La bestemmia corre sul filo del Festival di Sanremo. A urlarla, senza remore, Adriano Celentano. A difenderla, in maniera improvvida e fuori luogo, il direttore artistico, Gianmarco Mazzi. Celentano si augura la chiusura di Famiglia Cristiana e Avvenire, due giornali nazionali che danno impiego a centinaia di professionisti e famiglie. Una provocazione che fa male. Mazzi dopo due giorni, incalzato sulle affermazioni poco felici del super molleggiato, in merito ai cachet afferma stizzito che lui guadagna appena 200 mila euro, che tolte le tasse arrivano a poco più della meta'. Ossia, tradotto, circa 10 mila euro netti al mese. E la cosa che ha dell'incredibile, con questa cifra, afferma sempre il direttore artistico di Sanremo, ci riesce a vivere appena dignitosamente, lavorando, peraltro, 7-8 mesi l'anno sul Festival. E per fortuna che ha altri lavori che gli permettono di guadagnare cifre diverse per arrotondare. Ebbene, qualcuno dovrebbe alzare la voce, ricordare che meta' dei pensionati Coldiretti di tutta Italia guadagna 500 euro al mese, un ventesimo di quel che prende Mazzi. E non parlano di cifra appena dignitosa. E in un periodo di recessione, tanti operai con 800 euro al mese riescono a mantenere una famiglia. Con la differenza che lavorano 12 mesi l'anno senza ferie e pause. E soprattutto, senza fare conferenze che hanno il sapore di presa in giro per quasi tutto il Paese. E gli italiani pare l'abbiano capito.
Quanti morti nella neve. Un bilancio triste, quello che sta funestando lo Stivale nelle ultime ore, negli ultimi giorni. La bufera, pure ampiamente prevista, sta cogliendo impreparate le istituzioni, soprattutto quelle locali, incapaci di offrire riparo e servizi ai propri cittadini. Molti i clochard che hanno perso la vita, spentisi sotto il gelo e una coltre bianca che ha fatto da velo di morte. Molte le difficoltà che hanno frenato il traffico cittadino in ogni parte d’Italia. Paralisi veicolare, ma prima ancora istituzionale. Rimpallo di accuse e di responsabilità non giovano al nostro Paese, soprattutto agli occhi dell’Europa. Non bastasse il disastro della Costa Concordia, portatrice di decine di lutti, ci si mette anche il maltempo a provare l’inefficienza di alcuni uomini al potere, alla guida, al comando della macchina burocratica. Occorre ridisegnare le gerarchie amministrative, sia pubbliche che private. Occorre un colpo di spugna che riporti dignità all’Italia, che restituisca l’onore ad una storia di risorgimento e di indipendenza che ha fatto grande un paese in tutto il mondo, che ha reso orgogliosi i nostri avi, che si sta perdendo nei meandri del cosmopolitismo. I cittadini del mondo sono quelli che sanno da dove provengono, quali sono le proprie radici e la propria storia. Sono quelli che vogliono seguire le orme dei propri padri, migliorandone il cammino. Sono quelli che tendono una mano al vicino di casa, quando ha bisogno di aiuto; che adagiano una calda coperta sulle spalle infreddolite di uno sventurato inginocchiato per strada, al freddo, sotto la neve. Sono quanti hanno la presenza, la forza, il coraggio e il carattere di ammettere i propri errori, di rimediarvi e di ripartire. E se per farlo bisogna chiedere aiuto, lo si faccia. L’unione non ha mai indebolito un paese, figurarsi delle persone.
Roma è paralizzata. O meglio, lo era, fortunatamente. La neve ha bloccato la città eterna, che di eterno ha soprattutto l’inadeguatezza alle avverse condizioni climatiche. I romani sanno che bastano due gocce di pioggia a fermare il traffico veicolare, figurarsi 20 centimetri di neve. Venerdì e sabato una spessa coltre bianca ha coperta, soffocato la Capitale. I più mattinieri si sono affacciati alla finestra e come un sol uomo hanno esclamato: La neve! Non era, però, un messaggio di festosa sorpresa. Bensì un grido di preoccupazione. Migliaia di bambini sono scesi in strada e nelle piazze, e hanno dato colore ad un paesaggio fiabesco. Almeno loro. Poi l’inverosimile: tutti in collegamento televisivo dai vari quartieri di Roma, con berretti, semicoperti dalla neve che scendeva a fiocchi più o meno grossi. Addirittura il sindaco Alemanno, che di emergenze sembra ne abbia vissute parecchie, era in diretta televisiva con il gelato stretto in pugno, come un inviato prima maniera, come un cronista d’assalto. Neanche il bon ton di munirlo di microfono collarino, il minimo sindacale per qualsiasi televisione, figurarsi per un network nazionale. Tutti sono finiti nel pallone, compresa la Protezione Civile, che con Gabrielli dovrà rispondere di pesanti accuse di trascuratezza nel lancio dell’allarme e nell’efficienza dei soccorsi. Solo alcuni comuni o città minori del Lazio hanno fatto fronte in maniera adeguata all’emergenza. Come Guidonia Montecelio, riconosciuta quale seconda città del Lazio dopo Roma, che già sabato mattina aveva pulito le arterie principali e sparso il sale sulle strade. Altra sorte è toccata alla provincia di Frosinone, affogata nella neve, sotto un metro di coltre bianca. Tutte le energie sono state concentrate nel basso Lazio, ma ancora una volta è emersa l’inadeguata preparazione e formazione delle macchine dei soccorsi, pagate milioni di euro con i soldi dei contribuenti, e inesorabilmente latitanti nel momento del bisogno. I 20 morti circa sulle vie della Capitale sono ad urlarlo a piena voce.
La sua frase più famosa fu un "Non ci sto" pronunciato a reti unificate quando fu accusato di aver gestito fondi neri approfittando della sua carica di Ministro Dell'Interno. Oscar Luigi Scalfaro, ex presidente della Repubblica Italiana si e' spento all'età di 93 anni. E' stato forse il capo dello Stato che ha vissuto i momenti più difficili della storia del nostro Paese. In prima persona ha Affrontato la strage di Capaci, il periodo della bufera di Tangentopoli e cambi in Parlamento che hanno dato uno scossone violento all'equilibrio politico vigente sino a quel momento. Esempio di integrità, lo ha definito il presidente Giorgio Napolitano. Con lui si trovano in accordo tutti gli schieramenti, rappresentati dai segretari di partito a livello nazionale. Per l'ex senatore a vita verra allestita una camera ardente nella chiesa di S. Egidio a Roma, affinché tutti possano salutare una figura importante della storia italiana. Unico rappresentante della massima carica dello Stato che ha letto lui stesso il verdetto dello spoglio per l'elezione: al momento della sua nomina era infatti il presidente della Camera dei Deputati, e ha avuto solo un passaggio di consegne tra due funzioni rappresentative ma diversissime. Scalfaro e' stato un baluardo di legittimita', difensore dalla Carta Costituente, fermo e convinto amministratore della cosa pubblica. Indimenticabile il suo sguardo severo e fisso alla telecamera quando pronuncio' il suo "Non ci sto" all'Italia. Quel giorno non espresse solo il dissenso, ma la rabbia, la delusione e il coraggio di non mollare. Un uomo che incarnava lo spirito indomito del nostro Risorgimento. Quello che ci vorrebbe adesso, in un momento di involuzione, e non solo economica.
A Roma si sta perdendo il controllo. In tutti i sensi. La Capitale
vive giorni di passione in questo inizio di 2012. Incidenti stradali,
attentati e assassinii sembrano aver proiettato la Città Eterna in una
sorta di medioevo moderno. Il disordine pubblico pare sfuggire al
controllo della Polizia, tanto che gli episodi di cronaca nera si
susseguono a ritmo incalzante, guadagnando la ribalta non solo dei
telegiornali nazionali, ma anche dei rotocalchi di approfondimento. Non
è una bella pubblicità per il nostro Paese all’estero. Il turismo
latita ed una fonte di guadagno sicura rischia di sparire tra le già
scarse voci in entrata del bilancio tricolore. Torpignattara è stato
eletto il quartiere della violenza, il bronx romano, la “chinatown de
noantri”. Un bulletto di periferia, appena sedici anni di malefatte,
sfodera il suo coltello e ferisce due bengalesi di 24 anni. Il motivo?
