazione.

MEDICI, CASTA ASOCIALE...

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Troppi morti in ospedale, troppe liti, troppi alterchi sbattuti in prima pagina, tra l’indignazione della gente. A Messina due dottori litigano in sala parto, mentre la puerpera è in travaglio. Risultato: la mamma ha perso l’utero, asportato d’urgenza, il figlio ha subito una menomazione e due arresti cardiaci. A Roma altro caso, stavolta il neonato perde la vita dopo una agonia di qualche giorno. Anche qui lite tra medico e ostetrica. Ancora a Messina il policlinico versa in uno stato di degrado igienico passibile di denuncia. E a questa ci hanno pensato i Nas siciliani, che hanno rinvenuto farmaci scaduti e un pipistrello morto in una camera sterile. Ma cosa accade alla sanità italiana? L’interrogativo esima la stragrande maggioranza di professionisti che ogni giorno si dannano l’anima pur di riuscire a strappare un sorriso a chi tende loro una mano. Ma una percentuale pur esigua, rischia di rovinare la reputazione dell’intera categoria. I medici un tempo erano una casta, uno spaccato sociale ridotto e indispensabile, degni di onore e stima. Oggi vengono additati a protagonisti dell’ennesimo fatto di cronaca. Dovrebbero vivere il prestigio del camice bianco, sacrificando la propria esistenza, il proprio tempo libero, a volte la propria famiglia e gli affetti. Oggi si scoprono esseri deboli, tirati per il colletto della camicia da genitori affranti e addolorati. Sarebbe delittuoso pensare a medici che, alzando lo sguardo dalla scrivania, non vedessero più davanti a sé delle persone, ma numeri, statistiche e appuntamenti da evadere. Allora una considerazione su tutte: siano gli stessi professionisti a scalzare gli immeritevoli dallo scranno medico, non si attenda l’invettiva pur giusta del Ministro di turno. Quando arriva, la cronaca ha già pianto l’ ennesima vittima.

CAMPO NOMADI CREMATORIO

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Muore un bimbo di tre anni in un campo nomadi alla periferia di Roma. Il caso diventa nazionale, sia per la giovanissima età della vittima, sia per la dinamica che per la crudeltà dell’incidente. Il piccolo è morto bruciato nella precaria abitazione, dopo che i genitori, entrambi ventenni, avevano tratto in salvo l’altro figlio, appena nato. Tra le macerie le lacrime dei vicini, dei genitori, degli amici e lo sconcerto della Forza Pubblica e delle istituzioni. Cordoglio da parte della Politica e dei vertici dello Stato. Ora le indagini dovranno stabilire le cause, per quel che potrà servire. La baracca, perché di questo si trattava, è andata a fuoco a causa delle candele, accese per tenere lontani i topi dai letti. Allora occorre un attimo di riflessione: schiena alla poltrona, braccia conserte, capo reclino e occhi chiusi: poteva essere evitata questa tragedia? La nostra Italia è spesso contrita per morti straniere. Per i motivi più disparati. Incidenti, liti passionali, intolleranze razziali e crisi religiose. Una altissima percentuale, troppo alta. Qui non si bandisce la tolleranza, la fratellanza dei popoli e la solidarietà verso i meno fortunati. Qui si mette alla gogna il buonsenso. A chi scrolla le spalle e afferma che poteva capitare a chiunque ricordo stizzito che in nessuna casa italiana, benestante o popolare, può scoppiare un incendio mortale a causa di una candela. I campi nomadi che costellano le grandi città non sono un atto di pietosa ospitalità del nostro Paese, ma un segno tangibile di noncuranza e di disinteresse. Accogliere stranieri sul suolo patrio relegandoli in periferie malfamate e infestate è deplorevole e meritorio di delazione: un Paese costruisce la sua civiltà sul rispetto sociale!

GETTA GATTINO NEL SECCHIO

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Mary Bale, al secolo la strega della sacra inquisizione, caricaturale artefice dell’idiosincratico rapporto tra talune persone e gli animali. A Coventry in Inghilterra, ha gettato un gattino nell’immondizia e chiuso il coperchio. E dopo ha detto: “Era solo una bestia”. Sono tanti i quattro zampe che circolano per le strade. In Inghilterra, così come in Italia e nel resto del mondo. E’ facile imbattersi in una bestiola miagolante che vuole coccole e carezze, e che magari si avvicina impavida strusciandosi sulle gambe dei passanti. È meno facile trovare chi si ferma, in questa società che va di fretta, che fagocita i minuti come fossero secondi, le ore come fossero giorni, e assistere ad una tenera scena di amicale scambio di carezze tra uomo e animale. E’ altresì rarissimo scoprire chi si intrattiene ore con gatti o cani più o meno randagi, esaltando un legame atavico con Fido o con qualche felino domestico. Ma non è affatto raro scoprire che non tutti i randagi sopravvivono, che qualcuno li fa sparire, che non hanno protezione, ricovero, cibo e acqua. Nessuno o pochi si prendono la briga di preoccuparsi di loro, degli “homeless” abbandonati all’ addiaccio nel pieno della dura e delinquenziale vita di strada. Esposti ai soprusi di una Mary Bale qualsiasi, spesso passano inosservati non solo gli animali feriti, ma quelli uccisi, i loro corpi straziati dalle macchine sul selciato di un freddo asfalto. Dunque nessuna meraviglia, né spocchioso dissenso al video che ha fatto il giro del mondo. Certo, assistere ad un delitto invece di averne notizia mediata, ha un altro valore. Ma non è delitto, riprovevole crimine solo quel che si vede. Lo è anche l’indifferenza, la noncuranza, la fretta di correre la propria vita senza fermarsi a vezzeggiare un gatto di strada. E quando questi rimane vittima dell’uomo, l’altro uomo non alzi l’indice, ma dia uno sguardo dappresso, incrociando lo sguardo di un randagio. La mano va tesa in segno di aiuto, non di accusa o di sfida.

16ESIMA CONDANNA A MORTE NEL TEXAS

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E' stato ucciso, condannato a morte dallo stato del Texas. Peter Cantu, questo il nome del 35 enne americano, aveva violentato e strangolato due bimbe di 14 e 16 anni nel lontano 1993. Con lui anche 5 complici. Un autentico branco che scientemente aveva scelto la strada della bestialità. Oggi molte persone scuotono il capo e inveiscono alla brutalità della sentenza, della condanna, dell'esecuzione. Lungi da me proporre questioni etiche e morali sul valore della vita, sulla mancanza di umanità nel giustizialismo edulcorato da vittimismo e spirito di vendetta. Ma prima di puntare il dito contro i giudici texani, che sono giunti alla sedicesima esecuzione nel 2010, trentaseiesima negli Stati Uniti, troviamo un comodo angolo in cui sederci e riflettere. L'ignominia di una condanna a morte non e' la soluzione, non e' la risposta, non e' tantomeno la causa, ma e' certo la conseguenza di un atto criminoso, legato sempre ad un delitto efferato. Giudicare una persona degna di perdere la vita, vuol dire pensarla incapace di un reinserimento nella società civile. Anzi, di più! Vuol dire considerarla pericolosa per il prossimo, lesiva e gravante. Il nostro giudizio vada a braccetto con il nostro pensiero, dunque: la fiaccolata dei pietisti sulla sorte di Cantu illumini anche il dolore per la morte delle due giovanissime vittime, le lacrime delle loro famiglie, vecchie di 17 anni ma non per questo meno amare. Alla luce tremolante di una torcia si consumi l'etica fine a se stessa, e vi rinasca una Fenice di buon senso e spirito civile.