Non gli avevano offerto una sigaretta. Una volta ai minorenni non era
neanche permesso fumare, adesso scatta la violenza se ciò non accade.
In strada, gratuitamente, in mezzo alla gente, ai passanti, sotto lo
sguardo di adulti che possono solo scuotere la testa. Ma Torpignattara,
Roma, non sono così. La città e il quartiere si ribellano. Per ogni
bullo deviato socialmente vi sono migliaia di persone per bene. A
questa va fatto un appello. Non solo l’isolamento, ma la denuncia
preventiva deve essere un obbligo civile di qualsiasi moderna società.
L’indignazione di chi legge, di chi vede, di chi dispera, deve divenire
l’arma con cui colpire chi della legge non ha timore. Altro monito, l’
ultimo: la Magistratura inizia a valutare pene severe e sicure. La
mancanza della certezza della pena, in Italia, è il primo trampolino di
lancio per chi decide di delinquere. E lo stato di crisi del nostro
Paese, purtroppo, non aiuta a scoraggiare la criminalità.
Domnica Cermontan, è lei la donna del mistero. Forse soltanto lei sa
esattamente cosa stesse facendo il comandante Schettino nel momento
dell’impatto della Costa Concordia. E per rispetto alle decine di
vittime del più grosso disastro navale che sia mai accaduto in tempi di
pace sui mari italiani, non mi lascerò andare a facili, scontati e
allusivi commenti. Semplicemente proverò a valutare, insieme a voi che
leggete, i fatti della notte del 13 gennaio scorso. Questa ragazza, 25
anni, moldava con passaporto romeno, è salita a bordo a Civitavecchia.
Ha cenato con il comandante, ma faceva parte dell’equipaggio. Prima
considerazione: di solito cenano al tavolo del comandante soltanto i
passeggeri. Ma è un dettaglio trascurabile. Dopo la cena ognuno dei
commensali, passeggeri, l’ufficiale e l’impiegata tornano alle proprie
mansioni, di diletto o di servizio. Ma a distanza di un’ora il
comandante si ritrova nuovamente con Domnica Cermontan. Sembra dovesse
tradurre per alcuni passeggeri russi. Ma resta con il comandante anche
dopo l’ipotetica traduzione, visto che nessuno immagina un convegno in
madrelingua russa che duri delle ore su una nave da crociera. Intanto
la Concordia si incaglia. Dalla capitaneria arrivano richieste di
spiegazioni. E qui rispondono i sottufficiali della Costa: nessun
problema, solo un guasto elettrico. Altra considerazione: ma se la
capitaneria di porto vede una città galleggiante alla deriva a poche
centinaia di metri dalla riva, con quale criterio si sottovaluta l’
incidente, lo si nasconde e si predica la assoluta tranquillità? Le
ipotesi sono due: o anche i sottufficiali non erano a conoscenza della
gravità della situazione, e quindi il problema è di mancanza di
professionalità nell’equipaggio; o pur conoscendo il problema, lo si è
deliberatamente tenuto nascosto più possibile, in attesa degli eventi.
E quindi è ancora mancanza di professionalità nell’equipaggio. In tutta
questa bagarre manca la presenza del capitano, che a detta della 25
enne moldava era impegnato a "salvare migliaia di vite". Non se ne
abbiano a male i parenti delle decine di vittime, quindi. D’altronde in
uno dei ristoranti suonavano anche la colonna sonora del Titanic, per
rimanere in tema e sdrammatizzare. Ultima considerazione, promesso: a
differenza di quello che era accaduto nel film, all’Isola del Giglio ci
sono state due grandi fortune. La prima è la fortunata decisione,
autonoma, di alcuni sottufficiali di sbarcare i passeggeri; la seconda
è che non si era in mare aperto, ma vicino la costa. Altrimenti una
emergenza di questo tipo, con la “preparazione” di questo equipaggio,
avrebbe causato una carneficina epocale. Quindi sono d’accordo,
Schettino non è l’unico colpevole, forse il maggiore, ma non l’unico.
CONCORDIA SI SCHIANTA SU COSTA
Un disastro di proporzioni gigantesche. L'affondamento del Concordia, il colosso dei mari di Costa Crociere, ha provocato sconcerto e molte perplessità in chi si e' trovato a commentare l'accaduto. Tre morti, che potrebbero diventare di più a causa dei dispersi, decine di feriti, paura e dito indice puntato sulla compagnia di armatori più famosa d'Europa. Danni morali e materiali per le vittime del naufragio, al largo dell'isola del Giglio, tremila passeggeri e mille uomini dell'equipaggio. Questi ultimi resteranno senza lavoro per un tempo indeterminato. Altro danno. E per giunta sono finiti sotto accusa da parte dei superstiti, che li hanno definiti " inadeguati" ad affrontare la situazione di emergenza. Poteva essere evitata la tragedia. Certamente poteva essere contenuto meglio l'incidente, con soccorsi più immediati sulla Concordia, con le scialuppe da calare subito in mare, con un codice rosso che doveva scattare prima. Un Titanic moderno che ha dato ancora una volta la dimensione dell'imprevedibile. Stavolta non si e' trattato di un iceberg, ma di una secca e di uno scoglio, che da solo ha provocato uno squarcio di 70 metri nella chiglia. L'immagine della nave piegata su se' stessa, affondata per meta', fa trasalire anche gli amministratori e ragionieri della Costa Crociere. Oltre al pagamento dei danni per chi era presente sul natante, con perizie basate su uno scampato pericolo di morte, ci sara' da valutare a quanto ammonta la restituzione delle prenotazioni, con tanto di penale da pagare agli utenti. E poi ci sono i danni di immagine, la conseguente, ovvia campagna di riavvicinamento alle crociere, con abbassamento dei prezzi e politica di merchandising legata ad una nuova pubblicità sulla sicurezza. E poi tribunali, cause intentate e da scongiurare. E infine c'è la Concordia. Che fine farà questa città galleggiante? Sarà recuperabile? A quanto ammonta il costo di armatura per rimetterla sul mare? Insomma, anche in pieno oceano si profila una Manovra all'orizzonte. E a pagare, stavolta, non saranno solo i cittadini.
Mauro Sentinelli, al secolo, il pensionato più ricco d’Italia. Il
rapporto Inps presentato in Parlamento dal presidente Mastrapasqua
rivela che il 50,8 per cento delle pensioni non arriva neanche al
“misero” salario che il signor Sentinelli incassa in 4 ore. C’è crisi,
quella vera. L’Italia rischia di uscire dall’Euro, Mario Monti le
studia tutte: manda in pensione la gente con qualche anno di ritardo,
taglia sui beni di medio lusso e rimette in piedi l’Ici, ops, l’Imu. Ma
gli sfuggono le pensioni d’oro. Quasi di platino, direi. E’ storia
vecchia come la metà dei pensionati italiani non arrivi a 500 euro al
mese, mentre uno solo in un mese incassa 90.246 euro, ossia 3008 euro
al giorno. Per non parlare di un parlamentare che incassa 3108 euro
lordi al mese, 1733 euro netti, la giusta paga per aver presenziato un
solo gravoso giorno in Parlamento. C’è la crisi, è vero. Crisi di
dignità, di buonsenso, di morale ed etica sociale. In Italia è vero
tutto e il contrario di tutto. Molti di questi signori presenziano in
televisione e nelle grandi radio nazionali per proporre la soluzione
definitiva. Sbraitano, gesticolano, si arrabbiano e inveiscono. Hanno
un nemico, il dirimpettaio; hanno un amico, il popolo; hanno
conoscenti, i colleghi; hanno la faccia tosta, la loro; e non hanno il
pudore di rinunciarvi. Il sistema pensionistico italiano è al collasso,
molti anziani non arrivano alla fine del mese, boccheggiano nel
tentativo di sopravvivere. Mentre un Sentinelli qualunque incassa ogni
mese una cifra vergognosa, per sé e per i suoi familiari. L’immagino in
fila insieme agli altri desperados della terza età, alla posta del suo
comune. Tutti incassano il gruzzoletto, fatto di 9 banconote da 50
euro, poi tocca a lui. Fatti i conti, il cassiere scuote il capo, si
alza ritto sul suo scranno e urla alla fila: “Si chiude, sono finiti i
soldi”. E Sentinelli va via con una mazzetta da 1805 pezzi da 50,
mentre conta, sorride e pensa alla dura vita del pensionato. Questa è l’
Italia della crisi.
ADDIO A GIORGIO BOCCA, IL GIORNALISMO
E' morto un pezzo di storia del giornalismo, Giorgio Bocca. Il ricordo di questo partigiano di 91 anni non e' stato sbiadito o offuscato dal tempo. Non ha subito lo svilimento dell'incedere del terzo millennio: rimasto fedele al suo personaggio fino all'ultimo, giornalista e saggista d'eccezione, e' stato il precursore dell'inchiesta investigativa. Giorgio Bocca ha fatto da volano alla maggior parte dei professionisti dell'informazione moderna, a cavallo tra due secoli, con la scorta di due guerre alle spalle. Fondatore del quotidiano La Repubblica, ha spesse volte vestito i panni del mediatore della moderna politica del compromesso. Luminare di uno stile semplice, asciutto, pragmatico ed essenziale, ha raccolto consensi dagli scranni di tutti gli schieramenti politici. Abbracciando una cultura italiana radicata nel purismo toscano, non si e' mai lasciato andare ad un facile consumismo letterario, mantenendo intatto l'ideale del linguaggio scarno ma significativo. Nessuna uscita fuori le righe, coerente sempre con se' stesso e con il suo pensiero. Scomparso in questo fine 2011, Bocca ha interpretato il sogno di tanti giovani talenti in cerca d'autore. Su tutti il mio: personale encomio ad un figlio delle due guerre, elevatosi al ruolo di comunicatore del pensiero del popolo. Da sempre ho stimato la dialettica pungente di un uomo che ha fatto del suo nome una professione. A chi non conosceva il giornalismo consiglio una lettura attenta dei suoi saggi, consiglio di studiare il suo stile, mai prolisso, mai tendenzioso, sempre essenziale e diretto. Consiglio di gettare uno sguardo oltre la siepe del nuovo millennio, a ritroso nel tempo, per un eroe della letteratura che lascia un ricordo indelebile, tratteggiato di serietà, professionalità e spessore umano. Un vessillo issato imperioso contro la febbrile corsa all'innovazione, simbolo di un corrucciato pensiero di rimprovero, austero ma fiero modo di vivere una italianità intrisa di patriottismo e di ideali di libertà. Storia d'altri tempi, appunto.
Si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia, ormai pochi giorni e
diventeranno 151. Si festeggia il Santo Natale, la fine di un anno
pieno di novità, le dimissioni di Berlusconi, l’avvento di Monti, il
pianto del ministro Fornero, Celentano al Festival di Sanremo e la
vittoria della Roma al San Paolo. In ogni strada e in ogni piazza si
festeggia, si gioisce e si celebra qualcosa. In Italia, sulla scorta
delle note de profundis che accompagnano la nostra economia, il
consumismo continua il suo incedere maestoso. In tono minore, ma
neanche troppo. Nel territorio tiburtino non è raro imbattersi in
stranieri in fila indiana, sulla Strada Statale Tiburtina, piegati
sotto il peso di due buste ricolme di dolci natalizi e alimenti per il
cenone. Eppure c’è la crisi… Ma sono stati avvisati gli italiani? Qui
si sciopera, si manifesta e si versano lacrime per i sacrifici (degli
altri…!), ma al popolo italiano sembra non gliene cali molto. Ma lo
sanno? In televisione campeggiano i maxi sconti sulle automobili nuove,
addirittura prendono in giro un Suv che costa solo 11.800 euro - “Costa
troppo poco, noi vogliamo spendere molto di più”, recitano gli attori
nello spot. Ma insomma, io non riesco a capacitarmi: ma questa crisi è
iniziata? Dove si avverte maggiormente? Se mi guardo intorno, nel
territorio dove vivo e lavoro, non posso fare a meno di notare una
crescita evidente della qualità della vita. Griffe famose e
costosissime che compaiono sugli abitini di piccoli che non hanno la
capacità né di intendere, né tantomeno di volere. Ma tant’è. Apparire è
meglio che essere. Prima o poi arriverà il conto, credo. Spero ci lasci
il tempo di dire a tutti: Buon Natale e parsimonioso 2012. Noi
aspettiamo per tirare le somme.
A quanti stavano per assaporare la pensione, che tra pochi giorni
sarebbe stata reale, un avvertimento: dose massiccia di coramina e
tanta pazienza. Servono altri sette anni prima di lasciare il lavoro.
Questa la prima conseguenza della manovra del governo Monti, al vaglio
per modifiche piuttosto corpose chieste da tutti gli schieramenti.
Salta all’occhio come i parlamentari siano stati toccati per meno dello
0,1 per cento del totale dei sacrifici chiesti con pianto agli
italiani. Troppi gli onorevoli nel nostro paese, e troppo pagati. Ma la
casta non viene toccata. Nemmeno da Monti e Fornero, che in lacrime
aveva annunciato tempi grami per le tasche dei suoi connazionali
(magari se avesse chiesto le avrebbero detto che era un bel po’ che si
fanno sacrifici, altrove). Si toccano le pensioni e i pensionati, l’Ici
sulla prima casa, i beni di medio lusso che ora diventano di extra
lusso, l’iva e l’Irpef, ma non Camera e Senato. Provvedono i
presidenti, Schifani e Fini, "preoccupati" del ritardo con cui il
presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, sta stilando il rapporto
sulle retribuzioni parlamentari nel resto dell’Europa. Vogliono
adeguarsi, sembra. Lo facciano, ma non serve una commissione dell’
Istat, peraltro pagata con i soldi dei contribuenti, per capire che i
nostri deputati sono quelli più strapagati in tutto il continente.
Basta dare un’occhiata ai paesi di riferimento dell’Unione Europea,
Francia e Germania, per capire che siamo veramente al paradosso. Un
adeguamento si esige in nome del popolo italiano, che di sacrifici per
mantenere la casta ne sta facendo da decenni. Basta dimezzare i
parlamentari e gli stipendi di chi rimane, per averne un immediato
sacrificio: più del dieci per cento della manovra dipenderebbe da
questo. Se tagli devono essere, che tagli siano! A cominciare da chi ha
eccedenza. Non da chi stenta ad arrivare a fine mese. E poi: largo ai
giovani, i pensionandi si godano decenni di duro lavoro stando a
casa.
A me sembrava tutto surreale. Una specie di lezione all’università,
allargata, dove i docenti si erano riuniti e cercavano di spiegare agli
alunni deficienti. «Quaranta più uno quanto fa? Fa quarantuno…». Questo
il tenore degli interventi, a cominciare dal singolare siparietto
creatosi con il ministro Fornero, che mentre parlava delle pensioni,
stigmatizzando i conti in somma delle età' pensionabili, sulla parola
"sacrificio" si è interrotta, scoppiando in un pianto commosso. Parola
poi presa dal premier Mario Monti, che l'ha anche redarguita, mentre
chiudeva il discorso, dicendo: «Commuoviti ma correggimi, se occorre».