BERLUSCONI MEDITA, BOSSI IMPRECA

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Siamo alle solite. Nel Bel Paese non ci facciamo mancare proprio nulla. Quando tutto procede serenamente, senza attriti o frizioni nel Governo, si alza dal proprio posto lo scolaro indisciplinato e ne fa una delle sue. Stavolta la marachella arriva dal primo banco, e il maestro non può far finta di non aver visto. Fini vuole attenzione, c’è chi lo spalleggia e chi lo detrae. Il Premier all’inizio fa spallucce, ma quando il resto della classe inizia a rumoreggiare non è possibile continuare la lezione. Tirata d’orecchi all’ex primo della classe e libri chiusi. Bisogna decidere se ricominciare la lezione daccapo. Intanto dalle altre classi provano ad alzare la voce, a far finta di salire sul “Bounty”. Nessuno è convinto, però. La verità è che le elezioni anticipate, minatoriamente paventate da Berlusconi, nessuno le vuole. In un momento di empasse politica e difficoltà economica ci vuole una riflessione di austerity. Di Pietro sembra l’unico a voler tornare alle urne, potendo forse contare sull’appoggio di amici e parenti. Ma gli altri hanno tutti sguardi bassi. Il pericolo che Lega Nord e Popolo della Libertà infliggano una nuova, severissima e cocente sconfitta al centro-sinistra-destra (…!) è reale, concreto. A quel punto il Governo si reggerebbe su pochi nomi, uno sparuto drappello di uomini, sulla coscienza di due anime, forse una. A quel punto nessuno più al primo banco, tutti ad ascoltare la lezione, in silenzio, capo reclino sul libro e braccia conserte. Per almeno altri cinque anni…

CARABINIERE SUICIDA PER AMORE

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Si è ucciso per amore, perché la storia con la donna della sua vita aveva subito una brusca interruzione, perché si è sentito solo, indifeso, debole, senza speranze. A togliersi la vita un giovane carabiniere di 30 anni, originario di Napoli: si è sparato un colpo di pistola alla testa all’interno della caserma di San Casciano Val di Pesa, a Firenze. In un biglietto indirizzato alla ex fidanzata i motivi del suo gesto disperato, motivi legati al dolore troppo forte di una separazione prematura dalla donna amata. Una storia come altre, non tante per fortuna, gettata in prima pagina dalla mediaticità della notizia, veicolata e veicolabile a tutti i target di pubblico possibili, resa appetibile e maggiormente fruibile dalla presenza di una divisa, la più prestigiosa, quella nobile, temuta e rispettata. L’ intera Arma è muta, chiusa in un dolore inatteso, e per questo sorprendente e dirompente. Stavolta nessun indice puntato e nessuna promessa di giustizia per un crimine efferato perpetrato a danno di un giovane militare in servizio. Stavolta un dignitoso silenzio; labbra strette, occhi bassi e sospiri profondi. E’ scomparso un carabiniere, un professionista, un giovane uomo, con tutte le sue debolezze, i suoi dubbi, le sue paure. Un monito si erga solido e indubitabile dalle lacrime della famiglia di questo ragazzo: fare il carabiniere non è solo una istituzione, una professione, una missione o un lavoro. Essere carabiniere vuol dire riempire una divisa con valori e ideali, con sentimenti ed emozioni, e metterli al servizio della gente. Ma la divisa non può essere una corazza, una armatura o una maschera che protegga dalle insidie della vita. E’ solo un vestito, stoffa su un uomo semplice, che chiede alla vita solo di amare ed essere amato.

OSCAR SI RIAFFACCIA ALLA VITA

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E’ un giovane spagnolo e si chiama Oscar. Tradotto in italiano, Coraggio! La vita lo ha colpito con violenza, lo ha tramortito, gettato nella più profonda disperazione; poi gli ha teso una mano, una flebile speranza buttata giù da un balcone, come un filo di seta su cui arrampicarsi. Un filo sottile ed esile, sul quale ammucchiare tutte le speranze, fino a farlo diventare nel tempo, negli anni, una solida e robusta fune che sorregga tutto il peso di una tragedia consumata e onnipresente. Cinque anni fa Oscar fu coinvolto in un grave incidente stradale che gli sfigurò irrimediabilmente il volto. Da allora un calvario per lui, per la famiglia e per una cerchia di amici diventata sempre più piccola, ristretta, distante. Oscar è oggi il primo uomo al mondo a ricevere un trapianto integrale del volto. E’ stato finalmente dimesso dall' ospedale Vall d'Hebron di Barcellona dove era stato operato lo scorso 20 marzo. Durante una conferenza il capo del servizio di chirurgia plastica dell'ospedale, Joan Pere Barret, ha detto che il paziente ha superato due rigetti acuti nei quattro mesi trascorsi dopo l'intervento. Ha recuperato solo in parte la mobilità dei muscoli facciali e si spera che entro 18 mesi possa riacquistare tra l'80 e il 90% delle funzioni facciali. Oggi Oscar non chiude completamente gli occhi, non ci riesce, e non può muovere le labbra. Ma respira, senza ausilio di macchinari, come è stato costretto a fare per cinque anni. Respira… e vive! Un passo avanti nel campo della medicina, senza dubbio. Ma un monito è d’obbligo: senza queste persone, rese coraggiose dalla disperazione e disperate nel proprio coraggio, sole con sé stesse e con le proprie paure, l’abilità medica e le conoscenze sarebbero solo teoria. Ora la pratica vive su Oscar, un uomo coraggioso che torna a vivere, aggrappato ad un filo di seta.

HO CONOSCIUTO MINO DAMATO…

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E' scomparso un signore, un vero galantuomo, prima che un professionista e giornalista. E’ morto venerdì pomeriggio, Mino Damato, popolare giornalista e show man. Nato a Napoli nel 1937, si era dedicato negli ultimi anni ad aiutare i bambini in difficoltà, con azioni umanitarie che spesso sfuggivano alla mediaticità del gesto. E quindi ancora più lodevoli. Dopo l'esperienza nella carta stampata, Mino era diventato inviato per la Rai, realizzando molti servizi per il Tg1 da zone “calde”, come la Cambogia, il Vietnam e l'Afghanistan. Peccato che di lui resti celebre solo una sua camminata a piedi scalzi sui carboni ardenti durante Domenica In. Il sottoscritto ha avuto l’ onore di conoscerlo, di stringergli la mano, di guardarlo negli occhi. Eravamo in via della Pisana, nella sede della Regione Lazio. Lui era un consigliere, di quelli attivi, che lottavano per i diritti dei cittadini, soprattutto se facenti parte delle fasce deboli. Di lui ricordo lo sguardo intenso, piccolo, scrupoloso e imbarazzante. Mi offrì un caffè. Lo avevo invitato io. Ma insistette. Gli feci i complimenti, lui ringraziò quasi sorpreso. Parlammo del mestiere di giornalista, della discrasia idealistica con la politica, delle difficoltà ad imporsi sul mercato mediatico. Mi incoraggiò con una pacca sulla spalla, un sorriso accennato ma solare, che cominciava dagli occhi. Di quei sorrisi sinceri, veri, aperti. Quel giorno mi emozionai, gli strinsi la mano e ripensai al suo tono di voce garbato, discreto, elegante. Gesti e postura accompagnavano le sue parole, i pensieri, le azioni. Oggi ricordo questo, ricordo di aver incontrato un uomo che si è distinto nella vita con l’eleganza del suo pensiero. Con un mantello di cultura che teneva nascosto, salvo farne sfoggio in occasioni speciali, quando serviva agli altri, ai suoi bimbi che avevano bisogno di lui.

I TORI COME I CRISTIANI AL COLOSSEO

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Undici feriti nell’encierro di San Firmin, in Spagna. Incornate all’ inguine, al costato, alle gambe e alle spalle, le persone che partecipano alla folkloristica corsa dei tori diventano sempre più numerose, attirate dal brivido adrenalinico della velocità, del pericolo, del sangue. Ma che significato ha questa manifestazione popolare violenta, molto mediatica, cruda, colma di colore e rumore, urla di gioia e di dolore, di eccitazione e di paura? L'Encierro (letteralmente chiusura), è un'operazione preliminare alla corrida de toros, che consiste sostanzialmente nel trasferimento dei tori dal recinto in cui vengono portati alcuni giorni prima dello spettacolo fino all'interno del corral, il recinto dell'arena, in cui vengono rinchiusi. Gli animali vengono guidati da un gruppo di cabestros che conoscono già il percorso e corrono loro davanti (fino a quando qualcuno non cade e viene colpito da corna o zoccoli). Il tracciato è obbligato, e il pubblico scende in strada, per quella che potrebbe considerarsi una prova di coraggio. Il branco di animali, mai numeroso, è costretto a percorrere strade anche cittadine, che di solito conducono alla plaza de toros. Più tardi, nel pomeriggio, si svolgerà la corrida. Insomma, come rendere spettacolare anche una semplice operazione di trasferimento di bestiame. Parlo delle persone ovviamente, non degli animali che, se potessero scegliere, si siederebbero certamente in balcone a guardare le migliaia di umani che corrono folli nelle strade a saltare, urlare e alzare al cielo i pugni per aver schivato il pericolo. Pericolo che una manifestazione barbara e crudele non affievolisce, ma dipinge di tinte forti con il supporto della comunicazione e delle immagini. Tanto da farlo credere addirittura suggestivo e folkloristico. Come i cristiani trucidati nel Colosseo dai leoni. Ma almeno lì erano ad armi pari…

RISSA ALLA CAMERA, SEDUTA SOSPESA

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Insulti, spintoni e pugni, non ci facciamo proprio mancare nulla! Non siamo ad una manifestazione belligerante, né tanto meno al vituperato stadio domenicale. Non siamo in strada durante un diverbio tra comuni cittadini, né in un quartiere malfamato dove le buone maniere sono bandite , pena l’estradizione sociale dal ghetto comunitario. Purtroppo, e sottolineo il mio rammarico, purtroppo! siamo in Parlamento, a Palazzo Montecitorio, nell’Aula della Camera dei Deputati della nostra bistrattata Repubblica Italiana. Nel luogo del culto della democrazia, dove si fanno le leggi, si esige il rispetto e si conclamano i diritti, nessuno ricorda agli eletti Onorevoli il diritto degli italiani di essere rappresentati da persone illuminate, scevre e lontane da logiche da basso borgo violento, con il dovere di lavorare per il proprio Paese, contribuendo a migliorarne la credibilità e il prestigio entro e fuori i propri confini. Così si scade nell’insulto, nelle vie di fatto, con pugni e spinte; morale: un deputato all’ospedale, altri con una denuncia sulle spalle, seduta in Aula sospesa, autostima dell’italiano medio sotto i tacchi, credibilità e prestigio agli occhi del mondo che fa la fine degli azzurri ai Mondiali. Partiti senza fiducia, tornati a casa senza decoro!

ADDIO AL GUERRIERO

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Il mondo dello spettacolo piange il suo guerriero. Una morte strana, assurda, quella del 36 enne Pietro Taricone, al secolo il vincitore morale della prima edizione del Grande Fratello, il reality più discusso e seguito in Italia. E’ morto dopo un lancio con il paracadute. E’ morto schiantatosi in terra, sulla pista dell’ aerosuperficie di Terni. Ha sbagliato i tempi del “gancio”, in gergo tecnico la virata che si effettua prima dell’atterraggio, che lo avrebbe dovuto portare a sfiorare la superficie. Doveva virare a 50 metri dal suolo, lo a fatto a 20, non vi era angolo per la tangente e l’ impatto è stato fatale. Un sorriso malizioso, un gergo di commistione tra napoletano e romano, che ne faceva uno scugnizzo istrionico pieno di verve e di simpatia. Ma soprattutto, Pietro Taricone, era un uomo, un compagno e un padre pieno di vita. Si separa da una figlia di sei anni e dalla sua donna, Kasja, bellissima e disperata. La tragedia va oltre lo spettacolo, il lato umano e sociale. La tragedia vuole essere maestra, vuole insegnare che la vita regala valori e toglie certezze. L’unica che resta al tramonto del cammino del “Guerriero” è la stessa di chiunque: il destino è lì che aspetta, a volte fatale esecutore, altre incolpevole spettatore. Sta ad ognuno di noi conviverci con saggezza, senza fretta, senza anticiparne l’arrivo.

MAREA NERA, UN DISASTRO ECOLOGICO-POLITICO

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Si parla di oltre 100 mila barili di greggio che ogni giorno si riversano nel Golfo del Messico. Si parla di soluzioni, di palliativi, di alternative. Si parla di un impegno di spesa pari a 22 miliardi di dollari, dell’impegno primario del presidente degli Stati Uniti Barak Obama, e delle responsabilità della British Petroleum. Forse si parla troppo… La situazione è terribilmente compromessa, l’ecosistema di una parte del pianeta è a rischio. La flora e la fauna di centinaia, migliaia di chilometri quadrati di mare e di spiagge stanno soffocando nella morsa nera. La politica si interroga, punta l’indice, lancia accuse, fa spallucce e scarica responsabilità. La popolazione assiste impotente, critica e scuote la testa. Ma il greggio continua ad uscire da un pozzo che pare davvero senza fondo. Le immagini di pesci e uccelli completamente ammantati da una spessa coltre di petrolio, che si muovono a fatica o giacciono riversi esanimi nella pozza oleosa e venefica, fanno il giro del mondo. Amarezza e costernazione fanno da baluardo ultimo all’impulso di urlare tutta la propria rabbia, nel tentativo estremo di scuotere le coscienze di chi può cambiare le cose, fermare il disastro, ridare dignità alla vita di quel mare, di quel mondo. Un lungo sospiro, occhi chiusi e labbra strette, pugni chiusi e nervi tesi: è la reazione di chi sa di non potere, ma volere. E’ la coscienza dell’uomo comune che si ribella e si chiede perché. E magari è anche la paura che l’ennesimo errore umano, impunito e insoluto, prima o poi, deflagri anche nella propria vita.

DEPUTATO MANDA L’AUTISTA A FARE SPESA… DI DROGA!

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Un deputato regionale siciliano fa uso di sostanze stupefacenti! Che a rappresentare migliaia di elettori ci sia un assuntore abituale di droga sembra già strano oltre che moralmente deprecabile; ma che poi questi si avvalga dei mezzi dello Stato per acquistare sostanze illecite e trasportarle… Beh, è veramente troppo! Lo avranno pensato anche i magistrati che hanno indagato Salvatore Cintola, deputato Udc di 68 anni, che a Palermo già nel 2004 era stato trovato in possesso di 10 grammi di cocaina. Questione che è tornata a galla con 6 anni di ritardo. Oggi, grazie a delle intercettazioni, si è scoperto che Cintola ordinava tramite la sua segretaria la droga, e l’autista andava a prenderla con l’auto blu. Ora bisogna ragionare su alcuie interrogativi: ma perché dal 2004, solo oggi si è scoperto l’illecito vezzo con il quale si sollazzava il deputato? Come mai un assuntore di cocaina è al Palazzo dei Normanni , sede regionale siciliana, a svolgere compiti di amministratore, a governare la Regione Sicilia? Come mai è stato eletto, ma soprattutto, come mai è stato candidato? Oggi si chiede la sua espulsione dal partito e l’abbandono della carica, come è giusto e sacrosanto che sia; ma tutti coloro che hanno scritto il suo nome su una scheda, che sono stati raggirati, abbindolati, ingannati con false promesse, chi li risarcirà? Homo homini lupus…! Questione morale? Mera etica politica? Vivaddio qualcuno ancora può inalberarsi e stizzirsi per una notizia siffatta. Ancora si può gridare allo scandalo. Ma non si perda di vista la Giustizia, che deve fare il suo corso. Dopo la certezza del reato, quella della pena deve campeggiare sul Palazzo dei Normanni, a sempiterno monito per chi della Cosa Pubblica ancora non riesce ad avere rispetto.

INSEGNANTE PICCHIA UN BAMBINO AUTISTICO!