Sacrificio ed equità, quindi, fasce forti colpite in maniera
scientifica, strumentale e Irap stornata con una riduzione della
aliquota. Questi sono solo alcuni dei provvedimenti della manovra
presentata dal premier Monti e dalla sua squadra di professori nella
serata di domenica. Aumento dell'IVA, ancora, non bastasse quello di
poche settimane fa, a partire dal secondo semestre del 2012, e tasse
sulle auto di lusso che andranno a colpire vetture prima non incluse,
abbassando la soglia del lusso a fasce più basse. Ma alla fine lo
stesso premier ha precisato: « Non sono solo tasse, ma anche riduzioni
e tagli nelle spese». Rideva sornione, mentre lo diceva, e non tutti in
sala ci hanno creduto. Ci siamo adeguati all’Europa, è vero, ma a quale
prezzo. Dovevamo aspettarcelo: da che mondo è mondo, un tecnico
chiamato a casa ci costa un occhio della testa, di qualsiasi
riparazione si tratti. Figurarsi il bilancio di un paese.
Momenti di confusione istituzionale, di paura e panico diffusi,
impongono una riflessione sull’ondata di violenza che si è abbattuta
sulla Capitale e sui suoi municipi più lontani dal centro. Il duplice
omicidio di Ostia, in taluni casi, ha portato il sindaco Gianni
Alemanno a prendere coscienza di una situazione al limite. Non ci sono
più micro criminali, scippi e rapine di lieve entità, qualche
tafferuglio da bar o da anti stadio con cui fare i conti. Qui si spara.
Qui si fa sul serio. Poco male che a rimetterci siano stati dei
pregiudicati, piccoli o medi criminali implicati con storie di
estorsione, droga e ricatto. Il coinvolgimento dei due boss uccisi,
freddati, assassinati sul litorale pochi giorni or sono, con la banda
della Magliana, porta alla mente nuovi scenari. Le correnti criminali
stanno lottando per il possesso del territorio, per una rivendicazione
di protettorato, o semplicemente per una serie di vendette trasversali
che non lasciano presagire nulla di buono. Che non si torni agli anni
di piombo, che non venga istituito il coprifuoco, come di fatto sta già
accadendo ad Ostia in queste ultime ore. Non bisogna sottovalutare il
fenomeno. Alemanno pare allarmato, il PD non perde tempo e attacca la
sua amministrazione. Nulla di più sbagliato. Occorre che i partiti
politici romani oggi, facciano quadrato. Si schierino tutti dalla parte
della legalità, senza strumentalizzare un momento che rischia di
sfuggire al controllo delle Forze dell’Ordine. Dotare Polizia e
Carabinieri di mezzi giuridici legittimi per arginare questa esplosione
di violenza deve essere una priorità per tutti. Assicurare la certezza
della pena e convogliare gli sforzi in una unica direzione, deve essere
il giusto fine.
CRITICHE A PRIORI SUL CASELLO A1
Progettualità condivisa, conquista territoriale e attenzione alla mobilità del
territorio. In sintesi queste le peculiarità fondanti dei commenti delle
istituzioni in merito all’apertura del nuovo casello autostradale di Guidonia
Montecelio. Un’opera decisamente importante per l’intera Valle dell’Aniene,
avvicinata a Roma e al resto dell’Italia dallo sbocco sull’autostrada A1.
Numerose le personalità presenti all’inaugurazione, lo scorso 17 novembre 2011,
ma facevano rumore soprattutto le assenze. Non è sfuggita quella del presidente
della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, pur ottimamente sostituito nei suoi
doveri di rappresentante sovra comunale dall’assessore Marco Vincenzi, uomo del
territorio e protagonista super partes del progetto del casello. Le
preoccupazioni dei cittadini sul nuovo flusso veicolare su gomma che va ad
aprirsi su Guidonia e dintorni sembrano fugate dai primi giorni di esperimento:
il traffico resta scorrevole, trascurabili, per ora, gli incrementi in termini
numerici relativi ai mezzi, siano essi leggeri e/o pesanti. La Strada
Provinciale 28 bis regge all’urto, se così lo si può chiamare, della novità
logistica aperta direttamente sull’A1. Ma il simposio di festa, la “baccanale
dell’Anas”, improvvisata su una delle aree spartitraffico in entrata del
casello, il mormorio sommesso di chi non assisteva ai discorsi dei politici e
degli amministratori, complice una tensostruttura per pochi intimi, i sorrisi
di circostanza e le strette di mano profuse senza nemmeno guardare a chi le si
concedevano non bastano a giustificare le detrazioni inalberate gratuitamente
da taluni schieramenti partitici. “E’ una vittoria di tutti”, precisa il
sindaco Rubeis. Andrebbe ascoltato, di tanto in tanto, anche il buon senso di
governa, e non criticare a priori: Aliena vitia in oculis habemus, a tergo
nostra sunt.
Parole come equità sociale, riscatto e raddoppio dell’impegno sono risuonate
come promesse, come impegni, come moniti per un’Italia che è sconcertata. Alzi
la mano chi ha capito cosa sta succedendo al nostro Paese. Alla casalinga e all’
impiegato comune si parla di Bot, mercati internazionali, spread, tassi in calo
o alle stelle, e si pretende che si allarmino. Si chiede una onesta disamina
della situazione, di dire la verità agli italiani, di non prenderli in giro.
Tutti i leader dei partiti si sono succeduti davanti a microfoni e telecamere a
parlare di crisi e di elezioni salva bilancio, di governo tecnico e di
traghettatori pro tempore. Poi basta un semplice servizio delle Iene, colleghi
che spesso (troppo spesso), cercano di facilitare le cose facendo domande
scomode, per capire che nemmeno a Montecitorio sanno di cosa è malata l’Italia.
Figure barbine davanti alla piazza di ingresso del Parlamento, con deputati che
fuggono affannati, in ritardo per chissà cosa, attesi da chissà chi, impegnati
chissà come, pur di non dire: non so assolutamente di cosa si stia parlando se
mi nominate lo spread. Allora la casalinga, l’impiegato e il sottoscritto,
tutti insieme, sulla stessa poltrona, ci guardiamo negli occhi e con fare
enigmatico inarchiamo i bordi della bocca, alziamo le spallucce e palme in alto
ci chiediamo a vicenda: “Ma almeno chi ha lanciato l’allarme, ha capito dove è
scoppiato l’incendio?” Eh si, perché la drammatica situazione è questa: tutti
gridano al fuoco al fuoco, ma se poi mobilitiamo migliaia di pompieri, ma non
spieghiamo loro dove devono andare a spegnerle queste fiamme, è un esercizio
allarmistico inutile. Come dire: stai andando a fuoco, indovina da che parte
arriva…
Votata la legge di stabilita' il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, rassegnerà le proprie dimissioni. Il disegno di legge sul rendiconto generale dello Stato del 2010 e' stato pur votato, ma senza maggioranza: 308 voti favorevoli, 321 non votanti e 1 astenuto. La frittata e' fatta! Lo sa anche il Premier: "Dopo il varo della legge di stabilità ci saranno le mie dimissioni in modo che il capo dello Stato possa aprire le consultazioni e decidere sul futuro: non spetta a me" decidere, "ma io vedo solo la possibilità di nuove elezioni. Il Parlamento è paralizzato". Ebbene l'Italia tornerà alle urne. Finito ora lo sciacallaggio mediatico a danno di un solo uomo. Presto si parlerà di campagna elettorale, di programmi e proiezioni statistiche. Niente più Bunga Bunga, n'è interessi personali o attacchi alla Magistratura. L'Italia, o una parte importante di essa che risiede a Montecitorio, ha dato il suo segnale. Interessi e scambi di poltrone, baratti e collusioni o presunte tali sono l'humus ove ha proliferato da mesi, forse più di un anno, l'attacco frontale al Premier e al suo Governo. Berlusconi ha fatto di tutto per salvare il salvabile, oggi ha ceduto. Reclinando il capo ha detto basta. Ora si tornerà al voto. Gli italiani diranno cosa vogliono, quale programma preferiscono, chi non sopportano. Bersani e Franceschini già stappano lo champagne. Ma se il PD ora non dovesse vincere, nemmeno adesso, allora si che sarebbero guai per tutto il centro sinistra. Ora o mai più somiglia più a una condanna che ad un ultimatum. Sia per la sinistra che per i franchi tiratori, nascosti nei banchi dell'aula del Parlamento, su quelli di destra...