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Appena otto anni di vita, difficoltà a relazionarsi non solo con gli amici, gli scolari e i conoscenti, ma anche con la propria famiglia; e a Spinaceto, in provincia di Roma, una educatrice, diplomata e autorizzata (e pagata!) dallo Stato non trova di meglio che schiaffeggiarlo. Magari disturbava la lezione, magari non si “integrava” con la classe, magari aveva difficoltà di apprendimento... Cerco di immaginare l’alibi che avrà tentato questa prode rappresentante della classe docente quando è stata chiamata dalle autorità inquirenti a seguito della denuncia del padre. Mi riesce difficile districare il senso di disagio che provo al pensiero di un bambino maltrattato dall’innocentismo a priori che spetterebbe a chi viene accusato. Innocente fino a prova contraria, si suol dire. Allora voglio una prova per chi non sa difendersi. E la voglio subito, sul tavolo che l’insegnante ha scagliato ripetutamente contro il piccolo. Voglio un pugno chiuso sbattuto con violenza sul sopruso perpetrato a danno di chi non solo non sa difendersi, ma non sa neanche accusare. Vergogna! L'autismo è considerato dalla comunità scientifica internazionale un disturbo che interessa la funzione cerebrale; la persona affetta da tale patologia, quasi sempre un bambino, mostra una marcata diminuzione dell'integrazione sociale e della comunicazione. La caratteristica più palese per questi piccoli è l'isolamento dal mondo con assenza di risposta verbale e non verbale. Quindi neanche la possibilità di dire: mi ha picchiato, mi fa male, non voglio tornare a scuola! Solo l’attenzione del papà ha scoperto la brutale tortura della maestra contro il figlio. I segni lasciati sul corpicino erano ogni giorno più evidenti. Immagino gli occhi del bimbo, spaesati, pieni di incredulità, alla ricerca di spiegazioni, senza risposte, ma con tanta paura. Immagino il disagio degli inquirenti, la rabbia dei genitori, ma davvero non so immaginare l’anima e la coscienza di quella donna…

LA FAMIGLIA...IL MONDO PERFETTO!

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Violenza e sgomento nelle cronache nazionali. Una mamma che getta il figlio di sei mesi fuori dalla finestra, un figlio ventenne che uccide il padre a coltellate perché viene disturbato durante la partita della sua squadra, un'altra donna che colpisce la figlia di nove anni con delle forbici. Ma questo e' ancora il nostro antico Bel Paese? Possibile che il terzo millennio, insieme all'evoluzione dei costumi e delle tecniche, porti con se' una regressione dei rapporti sociali, dei valori morali, di quelli della famiglia? Ma gli affetti, i legami di sangue, in quale ginepraio mediatico si sono persi? Quello che lega una madre a un figlio o un figlio al padre dovrebbe esulare da logiche di smarrimento psicologico, di depressione, di inquietudine e ansia causate da insoddisfazione e disistima di se' e degli altri. Il legame familiare e' o dovrebbe essere la nicchia sicura ove rifugiare le proprie debolezze, la spalla su cui piangere le proprie sofferenze, il porto entro cui ormeggiare la propria anima sballottata da una tempesta improvvisa. Dovrebbe.. Appunto! Erose dal tempo e dalle cronache le certezze di secoli, oggi si vive in una dimensione parallela fatta di idiosincrasie morali ed etiche; si vive la paura della competizione, della sconfitta, del giudizio degli altri, del rigore morale, del confronto a tutti i costi e della scalata sociale. Tutto fagocitato grazie ad input mediatici continui, incessanti, pressanti e svilenti. In nome di un'ansia di successo, alla continua ricerca del mondo patinato, perfetto, eppure utopico sbattuto in prima serata in pasto alle famiglie riunite intorno a un tavolo. Basterebbe scavare nei propri ricordi di ieri, coperti da un sottile, effimero strato di false promesse, e scoprire i principi basilari dei nostri padri o prima ancora dei nostri nonni. Allora verrebbe a galla il mondo perfetto, gratificante e intoccabile: quello della Famiglia!

TUTTI INSIEME,IL 2 GIUGNO

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E’ tempo di bilanci!Si cercano certezze,in Europa e più ancora in Italia ora sono da bandire i pressappochismi e qualunquismi. Ferita nell’orgoglio, la nostra Italia piange una volta di più il suo dolore:pochi giorni fa l’Afghanistan e la Thailandia hanno dato una spallata alle convinzioni della nostra Repubblica. O quantomeno…ci hanno provato! Le morti di due militari e di un civile restano scritte lì, sulle cronache nazionali, indelebili e imperituri ricordi di un sacrificio italiano oltre confine. L’ennesimo. Ancora sangue sul Tricolore italiano, ancora dolore all’ inno di Mameli. Non ci si chieda quanto giusto o importante sia stato questo sacrificio; ma si abbia la consapevolezza che il destino, oscuro e inatteso latore del messaggio di effimera esistenza, attendeva i nostri ragazzi, sul cammino intrapreso dal nostro Paese secondo l’itinerario disegnato dai nostri ideali. Ideali di pace, di giustizia, di uguaglianza e di libertà. Su queste basi si regge e deve reggersi la nostra Repubblica, con questi principi marceranno i nostri militari il 2 giugno ai Fori Imperiali, con queste pulsioni rafforzeremo l’orgoglio di essere una Nazione, di essere un popolo con una storia come la nostra...di essere italiani!

INTERCETTAZIONI? SI GRAZIE.

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Giorni fa mi sono svegliato e ho appreso con enorme sorpresa che esiste un disegno di legge sulle intercettazioni. Vogliono impedire che si intercettino le conversazioni private, che ci si alzi e segga su uno scranno vicino ad un computer con tanto di cuffie e registratore e si annotino le abitudini della gente. Vergogna! Ho pensato… Ho anche visto TG nazionali, letto giornali, riviste; tutti si occupano del DDL contro le intercettazioni. Tutti, nessuno escluso. Che l’Italia fosse un Paese di santi, poeti e navigatori lo sapevo, ma che fossimo anche origlia tori, questo mi sfuggiva davvero! E con quanta foga ognuno si difende il diritto di intercettare… Ma tutti, proprio tutti hanno queste apparecchiature che si dice costino migliaia di euro? O ne facciamo solo una questione morale? Sentiamo Scalfaro: La legge sulle intercettazioni è "ampiamente incostituzionale nell'attuale formulazione" – dice. E aggiunge – è giusto "non mettere in piazza nomi di persone che non c'entrano nulla", ma "non si può per questo pensare di ridurre o sopprimere sia il diritto del cittadino di sapere, sia il dovere della giustizia di dare sicurezza ai cittadini nella costante ricerca di chi agisce contro la legge". Va studiato il modo "di assicurare la certezza del segreto" per proteggere la privacy dei cittadini, ma "imboccare la strada di imbavagliare la libertà di informazione e di impedire il lavoro della magistratura non è accettabile". Dunque ricapitoliamo: giusto che il cittadino sappia, ma con riserva del segreto, giusto che lo Stato dia sicurezza, ma proteggendo la privacy; e ancora: “Non imbavagliare la libertà di informazione, non impedire il lavoro della magistratura”. Più che un disegno di legge, qui occorrerà un capolavoro di legge. E mi raccomando: senza togliere al cittadino medio il diritto di origliare, ops… intercettare! Non si leda il diritto di intercettare, per la stampa di pubblicare, e per lo Stato di governare. Ma al cittadino medio, quale di questi passaggi interessa realmente in prima persona?

SOLO NEL LUTTO,UN UNICO GRANDE TRICOLORE

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Massimiliano Ramadù, Luigi Pascazio e Fabio Polenghi. Tre nomi italiani, tre ragazzi che hanno perso la vita senza calpestare la propria terra. Tre professionisti che, fieri del proprio lavoro, avevano deciso di ammantarsi con il tricolore e partire per confini lontani, a parlare la nostra lingua in terra straniera. Bando ad una sterile retorica d’occasione, sbiadito tentativo di ricordare i valorosi, gli eroi, gli italiani che hanno compiuto il sacrificio estremo. Con le loro famiglie piangono anche i parenti di chi la vita ancora la mette in gioco, in terra straniera, per missioni di pace e per un lavoro mal pagato, ma senza prezzo in termini di soddisfazione personale. Due militari e un fotoreporter ci ricordano ancora una volta che lontano dalle nostre abitudini, lontano dal quotidiano vivere, fuori dalla finestra di un ufficio o dalla porta di casa, esiste un mondo dove gli uomini lottano e muoiono con il miraggio e la speranza di quello che abbiamo noi. Lo fanno da predestinati, da prescelti e consapevoli del rischio che corrono. Insieme a loro, al loro fianco, decine di migliaia di volontari in missione di pace. Anche loro lottano per un ideale. Lottano per la vita. Lottano per ammansire l’ira furente di chi non ha prospettive, tendendo una mano in segno di amicizia, spesso scacciati dall’incomprensione di culture, lingue e popoli diversi. Qualche volta feriti, o peggio, uccisi da quella stessa mano che volevano stringere. Bando ai falsi moralismi, quindi. Alla retorica da spirale del silenzio. Chi muore, lotta e combatte ha lo stesso destino, lo stesso percorso, un unico grande tricolore. Guai a riconoscerglielo soltanto quando viene deposto su una bara. I nostri ragazzi ci sono, vivono e lottano lontano dall’Italia. Che l’ Italia sia orgogliosa di loro anche quando, al ritorno dalla missione, scendono le scalette dell’aereo militare da trasporto sulle proprie gambe, stanchi ma fieri, sulla calda pista di Ciampino.