OMOSESSUALI NON POSSONO DONARE SANGUE
Tra guerre, uccisioni, agguati mafiosi e disastri naturali, fa
notizia il clamore provocato da una donna di 39 anni, gay, che non è
riuscita a donare il sangue. La sua volontà e i buoni propositi sono
stati frenati dal fermo stop di un medico che le ha detto: ''Sei
omosessuale? Non puoi donare il sangue perché il tuo rapporto
sentimentale e' considerato a rischio''. Si è sentita discriminata
questa lesbica che la scorsa mattina, dopo essere andata al centro
trasfusionale del Policlinico Umberto I a Roma, voleva donare il
sangue: ''E' una cosa assurda e discriminatoria nei miei confronti'',
ha riferito la donna, impiegata nello studio di un commercialista e che
convive con la sua compagna da quattro mesi. “Non e' la prima volta –
afferma - che agli omosessuali viene negata la possibilità di donare il
proprio sangue”. Pur cercando di essere solidale con la sventurata, che
certamente deve essersi sentita poco accetta in questa società dell’
apparire prima che dell’essere, magari anche reietta e appartata, non
riesco a non vedere una oculatezza deontologica nella decisione di quel
dottore. Una eventuale donazione avrebbe comunque implicato una serie
di analisi, con un alto rischio Hiv per gli omosessuali. A quel punto,
forse, il medico avrà applicato quella norma consumata di preservare
sempre e comunque la salute dei pazienti. Qui non si discrimina il
gusto sessuale, né tanto meno le abitudini e i sentimenti dei
“diversi”. Qui si pensa alle implicazioni mediche, ai rischi di
contagio, alla delicatezza e all’incertezza di un virus, quello dell’
Hiv, che non sempre è visibile ad una prima analisi. Fermo restando un
giudizio che resta solidale, come detto, nei confronti dei gay, non
riesco a non condividere anche l’atteggiamento prudenziale della classe
medica. Purtroppo l’omosessualità è una delle cause principali di
contagio da Aids. Per chi riceve il dono del sangue, connesso alla
paura di un intervento anche vitale, a volte, non può esserci il
pericolo di un virus letale. Il problema va eliminato alla radice, con
la prevenzione. Per quanto odiosa e antipatica la pratica possa
sembrare, soprattutto a chi si avvicina alla donazione con i migliori
propositi.
MARCO, PROTAGONISTA FINO ALLA FINE
Lo conoscevano tutti come il pilota dalla folta chioma, dai capelli ricci e
dalla risata contagiosa. Marco Simoncelli non c’è più, se n’è andato nel
clamore di una morte assurda, l’ennesima del circus della Moto GP. Nessun
colpevole, stando alle voci del dopo gara. Destino, la parola più utilizzata.
Nessuno, però, ha riservato un pensiero allo stato d’animo di Colin Edwards e
Valentino Rossi, incolpevoli protagonisti, loro, della fine assurda di un loro
compagno, di un rivale, di un amico. L’impatto è sembrato da subito
violentissimo, fatale. Il corpo di marco disteso immobile sulla pista, senza
casco, è un’immagine che nessuno potrà mai dimenticare. Insolitamente alto per
quelle frecce corte e potenti che sono le moto della categoria GP, Simoncelli
detto Sic era in netta ascesa nel ranking mondiale. Autore di giri veloci, di
diverse pole positions e di piazzamenti eccellenti, era considerato un futuro
campione del mondo. Al titolo non c’è arrivato, Marco. Il titolo gli è
sfuggito, in curva, come era prevedibile. Eppure di cadute ce n’erano state
questa stagione. La moto lo aveva disarcionato tante di quelle volte. Paradosso
del destino, l’unica volta che ha provato a rimanerle aggrappato,
disperatamente, nel tentativo di rialzarla, ha pagato dazio con la vita. Lo
scontro con la moto di Edwards è stato come un razzo contro un barattolo.
Colpito alla nuca dalla ruota anteriore, maledetta, il pneumatico gli ha
segnato il collo, strappato via il casco e, probabilmente, interrotto la vita
sul colpo. Un bravo ragazzo, dicono tutti. Come sempre.
Ma che questi siano bravi ragazzi, perché bisogna scoprirlo quando se ne
vanno? Maledetta voglia di vita, di vivere al massimo, di consumare le canches
per diventare qualcuno. Magari qualche volta si può essere protagonisti anche
vivendo il quotidiano con modestia e moderazione, e lasciare ad altri il
compito di tramandare ai posteri le gesta, il nome e la fama. Credo che la
mamma di Marco, oggi, condividerà questo pensiero…
INDIGNATI NEL MONDO, SOLO ROMA SI VERGOGNA
NEW YORK - Persa l’ennesima occasione agli occhi del mondo. Parlo da
italiano, non da persona legata alla politica o al perbenismo
giornalistico. Roma è stata lasciata in mano agli unni, ai barbari.
Roma è stata ferita nel profondo, con gesti eclatanti e gravi. La
camionetta dei carabinieri data alle fiamme è un simbolo. Non di
rivolta, come pensano i balck bloc, ma di orrore. La profanazione di
una chiesa proprio nella capitale del cristianesimo è uno schiaffo al
Papa, alle istituzioni religiose, ai fedeli. E’ ora di indignarsi, di
prendere provvedimenti, di levare la mano contro chi non sente ragioni,
contro chi non ha paura delle Forze dell’Ordine. Anzi, le sbeffeggia e
le provoca continuamente. Eppure questo fenomeno si è verificato solo
in Italia, da noi. Ovunque nel mondo si è protestato: E’ stata una
autentica manifestazione globale dall'Asia all'Europa: Il movimento
degli 'indignati' contro gli abusi della finanza, il precariato e le
ricette anti-crisi della politica ha esportato la protesta in 951 città
di oltre 80 Paesi. Gli indignati americani hanno conquistato Times
Square in 10.000; tutte persone affollate nella piazza simbolo di New
York per manifestare contro Wall Street. La situazione era monitorata
da un cordone di agenti in assetto anti-sommossa e poliziotti a cavallo
per impedire lo scoppio di violenze. Fermati anche alcuni giovani che
sono scesi dal marciapiede della protesta. Alla fine il bilancio
registrerà una novantina di persone arrestate e due poliziotti finiti
in ospedale con ferite di lieve entità, a seguito della carica di
alcuni “indignati” che hanno tentato di sfondare le barricate. Nulla a
che vedere, comunque, con i 70 feriti, anche gravi, che l’Italia ha
consegnato agli occhi del mondo. I 25 poliziotti presi a sassate, la
camionetta dei carabinieri in fiamme e la chiesa profanata, il milione
di euro di danni, resteranno segno indelebile di ferocia e barbarie.
GOVERNO BATTUTO, MA ELEZIONI LONTANE?
Il Governo esce con le ossa rotte dalla votazione sulla legge di
bilancio. Si parla di defezioni illustri, iniziano le giustificazioni
di rito, si cerca di capire dove i numeri hanno tradito l’esecutivo. Il
Cavaliere si accinge alle dichiarazioni programmatiche in Parlamento:
“far cadere l'esecutivo adesso, in mezzo alla crisi economica mondiale,
è da irresponsabili”. Come non dargli torto? Nonostante tutto si chiede
al Governo di dare delle garanzie sul futuro dell’economia italiana. Le
dimissioni di Silvio Berlusconi, la vacatio che verrebbe a crearsi per
diversi mesi, almeno fino ad aprile 2012, e la conseguente esposizione
alle intemperie dei mercati internazionali, rischierebbero di
precipitare il Prodotto interno lordo dello Stivale ai minimi storici.
La situazione della Grecia, a quel punto, non sembrerebbe così lontana.
Intanto la Giunta della Camera annuncia che l'iter sulla legge di
bilancio è concluso. Per ovviare alla sfiducia ottenuta in Parlamento è
stata convocata la conferenza dei capigruppo, onde vagliare le
possibili soluzioni. Nella querelle politica si inserisce per la prima
volta anche il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, preoccupato per la
mancanza di numeri all’interno del Governo. Chiede di dare una risposta
credibile sulla solidità della maggioranza, sul perché della debacle,
sull’ennesimo atto controverso dei deputati all’interno di Palazzo
Montecitorio. I cittadini italiani iniziano ad essere stanchi dell’
elastico che si allunga verso la caduta del Governo, salvo poi
ritirarsi verso la fiducia condizionata. Nessuno è disposto a lasciare
la poltrona, ma tutti sono pronti a criticare e detrarre lo status
attuale. Tutti sembrano avere la soluzione a portata di mano, la
terapia d’urto, la medicina ideale per curare i mali dell’Italia. Ma
non si trovano paladini coraggiosi disposti a fare per primi un passo
indietro. Allora Berlusconi non ha tutti i torti nel rivendicare il suo
ruolo di leadership, soltanto poche ore fa rinsaldato dalle
dichiarazioni di Umberto Bossi e Angelino Alfano? Allora la
dietrologia, il politichese, la demagogia mediatica sono solo strumenti
in mano a chi vuole il suo spicchio di visibilità, senza rischio alcuno
per la sua posizione nell’aula della Camera. A questo punto, si pensi a
governare o si decida di farla finita. Il giochino del lancio del sasso
e della mano nascosta non impressiona più nessuno, i cittadini per
primi, siano essi di destra o di sinistra.
Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono liberi. Nell’ennesimo grado di
giudizio sono stati entrambi scarcerati, tornano ai loro affetti, alla
loro vita “normale”, per quanto si possa ritenerla tale, dopo tanto
clamore mediatico sulla vicenda. La morte di Meredith Kercher, l’unica
che ha davvero pagato a caro prezzo per un gesto tanto folle quanto
cruento, per ora ha un solo colpevole: Rudy Guede, condannato a 16 anni
di reclusione. La sentenza ha fatto discutere. Ha mosso i pareri e i
commenti di decine di autorità, provocato l’ennesimo incidente
diplomatico tra Pdl e Magistratura, scosso l’opinione pubblica e
infastidito quanti ormai pensavano potesse considerarsi chiusa l’intera
vicenda. Per i genitori di Meredith l’ennesima ingiustizia, dopo quella
più grande, che ha portato via dai loro affetti una figlia. Per il
segretario del Pdl ed ex ministro della Giustizia, Angelino Alfano, «in
Italia per gli errori giudiziari nessuno paga». «Se la detenzione di
Amanda è stata ingiusta chi la risarcirà? Chi pagherà mai per una
detenzione ingiusta sua e di Raffaele Sollecito?» si domanda Alfano. La
risposta arriva immediata dal segretario dell’Anm Luca Palamara: «Sono
allibito che Alfano, che è stato ministro della Giustizia, non sappia
che nel nostro ordinamento ci sono tre gradi di giudizio. E mi sembra
sgradevole che non si perda occasione per denigrare l’intera
magistratura». Intanto, però, a prescindere dalla provenienza politica
da cui arriva, l’interrogativo di Alfano non è peregrino. Chi pagherà
per la morte di Meredith, per un processo lungo anni, per la detenzione
di Amanda e Raffaele che, stando all’ultimo grado di giudizio, è stata
ingiusta? Invece di inalberare la burocrazia di una legge sempre più
impantanata in sé stessa, Palamara potrebbe proporre una revisione dei
processi, sveltendo le pratiche. Si potrebbe pensare ad un sistema
giudiziario che assicuri la certezza della pena. Che condanni i
colpevoli, risarcisca gli innocenti e sollevi dall’incarico chi si è
macchiato di imperizia palese nei confronti di cittadini messi alla
gogna, prima giudiziaria, poi mediatica. Se la legge è uguale per
tutti, deve esserlo anche tra chi è giudicato e chi giudica!
I deputati italiani sono tra i più pagati al mondo, i più numerosi,
con il maggior numero di benefit. Una casta di intoccabili, la loro: al
di sopra delle ordinarie leggi del traffico, della circolazione, dei
parcheggi e dei transiti nei centri storici. Non aspettano e non fanno
code, non subiscono il pericolo di overbooking con aerei e treni, non
rischiano di rimanere senza tavolo al ristorante, non pagano al cinema,
al teatro o negli spettacoli in prima serata. Le loro opinioni
guadagnano quasi sempre la ribalta delle cronache, non sono mai
scontati, obsoleti e retrivi. Viaggiano a spese dello Stato, utilizzano
le decine di migliaia di auto blu in dotazione, non pagano la benzina e
non subiscono il caro vita energetico. Insomma, non sembrano neanche
italiani. Ora il ddl Calderoli potrebbe sconvolgere tutto. Diminuire i
parlamentari potrebbe far risparmiare all’Italia milioni di euro,
decine, centinaia all’anno. La prossima settimana in Senato giungerà il
testo suscettibile di riforme. Il ministro della Lega è sicuro, ''al di
là dei tempi necessari per la firma'' da parte del Quirinale arriverà
''al massimo l'inizio della settimana prossima''. Si tratta di tempo,
giorni, pare. E nell’aula di Palazzo Montecitorio potrebbe farsi posto
inatteso. Ai lati degli schieramenti potrebbero essere tolte diverse
file, molti banchi, per un totale di centinaia di deputati in meno,
forza lavoro che viene restituita al Paese, che non solo avrà uno
sgravio in spese di gestione pubblica, ma potrà contare su tanti
professionisti che la politica ha rapito al meccanismo economico
globale. Un terziario eleggibile che subirà in un sol colpo una
rivoluzione strutturale. E la gente comune? Per strada quale sarà la
reazione? Diminuiscono i parlamentari, le leggi verranno scelte da
rappresentanti con maggiori responsabilità. Già immagino la scena,
spallucce inarcate, scuotimenti di testa, labbra strette e angoli
rivolti in basso. Ai cittadini poco importa di quello che accadrà a
Montecitorio. All’uomo comune interessa guardare negli occhi colui che
sceglie, poter lamentare con una persona fisica le sue difficoltà
quotidiane, non dannare il “sistema”, vittima di sé stesso. Quindi vada
per un Parlamento meno affollato e più responsabilizzato e
rappresentativo. Ma che si tratti di gente vicina al popolo, e non al
di sopra di esso.
Ennesimo caso di condanna a morte negli Stati Uniti. Ennesimo
capannello di dimostranti fuori dai cancelli del carcere, stavolta in
Georgia. Ennesimo tam tam mediatico, con appelli dei vari politici,
pacifisti, associazioni umanitarie e addirittura il papa, Benedetto
XVI. Ma il risultato è stato sempre lo stesso: morte! Troy Davis aveva
ucciso un poliziotto nel lontano 1989. La condanna a morte è arrivata a
distanza di 22 anni. Oltre quattro lustri fatti di sentenze, ricorsi,
appelli, richieste di commutazione di pena, preghiere dei fedeli, dei
familiari dell’uomo e di semplici conoscenti. Nessuna pretesa morale
nel giudizio dell’operato della Corte Suprema Americana, che ha
respinto la richiesta di sospensione della pena. E nemmeno giudizi fin
troppo semplicistici e superficiali sulla opportunità di togliere la
vita ad un essere umano, reo di aver commesso un pur atroce delitto ai
danni di un uomo di legge. Ma una considerazione va fatta, soprattutto
a quanti hanno visto i propri appelli cadere nel vuoto. La certezza
della pena, in America, è un dato di fatto. Così come la violenza
assoluta contro cui combattono le forze dell’ordine. Dunque un
giudizio, seppur severo, sulla condanna alla pena di morte, va
condizionato. Molte le variabili che inficiano la valutazione giuridica
di un delitto: su tutte l’efferatezza e la volontarietà. Poi la
possibilità di recupero del criminale al quotidiano vivere sociale.