DELITTI PASSIONALI,IDENTIKIT DI UN ASSASSINO

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A Guidonia, in provincia di Roma, uccisa a coltellate una ragazza romena per lo scatto d'ira dell'ex convivente. Secondo quanto rilevano le statistiche, i delitti passionali costituiscono la maggior parte dei crimini consumati nel nostro Paese. Dai dati di una ricerca effettuata nel biennio 1999-2000 su un campione di 266 delitti risulta che l'84 per cento sono risultati passionali, di questi circa il 70 per cento delle vittime sono donne, e ovviamente nel 90 per cento dei casi esiste confidenzialita' tra vittima e autore. Tale John Lee, un sociologo canadese, fu il primo a svolgere un’analisi, identificando una forma d ‘amore con palesi risonanze patologiche:"il maniaco innamorato è ossessionato dalla persona amata, intensamente geloso e possessivo e necessita di continue rassicurazioni sul fatto di essere amato". Sociologicamente pare evidente che gli innamorati ossessivi hanno comportamenti compulsivi quali l’inseguimento della persona amata, vissuto spesso da quest’ultima come una molestia. È innegabile che i delitti passionali maturino all’interno di un disagio relazionale, inespresso, ma crescente. Questi sono spesso la conclusione di amori infelici o non corrisposti. Per quanto terribilmente semplicistico, l'omicidio rappresenta una valvola di sfogo, un gesto per farsi ascoltare. Ma anche questo è per l’assassino un atto di amore, un amore che è stato respinto, tradito o sciupato. Spesso per gli inquirenti e le Forze dell'Ordine trovarsi di fronte a questo tipo di delitto vuol dire avere la soluzione a portata di mano. Talmente imprevedibile e' la causa scatenante la violenza, che l'assassino agendo in preda ad un raptus incontrollato dissemina gli indizi della sua colpevolezza ovunque, quasi calpestabili. Ma ad un osservatore attento, un lettore medio di cronaca nera, può sorgere un legittimo dubbio: poteva essere evitato? Studi sociologici e psicologici portano all'identikit del potenziale assassino, eppure a cadenza regolare un mostro qualsiasi viene sbattuto in prima pagina. E quasi sempre vi erano gia' stati segnali palesi di degenerazione del rapporto sociale, oltre che affettivo. Allora... Certezza della pena, misure preventive e restrittive severe e soprattutto maggiore potere decisionale alle Forze dell'ordine, che hanno il polso della situazione guardando negli occhi tutti i giorni questi individui disagiati potrebbe essere un primo passo verso l'abbattimento di una statistica troppo facilmente considerata numero da studio sociologico criminale.

BIMBI VIOLENTI, SI RITORNI AL PASSATO

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Brescia e Napoli hanno poco in comune, forse nulla. In questi giorni, però, hanno guadagnato la ribalta delle cronache nazionali per due fatti di sbalorditiva somiglianza, seppure con evidenti discrasie sul piano delle motivazioni base che ne hanno prodotto un effetto deflagrante. Due bambini si ergono, loro malgrado, a protagonisti delle storie. Uno di 3 anni, l’altro di 10, rappresentano lo spaccato sociale migliore della nostra Italia: quello innocente, puro, sincero e dolce. Ma oggi, se non ieri, lo schiaffo violento e inatteso dell’inconsulto comportamento viene proprio da loro, da due piccoli eroi negativi che hanno messo piede nell’infanzia violenta. Un mondo, questo, che antipaticamente cozza con lo stesso significato etimologico delle radici verbali. “Infanzia” e “violenza” non hanno modo di maturare alcuna assonanza sintattica nel costrutto di una frase, eppure sono crude presenze che trovano luogo di esistere negli incidenti di percorso che si sono verificati sul cammino della crescita di questi bimbi. A Brescia il 3enne (sgraziato, desueto e volutamente cacofonico il termine, adattato allo stile da verbale di Forze dell’Ordine) ha impugnato la pistola e sparato un colpo verso la madre adagiata sul divano, indifesa, incredula anche dopo aver subito il colpo in un braccio. Un gioco per lui, un dramma da servizi sociali per la famiglia. A Napoli un 10enne (ancora peggio la resa…) litiga con un coetaneo, alle scuole elementari. La maestra vuole imporre la propria autorità e dividere i due piccoli, ma senza timori viene a sua volta aggredita. Calci all’addome, come nei film violenti di Scorsese, e la donna perde la milza, operata poco dopo. Ma questa è l’Italia dell’infanzia? Da dove giungono gli input per la scarica adrenalinica di cotale irrefrenabile e incontrollata rabbia? Che sia merito/colpa dei media? Troppi films, trasmissioni e videogames votati alla perdita della misura, dell’innocenza dei primi anni, nella fretta di crescere e far crescere i bimbi prodigio? Questo è il risultato della decantata evoluzione nel bimbo del nuovo millennio? Se così fosse, prendiamoli per mano, allora, e voltiamoli indietro, verso il nostro passato. Inginocchiamoci al loro fianco, avviciniamoci stretti, teniamo una mano sulla loro spalla e con l’altra indichiamogli la strada che abbiamo percorso… La Nostra! Questa nuova non ci piace affatto!

NEONATA SI AFFACCIA DUE VOLTE ALLA VITA.

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Grisola, Cosenza. Un paesino sperduto nelle lande calabresi che guadagna la ribalta delle cronache. Non tanto e non solo per episodi di ndrangheta o collusione, per micro criminalità o criminalità organizzata. Si parla di un tentato infanticidio. Vittima una piccola neonata da pochi secondi affacciatasi alla vita. Appena partorita, ancora nella calda placenta, è stata presa come un sacco e lanciata sdegnosamente fuori dalla finestra, come lo scomodo fardello di chi ha altro cui pensare. Ma se si vive per la vita, per dare un futuro al genere umano, per assicurare una progenie alla propria linea di sangue, che senso ha spezzare il ciclo troncandone gli albori nel virgulto umano di diretta discendenza? Un figlio è il senso della vita, della propria, di quella di una generazione, di quella di un popolo. E a lasciva defenestratrice dagli insani principi morali si erge una 41 enne romena, estradata dalla terra natia dal miraggio di una esistenza migliore. E qui in Italia non lo voleva questo figlio; ha tenuto la gravidanza nascosta anche al marito. Ha aspettato nove mesi, ha vissuto con una vita in grembo, che cresceva, si nutriva, scalciava. Ha defraudato la piccola creatura degli spazi vitali che la natura le aveva riservato, costringendola in busti strettissimi e abiti succinti, per realizzare l’inganno perfetto. Ha sofferto la bimba, è cresciuta non solo senza amore, ma senza diritti e senza rispetto. Toglierle anche la vita che si era guadagnata con stenti ciclopici per il suo esile corpicino, sarebbe stato un torto infame perpetrato a danno del suo coraggio, del suo cuore forte, della vita stessa!

CALCIOPOLI,REPETITA IUVANT...