Infine, ma non meno importante, il castigo della coscienza.
Raskolnicov, l’assassino di Fedor Dostoevskij in Delitto e Castigo, non
fu condannato a morte nella narrativa tanto prodiga di particolari dell’
autore. Ma subì la pena della coscienza, dei rimorsi, delle paure e
delle angosce. Resta da stabilire, o sarebbe vitale farlo, quanta parte
di pentimento e redenzione nutra la coscienza di chi uccide. In
conseguenza di questo, la sentenza del tribunale avrebbe minori
controversie e polemiche. Homo Homini lupus
ITALIA IN CRISI, PARLAMENTO NEL LUSSO
L’Italia annaspa, stenta, affoga. L’Italia è in crisi, come uscirne?
Occorre trovare il colpevole, in primis. Poi decidere la via di uscita.
Niente di più facile che additare al pubblico disprezzo l’unico
protagonista della debacle, l’unico sempre presente al Governo, sempre
al comando, sempre votato: Il cavalier Silvio Berlusconi. Colpa sua,
quindi. Basta defenestrarlo e il problema è risolto. Azzerati i debiti,
appianate le discordie in Parlamento, tornano i sorrisi nei media,
nelle televisioni e nei giornali. Si torna alla sana, vecchia moralità
da educande perbene, si getta alle spalle la crisi, gli stenti, il
trend negativo dei mercati internazionali (!!), si torna a spendere e a
valorizzare le risorse e il territorio italiano. Niente più morti in
Afghanistan e in Iraq senza Berlusconi, niente più guerre e soprusi,
furti e rapine hanno i giorni contati. Ci attende un futuro roseo,
sereno, scevro da isterismi di massa, senza Berlusconi. E soprattutto l’
Euro italiano avrà un peso diverso, maggiore, competitivo alla sterlina
inglese, preponderante sul dollaro americano, faro guida per lo yen
giapponese. Via il Premier, via i problemi. Sed cogito… In un mondo
immaginario, irreale, utopico, forse il male maggiore non è un uomo in
particolare, ma una casta. Quella dei politici. Ebbene sì, gli
starnazzanti Bersani, D’Alema, Rosy Bindi, hanno troppi accoliti. Così
come lo stesso Berlusconi, Fini e Casini. E se in Parlamento si
pagassero 15 mila “miseri” euro mensili a “soli” 300 deputati anziché
630? E se i senatori diventassero 100 anziché 315? Il risparmio? 4
milioni e 950 mila euro al mese a Montecitorio, 3 milioni e 870 mila
euro al mese a Palazzo Sammacuto, senza contare gli extra. Per un
totale di 8 milioni e 820 mila euro moltiplicati 14 mensilità, ossia
123 milioni e 480 mila euro l’anno. Ma Berlusconi vale così tanto per
la nostra bistrattata Italia? Ab uno disce omnis.
11 SETTEMBRE, DIECI ANNI DI MEMORIA
L’inferno di fuoco e cenere compie dieci anni. Nel 2001, 11
settembre, l’America vive il suo incubo più terribile. Il World Trade
Center viene attaccato da due aerei di linea. A dirottarli dei
kamikaze, che colpiscono in maniera scientifica. Prima la torre nord,
alle nove meno un quarto ora americana, 14.46 ora italiana, scricchiola
e va a fuoco nell’impatto, poi la torre sud, appena qualche minuto
dopo, viene squarciata da un secondo aereo. Il mondo è incollato ai
televisori, incredulo, sgomento, atterrito. Le parole dei commentatori,
degli inviati, le urla della gente che fugge impazzita per la paura, la
nuvola di polvere e cenere che si espande dopo il crollo della prima
torre, il traffico paralizzato: sembra la scena apocalittica di uno di
quei film di Hollywood, dove i disastri sono addirittura esagerati per
rendere la pellicola sensazionale. Ma la realtà, con al sua cruda
verità, può essere più atroce di qualsiasi sceneggiatura. Qui va in
onda la catastrofe, le torri gemelle, nell’arco di appena un’ora, non
esistono più. Al loro posto, a dieci anni di distanza, Ground Zero resta
un luogo di culto, una sorta di simbolo della rimembranza. A dieci
anni, oltre alle vittime, sono morti anche i presunti carnefici. Ma l’
America, come il mondo, non dimentica. E dopo le calamità naturali del
Giappone e degli Stati Uniti, una considerazione ci deve costringere a
riflettere: tutto sommato è meglio piegarsi alle leggi della natura,
alle sue manifestazioni di forza e di crudele violenza, che non agli
ideali incancreniti e degenerati di pochi folli, che giocano con la
vita propria e di un intero popolo.
MANOVRA, ITALIA INFERNO FISCALE…
ROMA – Il braccio di ferro tra Berlusconi e Tremonti comincia a
perdere forza. La meta di un possibile spiraglio di ripresa sembra
avvicinarsi, anche grazie alla favorevole congiuntura dei mercati
internazionali, a dire il vero. Ormai lo spettro di una debacle
ellenica, ultima in ordine di tempo, resta effimero e sbiadito nelle
paure di un collasso dell’economia italiana. Gli allarmismi delle
scorse settimane non sono stati precipuamente un fuoco di paglia acceso
da franchi tiratori dai loggioni estremi di Palazzo Montecitorio. Né
cartucce innescate dal braccio armato di giornalisti o media solidali
con una certa fazione politica nazionale. Purtroppo l’andamento
generale dei mercati non faceva presagire tempi rosei per l’italiano
medio (quelli sopra la media, benestanti e ricchi, hanno sempre avuto
poche preoccupazione, è storico). Oggi su tutti predomina l'accordo di
Arcore, la summa dei compromessi di settore, eccezion fatta per le
misure relative alle pensioni che verranno stralciate a furor di
popolo. In ogni suo punto il documento resta valido, soprattutto quando
si affronta l'abolizione del contributo di solidarietà. In tal modo il
premier, Silvio Berlusconi, stando ad autorevoli fonti del Pdl, ha
dibattuto e commentato gli ultimi sviluppi sulla manovra. Il capo del
Governo, sollecitato a dare garanzie per l’immediato futuro, ha anche
rassicurato tutti precisando che le coperture per le modifiche decise
nel vertice di maggioranza ci sono e che al limite, ma soltanto come
ultima ancora di salvataggio, si riserva la possibilità di ricorrere
alla "scorta" di un possibile aumento dell'Iva. La minaccia, però,
riguarderà gli operatori di settore e le associazioni di categoria dei
commercianti, qualora si materializzasse. Proiettando il nostro Paese
ai vertici degli inferni fiscali europei. Ma questa è un’altra storia.
FACEBOOK, BAMBINO NERO COME TROFEO DI CACCIA
I social network come novelle agorà multimediali. E come in piazza,
come al bar, gli utenti si divertono a scambiarsi opinioni,
considerazioni, velleità e convinzioni morali. O immorali, come è
accaduto in quest’ultima, agghiacciante testimonianza registrata su
Facebook: su un profilo vi si vede chiaramente un ragazzo bianco,
vestito con una mimetica militare, che sorride soddisfatto stringendo
in mano un fucile, inginocchiato sulla sua presunta preda di caccia: un
bambino nero, sdraiato e apparentemente senza vita. Questa immagine
assurda e di pessimo gusto, qualunque fosse la finalità, è stata
pubblicata su Facebook, su quello che è un profilo ispirato
all'accanito sostenitore dell'apartheid, Eugene Terreblanche, peraltro
ex leader del Movimento di resistenza Afrikaaner, che fu ucciso a colpi
di machete lo scorso anno.