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Un canto morto in gola, un fraterno abbraccio tra amici di bandiera, di colori, di squadra e di tifo. All’Olimpico domenica sera si è consumata la tragedia sportiva. La Roma ha reso le armi alla Sampdoria degli ex avvelenati: Gigi Del Neri, Antonio Cassano e Guberti, tre nemici amici che hanno consumato la vendetta nel momento meno opportuno possibile. La sconfitta riporta la formazione giallorossa al secondo posto, ne ridimensiona le ambizioni di scudetto, infrange il sogno di un popolo e di una città. I gol del “pazzo” Pazzini fanno male come scudisciate sulla nuda schiena, una doccia gelata dopo aver cullato la convinzione di essere i primi, i più forti, i gladiatori che per 24 giornate avevano preso a schiaffi e calci un po’ tutti, in ogni parte d’Italia, quasi a rievocare le gesta del Sacro Romano Impero, alla conquista delle colonie straniere. Adesso si ritorna con i piedi sulla terra, con gli obiettivi di sempre, quelli di una società che deve giocare portando il libro mastro dei bilanci sotto il braccio. Ma se Roma piange, Milano non ride. Anche per l’Inter si prospettano tempi duri. Luciano Moggi lo disse in sede di inchiesta: “l’unico modo per difendersi dallo strapotere delle milanesi, era arrangiarsi….”. Così fece, ma nessuno prestò fede alle sue parole. Oggi, a distanza di 4 anni, si riparla di Calciopoli. Sul banco degli imputati addirittura un fantasma, quello del compianto Facchetti. E tra poco più di un mese ci sono i Mondiali. Ancora…

IN ITALIA SANTI POETI E ...

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Lo “Scisma di Governo” profana la Maggioranza e mette a nudo le controversie sorte in seno al Popolo della Libertà. Nulla di preoccupante, secondo il Cavaliere, tutto rientrerà nei ranghi. Ma intanto il bistrattato Partito Democratico, quello che con i suoi “titolari”, nel Lazio ha perso miserrimamente contro la “primavera” del centro destra, inizia ad affacciarsi di nuovo al sole. Non par vero a Franceschini e compagni di merenda che si stia allargando una crepa nel colosso berlusconiano. In verità, in poco più di 4 legislature, le hanno prese sonoramente da ogni dove, in tutte le condizioni e senza appello alcuno. Ma adesso, almeno, anche nel giardino del vicino c’è qualche incomodo intruso. Per altro l’Italia non vive momenti sereni da tempo immemore, con difficoltà nei mercati europei che sono sotto gli occhi di tutti. I nostri ministri professano diligenza e un futuro migliore ma, all’alba di un nuovo giorno, il futuro sembra sempre quello del dopo domani. Potenziale crisi di Governo, quindi. Ma il fatto che tutti i panni sporchi vengano lavati sotto l’occhio vigile delle telecamere, in diretta europea, oltre che nazionale, è il solito esercizio di masochismo che ci espone all’ennesima figura da comprimari nel teatro della politica internazionale. Manca un quid di sano realismo, di reprimenda degli impulsi da “verba bellarum” delle seconde linee smaniose di apparire; manca la presa di coscienza delle priorità di governo, della popolazione italiana, del partito nazionale. Manca la discussione tra le parti e la critica costruttiva. Mancano gli obiettivi e la convergenza delle idee. Mancano forse anche le classi politiche che vorrebbe il popolo. Intanto, “San Giulio Tremonti” tiene d’occhio i conti del Governo, Silvio Berlusconi “fa la corte” a Gianfranco Fini e Italo Bocchino ingaggia un duello verbale in diretta tv con Maurizio Lupi, loro, timonieri delle due portaerei di partito che costituiscono le anime del PdL. Ma allora è proprio vero: Siamo un popolo di santi, poeti e navigatori…

MUORE IL PRESIDENTE POLACCO,UNA NAZIONE IN GINOCCHIO

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Ancora si scava tra i rottami, le macerie, il fango e la disperazione. A Smolensk si e' consumata da pochi giorni una tragedia, insieme ad un aereo e' precipitata una nazione, la Polonia. Il presidente Kaczynski ha perso la vita insieme ad altre 96 vittime, tra cui la moglie, lasciando un Paese alla merce' dello sgomento, dell'incredulita' e del disorientamento. Molti I messaggi di cordoglio giunti da ogni angolo del mondo, soprattutto da capi di Stato, che vivono la tragedia come un consumato atto di malcelato disagio, di interrogativi pressanti sull'opportunita' di tendere una mano a un popolo in lacrime senza risultare scomodo terzo nel lutto nazionale. Ci si chiede spesso per quale motivo la tragedia faccia tanto breccia nella curiosita' degli uomini, nell'attenzione del cittadino medio, nell'animo di chi fa da spettatore. Perche' l'adagio vetusto ma mai retrivo: "buona nuova, nessuna nuova" continua a imperare nei titoli di apertura dei giornali? Il teorema dell'esorcizzazione del dolore con un silenzioso, rispettoso ma ricercato bagno in quello degli altri resta un comandamento del vivere meglio nel peggio altrui. Ma nel dolore di un popolo, di una nazione, di un paese amico, non vi si esorcizzano le proprie paure; vi si annidano, invece, dubbi e inquietudini; certezze ed effimere speranze. Perdere un presidente lascia una incognita sul futuro, genera smarrimento, costringe a prendere decisioni drastiche e immediate, per se' e per un intero Governo; ma soprattutto, fuga dall'animo umano la consapevolezza che l'incerta, la precaria durata della vita e' la vera essenza su cui costruire la propria ricerca della verita'.

ADDIO A UN PEZZO DI GIORNALISMO D'ALTRI TEMPI

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Strano destino quello che ci ha portato via un pioniere autentico del giornalismo italiano: Maurizio Mosca se n'e' andato, in punta di piedi, senza clamore, senza alzare la voce, senza lasciarci il tempo di ricordarne le pagine televisive che l'hanno reso famoso, senza nemmeno dare uno sguardo all'ingresso della sua casa, in quelle immagini rubate da un'auto in corsa quando si vuol fare i cronisti, ma al contempo si rispetta il dolore e la dignita' di chi soffre. E' andato via discretamente, sussurrando una malattia vigliacca che lo ha minato poco a poco nel corpo, mai nello spirito. Indomito imbonitore di piazze calciofile ha fatto il suo dovere sino al'ultimo, con tanto di "bombe" e di "pendolino". Abituati al clamore delle sue esclamazioni, tinteggiate di folklore e ironia, quasi si resta spiazzati dall'addio pieno di dignita' e silenzio che ha portato via Il chiromante del pronostico. Avrebbe compiuto 70 anni tra pochi mesi, Maurizio Mosca. Manchera' a tanti italiani, tifosi e non, di tutte le eta', dai ventenni ai sessantenni. Ci aveva abituati a prese di posizione ferme e decise, a volte discutibili, spesso volutamente provocatorie. Ci lascia in eredita' un must assoluto, da registrare nel database dei nostri ricordi, magari non sui documenti, ma sul desktop del quotidiano vivere: non importa il ruolo che si sceglie nella vita per essere uomini, l'importante e' dimostrarlo quando se ne presenta l'occasione! Lezione imparata, Maurizio...!

LA POLVERINI CREA CRISI DI IDENTITA' NEL CENTRO SINISTRA.

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Vince la Polverini, vince contro ogni pronostico, nonostante la mancanza del partito più forte, quello di Governo, il primo del Paese. Vince appoggiata da amici, vassalli, “cavalieri” e fidi portatori d’ acqua. Vince perché non ha avversari, lo si è capito dopo diverse ore di spoglio, ma lo si intuiva già dai primi risultati. Il verdetto era in bilico, sull’ago della bilancia di poche centinaia di voti, poi divenuti migliaia, una quisquilia rispetto ai milioni del totale delle urne. Non è servito un antidemocratico Decreto Legge. Nemmeno sono servite le isterie dei politici del centro sinistra, che gridavano all’ attentato alla Costituzione. Da questa tornata elettorale emergono chiari e forti due segnali: Silvio Berlusconi è più amato di quanto non sia odiato, e la Lega è la vera unica alternativa al Popolo della Libertà. Stravince nel nord, si difende nel centro, comincia ad apparire nel sud. Il Federalismo non è più una chimera, forse nei salotti romani dell’Istituzione parlamentare comincia a prendere piede questa coscienza. L’Italia ha bisogno di un cambiamento; troppo retrivi, vetusti e impolveriti gli ideali portati avanti da schieramenti di partito che somigliano vagamente ad appendici incancrenite dei colossi del secolo scorso. PD e PdL sono rappresentanze molto presuntuose dei due partiti di maggioranza del Paese. Sono tante, troppe le alternative, e contano troppo, per non essere prese in considerazione. A destra e sinistra i colossi della politica italiana devono abbracciare con malcelato sorriso i propri compagni di viaggio, a volte dovendo loro la vittoria, spesso dovendo loro il pagamento di salate cambiali. All’orizzonte indugia l’Udc di Casini: chiudiamo questi laboratori della politica, e diamo una identità nazionale al partito. Molti elettori, arrivati alle urne, non sanno più da che parte sono schierati. E per chi vota scudo crociato, non è proprio il massimo…

FINALMENTE,VIEN QUASI DA PENSARE.

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La casta degli intoccabili, l’ elite dello Stato Italiano, gli invidiati, vituperati, corteggiati e sempre eletti rappresentanti del Governo vengono messi in discussione. Stavolta il Premier l’ha fatta grossa. Non parla di politica, non scaglia strali e gutturali accuse di vergogna al centro sinistra, né si difende dagli attacchi di nemici e facinorosi. Ma quando parla, stavolta, cala il gelo: ''Nei prossimi anni cambieremo le istituzioni, dimezzeremo il numero dei parlamentari che sono completamente inutili. Per dire quanto inutili sono sappiate che i deputati sono 630, i senatori 315 e al Senato si fa lo stesso lavoro che si fa alla Camera''. Così ha tuonato Silvio Berlusconi, e la carica dei 630 a guardarsi sbigottita. Almeno, così li immaginiamo, affratellati nel dolore e nella paura, centro sinistra e centro destra. Arriveranno le detrazioni, intrise di sacro terrore, di angoscia, di ansia e spavaldo spirito di rivalsa. Arriveranno, c’è da crederlo, da ogni angolo del Parlamento. Montecitorio rischia di svuotarsi! E a dirlo nientemeno che il Capo del Governo. In 50 anni di Repubblica nessuno aveva mai messo in discussione il numero della “Casta”, anche se molti avevano avuto il dubbio: ma perché la Camera con 630 e il Senato con 315? In fondo, lo dice anche il Premier, fanno lo stesso lavoro! “Ma verranno a mancare le rappresentanze del popolo”, dirà qualcuno, non Onorevole, sarebbe scontanto, ma seguace del tale. “Silvio” farà spallucce e ricorderà i listini, mezzo poco democratico, molto politico e alfine ben digerito da popolo e rappresentanze. Il solo pensiero di non avere più tanti deputati della Repubblica, con relativi seguiti, segreterie politiche, macchine blu e stipendi faraonici, fa tornare alla mente l’avvertimento di Angela Merkel: occhio al Bilancio. Beh, in un colpo solo, risanato il debito pubblico italiano dei prossimi 50 anni! O giù di lì…

DEBITI DELLA GRECIA VERRANO PAGATI, L'ITALIA OSSERVA...

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merkel Secondo Angela Merkel, cancelliere tedesco, il piano di riduzione del deficit messo in atto dal governo greco è un autentico successo. Ma ha poi aggiunto: attenzione ai conti pubblici, vanno affrontati “alla radice” i problemi legati al bilancio, altrimenti la Grecia non sarà l’ unica vittima. Tradotto: niente sperperi, nessun investimento sul “futuribile” piano di crescita internazionale, mani strette sui cordoni della borsa e un occhio attento alle spese pubbliche del Paese. L’ Italia ha recepito il messaggio? A lume di naso, pare di no! Se solo dovessero slittare le elezioni regionali, con schede elettorali già stampate, milioni di manifesti affissi, campagne elettorali giunte agli sgoccioli, spot girati e pagati dai partiti (quindi dai contribuenti), allora avremmo voltato le spalle anche ad Angela Merkel e incenerito in poche settimane qualche centinaio di milioni di euro. Non che questo possa venire considerato passibile di onta e vergogna, siamo riusciti a fare di meglio (peggio!). Ma non sarebbe da scartare l’ipotesi, voluta da pochi eletti all’interno della casta “nobile” della intelligentia italiana, che mentre si fa spallucce alla proiezione mediocre del nostro bilancio, ci si rendesse conto della situazione in cui versano i vicini ellenici, con il premier Papandreou che lascia sul tavolo europeo lettere di promessa che equivalgono a cambiali di dubbia solvenza. Quanto verrà recepito dal monito lanciato dal cancelliere tedesco non è dato sapere. Regole finanziarie sui mercati internazionali sono un primo passo verso lo sviluppo dei mercati europei, in par condicio economica tra i Paesi, onde competere ad armi pari sul tavolo delle trattative. Ma nel nostro Bel Paese risparmio ed economia sono concetti astrusi, lasciati al libero pensiero e alla libera interpretazione. Basti pensare ai beni di lusso presenti nella famiglia media italiana. Apparire è meglio di essere! A lamentarsi poi di vivere in Italia vessati da un Governo ingiusto si fa sempre in tempo!

ELEZIONI REGIONALI , RISCHIO ASTENSIONISMO

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elezioni Il rischio c'e', ed e' reale! Alle prossime elezioni regionali le urne potrebbero vestire l'abito scomodo dell'antidemocrazia, della vituperata "reprimendo" a tutti I costi, della polemica, dell'arroganza e della mancanza di compromesso. Tutto fa presagire un elettorato stanco del muro contro muro tra centrosinistra e centrodestra. L'errore, Il pasticcio, Il grossolano tentativo di rimediare frettolosamente, ormai stanno stancando anche I piu' attenti e tenaci persecutori dell'opposta fazione. Guelfi e ghibellini hanno scritto uno spaccato di storia difendendo un ideale, rappresentando un potere, spalleggiando una tradizione. Ma anch'essi, oggi, avrebbero difficolta' a sguainare la spada per combattere la presunzione, per lottare contro I depositari dell'innocenza, I paladini della giustizia a tutti I costi. Nel Lazio e in Lombardia, dunque, non si votera' come altrove, e I cittadini non avranno pari diritti. Manchera' una rappresentanza. A torto o a ragione, manchera' uno schieramento. Chi non si sentira' rappresentato alle urne, dovra' decidere se votare per un altro politico, un altro partito, un altro ideale, o starsene a casa a sorridere amaro e sorbirsi liti e ingiurie mediatiche tra chi dovrebbe governarlo e rappresentarlo. Ebbene si, Il rischio di una astensione record alle urne esiste davvero...

VARATO UN DECRETO SALVA LISTE,OCCORRE ORA UNA LEGGE PER IL BUONSENSO

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tribunale Democrazia, diritto al voto e isterismi di massa: sono solo alcuni dei temi che vengono a galla dal pasticcio Liste nel Lazio e in Lombardia. Nella notte tra venerdi 5 e sabato 6 marzo e' stato varato l'atteso decreto salva liste, grazie al quale si fornisce ai TAR una interpretazione meno rigida della formale accettazione dei candidati partitici entro termini prefissati. Dal centrodestra si tira un sospiro di sollievo e si parla di democrazia salvata, con milioni di elettori che potranno esprimere equamente Il proprio voto. Dall'opposizione si leva alto un fremito indignato, con accuse di attentato alla costituzione previa "l'ennesima legge ad personam". Chi ha assistito a tutto questo, l'elettore medio, avra' fatto spallucce, sorriso amaro, scrollato Il capo in segno di rassegnazione. Siamo al solito: non riusciamo proprio a dare un segno di civilta' e di rispetto delle parti fuori dai nostri confini. Pensare ad un gesto di apertura, di cavalleresca lotta ad armi pari risulta improponibile. Qualche secolo addietro, in un duello, disarmato l'acerrimo e odiato avversario, era nobile consentirgli di raccogliere la spada per combattere di nuovo ad armi pari. Di piu': era considerato oltraggioso, riprovevole e infamante colpire a morte un nemico disarmato. Oggi non e' piu' cosi'. Si inneggia addirittura a manifestazioni di piazza e alla destituzione del Capo dello Stato perche' la competizione avra' luogo ad armi pari. Il pasticcio c'e' stato, e' vero! Ma soffiare sul fuoco della polemica a cosa giova? Adesso l'elettorato sara' chiamato anche a giudicare chi ha esasperato I toni, scadendo nel risibile e nell'antidemocratico. Un po' di buonsenso, alfine, si chieda al popolo... Spetta al popolo. Come al solito!

"LA TERRA TREMA ANCORA..."

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cile Numeri impressionanti quelli dell'ultimo quinquennio. A piu' riprese la terra ha tremato, Il mare si e' ingrossato, I ghiacciai si sono sciolti, le montagne sono franate! Centinaia, migliaia le vittime nel mondo, ultime in ordine di tempo quelle del Cile, dove oltre 100 scosse in meno di 48 ore hanno messo in ginocchio Santiago. Parole di paura e allarme quelle della governatrice Bachelet, che parla di "disastro senza precedenti", che ispeziona commossa e rassegnata le macerie del suo Cile, della sua terra, delle sue origini. 300 morti Il bilancio provvisorio del sisma, ma e' destinato inesorabilmente a crescere. Paesaggi di desolazione e rovina si affacciano all'occhio spietato delle telecamere. In finestra I vari Paesi che allungano una mano in segno di solidarieta', ancora una volta, ancora tempestivi. E' un gesto di atruismo, di fratellanza fra I popoli, ma anche di speranza. Un gesto che vuol essere un abbraccio ideale a chi e' stato meno fortunato, nella consapevolezza che questa terra puo' tremare ovunque, in qualsiasi momento, e mettere in ginocchio chiunque, popolo, nazione, paese o citta'. Nessuno escluso. Credere nell'unita' della terra natia ci fa essere cittadini di un Paese, stessa nazionalita', sotto la stessa bandiera. Credere nel destino comune, effimero e inesorabile, ci fa diventare fratelli di un unico mondo, sotto un cielo comune, forti insieme contro la paura del futuro.

"NON SI PUO' DIRE BUGIARDO AD UN MINISTRO"

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senato "Lei non sa chi sono io...!" Dito indice puntato in aria a mo' di bacchetta da direttore d'orchestra, viso corrucciato, voce ispessita dall'ira e cipiglio imperioso di chi sa Il fatto suo. Non siamo a teatro, purtroppo, e neanche di fronte ad un vecchio lungometraggio del primcipe De Curtis, in un bianco e nero sbiadito degli anni 60. Siamo in un'aula del Senato della Repubblica, ove e' in atto uno scontro verbale acceso tra due esponenti del Governo. Il Ministro Scajola sta finendo la sua relazione sul caso Fiat a Termini Imerese, mentre dai banchi dell'opposizione si leva roca e inattesa la parola di un senatore del PD, al secolo Garraffa: "Bugiardo". Reo di aver riportato male I fatti lo stesso Scajola replica affermando che non e' possibile dare del bugiardo a un ministro. Come dargli torto? Due mesi or sono un pazzo attento' alla liceita' del nostro Primo Ministro, e sul web ci sono decine di migliaia di idioti che plaudono all'insano gesto che ha esposto Il nostro Paese al giudizio severo del mondo. Oggi un ministro viene additato da un esponente della "Camera anziana" quale relatore di fallaci argomenti; su un tema presente, reale, importante come Il futuro di centinaia di famiglie a rischio disoccupazione a Termini Imerese. Si alzi, dunque, un Garraffa qualsiasi mentre parla Il Ministro, lo interrompa e piroetti in aria Il suo dito indice, ma solo per urlare forte e deciso:"ho io la soluzione!".

ELEZIONI: ALLA RICERCA DI MATTIA PASCAL

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pascal “Una delle poche cose, anzi la sola che forse io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogniqualvolta qualcuno de’ miei amici o conoscenti mostrava d’aver perduto il senno, fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo: - Io mi chiamo Mattia Pascal - Grazie caro. Questo lo so. E ti par poco? Non pareva molto, per la verità neppure a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppure questo, il non poter più rispondere, all’occorrenza, come prima: io mi chiamo Mattia Pascal.” (Luigi Pirandello, 1904) Non se ne avrà a male il Maestro se prendiamo spunto dal suo romanzo principe. Parliamo di politica, delle elezioni comunali, regionali, locali e sovra comunali, dei candidati, degli elettori, dei partiti politici e degli schieramenti. Nel racconto pirandelliano, lungo la narrazione della vita giovanile di Mattia, il protagonista - io narrante costruisce un legame continuo tra le sue intime volontà, i genuini impulsi della sua coscienza, e tutto quanto gli accade fatalmente, determinando la sua vita in modo imprevedibile. La figura che si determina è così un personaggio alquanto debole, e apparirà naturale che, avutane l'occasione, egli scelga una sorta di "fuga dalla realtà” come apparente soluzione al problema quotidiano del vivere. Crearsi un’altra vita. Questo lo scopo di Mattia Pascal, perseguitato da una esistenza infelice e dalla “vedova Pescatore”. Ognuno di noi ha il desiderio di un’altra canches, lontano dalla propria vedova pescatore personale. In politica, come nella vita, per trovare una via d’uscita spesso ci si affida al destino. Un destino che muove gli intendimenti e tira le fila. Ocsì chi ieri era un politico di centro destra oggi si ritrova nel centro sinistra. E viceversa. Nascondendosi dietro la coerenza delle idee, dell’ideale, dell’obiettivo ultimo, corrono e concorrono amici e parenti nascosti dietro la maschera carnascialesca del simbolo politico. Ognuno di nmoi è un po’ Mattia Pascal, qualcuno più di altri. L’importante è saperlo, prima di fuggire con l’alibi di un falso cadavere.

MORGAN ESCLUSO DAL FESTIVAL DI SANREMO

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morgan 3"Da piccolo suonava di tutto, lattine di birra, bottigliette d'acqua e segnali stradali".
Genio e sregolatezza Morgan da X Factor. Cosi' lo ricorda la sua ex docente di Linguistica Storica della Statale di Milano, Maria Enrica Ramelli: "Lui e' una porta tra I mondi, uno spirito di Halloween; la musica lo ha consolato della tristezza della sua vita".
Tristezza che Morgan ha masticato a suon di note, fagocitando spezzoni della sua vita, tra eccessi e trasgressioni. Fino alla decisione ultima, perentoria e istintiva: chiudere con la droga, sbattendo la porta in faccia ad una vita di frenetiche pulsioni.
Lo fa per Il figlio, per lui imbocca la salita, contro tutto e tutti, stampa e opinione pubblica. "Questa faccenda e' ininfluente - conclude Ramelli - tutti gli artisti, da Raimbaud fino a Jim Morrison e Bob Marley, hanno sempre detto di essersi fatti di qualcosa. Serve loro per affrontare e vivere la propria iperattivita'. Ci sta dentro, quindi, che abbia voglia di smettere per qualcuno; perche' per se' stesso non smetterebbe mai".


RIFIUTI BRUCIATI NEL CEMENTIFICIO BUZZI UNICEM A GUIDONIA

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buzzi unicemLa richiesta di autorizzazione integrata ambientale, presentata dallo stesso cementificio nel 2006, bloccata fino a ieri in Provincia, subisce una accelerazione burocratica che manda su tutte le furie il Sindaco Rubeis. “Un inquinamento senza precedenti attende la nostra città” affermano associazioni ambientaliste interpellate sulle questione. Rubeis,ricorda anche ai vertici di Regione e Provincia che “il consiglio comunale di Guidonia Montecelio,all’ unanimità,nel settembre scorso si espresse contro l’eventualità di bruciare Cdr alla Unicem”,mostrando sensibilità e coesione su un problema delicatissimo. Ora invece Palazzo Valentini convoca tutte le parti ad intervenire ad un conferenza dei servizi il prossimo 29 gennaio per sbloccare definitivamente l’autorizzazione a bruciare cdr nel cementificio più grande d’ Europa, trasformato in termovalorizzatore e sito al centro della città. Il sindaco di Guidonia si dice sconcertato.Minaccia “di bloccare ogni possibile mediazione sull’altro tavolo”,dove il 27 gennaio si decideranno le sorti dell’impianto di compostaggio che la Regione impone all’ Inviolata, si scaglia contro le posizioni “più che mai ambigue assunti da Regione e Provincia sui rifiuti di questa città”. A questo punto il primo cittadino diventa irremovibile e afferma che in merito all’impianto di preselezione dell’ Inviolata e alla riconversione della Buzzi Unicem a termovalorizzatore “oggi il mio diventa un no secco a tutto” , rompendo ogni trattativa intavolata sino ad ora con Regione e Provincia.