L’intero profilo del personaggio che, giocando con le parole, si
nasconde sotto il nome ''Terrorblanche'', e' fin troppo inquietante.
Questo episodio ha fatto ricordare quello di Breivik, autore della
strage di Oslo, che appena due mesi fa si era fatto ritoccare il volto
per sembrare più ariano. Questioni di razza, di estrazione culturale e
di degenerazione sociale. Nel complesso di un mondo che ha a che fare
con disastri più o meno naturali, con contaminazioni nucleari e
terrorismo ecologico, la notizia di un personaggio bieco e
incontrovertibilmente malato di protagonismo, non dovrebbe suscitare
molto scalpore. Ed in effetti nessun media nazionale sembra
occuparsene. Niente di più sbagliato. Quando a venire lesi sono i
diritti dell’umanità, sbeffeggiati da pochi (per fortuna) servi
sciocchi di un ideale storpiato nell’etica, quale può essere lo storico
vituperato razzismo, allora occorre una presa di posizione. E se a fare
da veicolo di trasmissione mondiale di tale ignorante visione del
sociale è un network utilizzato anche da minori al di sotto dei 12
anni, allora il parere ostativo, il veto multimediale, deve colpire
anche questo. Fermare per tempo la stupidità di poche persone, a volte,
può essere la vittoria della vita. L’avessero fatto in Germania una
novantina d’anni fa…
GIULIANOVA ACCOGLIE IL TUTTO IN UNA NOTTE
Ancora sorrisi, applausi e urla di trionfo. Il Tutto in una notte,
manifestazione sportiva e socio aggregativa riesce ancora una volta a
stupire tutti. Migliaia le persone presenti all'Europa Beach Village
di Giulianova lo scorso 20 agosto 2011, ancora di più collegati in
diretta streaming su Muirtv.com, per quella che e' la seconda edizione
della regione Abruzzo. Otto formazioni varate dagli stabilimenti della
costa giuliese si sono date battaglia fino alle finali delle
rispettive specialità, beach volley e beach soccer. Alla fine hanno
trionfato nella prima edizione l'Europa Beach Village, padrone di
casa, e nella seconda l'Hotel Baltic. In entrambe le circostanze
plauso agli sconfitti, i ragazzi del Don Juan, che ai punti avrebbero
vinto le manifestazioni, essendo stati capaci di guadagnare entrambe
le finali. Un lampo di luce nella notte la presenza della madrina
della notte bianca, Giorgia Palmas, ospite della kermesse ed
entusiasta spettatrice delle gesta degli improvvisati campioncini in
campo. Cinque telecamere hanno raccontato la storia dell'ennesima
organizzazione impeccabile, un evento che ha sorpreso, gratificato e
soddisfatto gli addetti ai lavori, gli atleti, i tifosi, ma
soprattutto l'amministrazione comunale, presente nella persona
dell'assessore di Giulianova, Archimede Forcellese. Anche lui premiato
per aver creduto personalmente al maxi evento mediatico dell'estate
adriatica.
Ormai è ufficiale, l’Italia affoga. Viene risucchiata dai debiti, dal
deficit, dalla crisi economica, dal crollo di Wall Street, della borsa
di Milano e da quella di Tokyo. L’Unione Europea predispone aiuti
economici per il nostro paese, sia sotto forma di fondi liquidi che con
l’acquisto di titoli statali. Quello che si temeva quando la Grecia
aveva alzato bandiera bianca, si è maledettamente concretizzato. E la
prova evidente la si ha buttando uno sguardo distratto alle autostrade
italiane, in passato bollate con l’infamante codice rosso per le
partenze estive, oggi tranquille arterie placidamente scorrevoli nel
traffico in gomma, come non accade neanche nelle ore serali di un
periodo feriale d’autunno. Calano le partenze, le gite fuori porta, le
vacanze oltre confine e a maggior ragione quelle transoceaniche. I
grandi supermercati e i centri commerciali sono pieni di una
moltitudine eterogenea di persone, sorridenti a godersi il fresco dell’
aria condizionata. Ma tutti a mani vuote. Desolatamente sprovvisti di
buste griffate o meno, tristemente privati del potere economico, del
portafogli pingue degli anni ottanta e novanta, ormai più che una
illusione.
L’Italia affoga nei suoi problemi, arranca dietro i sogni di gloria
di un miraggio americano che mai come ora, si presenta irto di ostacoli
e sbiadito da messaggi di cronaca che sprofondano l’ottimismo in un
crudo e deplorevole realismo. La corsa all’oro si fa oggi al prato
sempre più verde, quello del vicino. Non serve allungare lo sguardo al
futuro. Nessuno pensa al di là dei due lustri per immaginare la sua
vita “da grande”. Anche solo allungare la mano e afferrare il futuro di
due mesi a seguire è impresa titanica, coraggiosa, senza garanzie. E
allora giù la testa a rimembrare vecchie teorie economiche del passato,
di quelle da esame accademico che tanto facevano dannare noi studenti:
la mano invisibile di Adam Smith, la plusvalenza di Karl Marx, Das
Capital, il capitale, le chiusure delle frontiere all’importazione
selvaggia. Ma sono così obsolete? O in nome del cosmopolitismo sociale
e culturale si vuole immolare sull’altare della tolleranza anche il
buonsenso che guida le leggi economiche planetarie?
Immaginate di uscire dal negozio appesantiti da qualche busta della
spesa; preoccupati per la macchina lasciata in doppia fila, o in
divieto di sosta. Voltato l’angolo vi si apre una scena decisamente
inattesa: la vostra macchina è lì, nessuno ve l’ha portata via, ma è
ridotta ad un rottame. Poi vi si avvicina il sindaco della vostra città
che vi tranquillizza (si fa per dire), comunicandovi che il comune ha
deciso di adottare un sistema drastico per la sosta selvaggia:
distruggere le auto in divieto.
Sembra una storia surreale, invece è di attualità: in Lituania, nella
capitale Vilnius, il primo cittadino Arturas Zuokas, ha deciso di
combattere il fuoco con il fuoco. Ai trasgressori non viene più data
una seconda canche, con la multa o l’avvertimento del vigile ordinario.
La macchina in sosta vietata viene “cavalcata” da un carro armato
blindato. Sotto le ruote cingolate del pesante mezzo la macchina, quasi
sempre di lusso, tipo Mercedes, Rolls Royce e Ferrari, scricchiola e
cede, appiattendosi al suolo come un qualsiasi ferrovecchio. Sul posto
restano solo vetri frantumati e pezzi di metallo e plastica, esplosi
dall’auto. Poi un carro attrezzi porta via il tutto e lo stesso sindaco
si adopera a spazzare la strada dai detriti. Il video impazza sul web e
sembra che il metodo drastico adottato da Zuokas sia apprezzato anche
dai suoi concittadini. Dietro un malcelato sorriso, gongolo al solo
pensiero delle auto blu, delle ammiraglie di politici, ricconi e
persone famose “castigate” qui in Italia, con un carro armato che vi
passeggia sulla carcassa. Ma da noi tutto è impossibile: da noi
verrebbero distrutte le macchine delle persone comuni, quelle di operai
e impiegati. Qui il metro di giudizio è diverso. Qui la legge è uguale
per tutti, salvo pochi.
PESCARA SI È GIOCATA “TUTTO IN UNA NOTTE”
Città calda, Pescara. Mare e sole, Appennini alle spalle, molti
giovani e movida notturna che vive indugiando da un locale all’altro
della costiera adriatica. Si vive di calcio a Pescara. Tutti
intenditori (o quasi) gli abruzzesi. Da qui l’idea della Muir
Productions: unire le due passioni in un solo evento. Calcio e vita
notturna insieme, in una unica location, senza respiro, in apnea per
tutta la notte. Al Palazzetto dello sport “Giovanni Paolo II”, lo
scorso 29 luglio, il capoluogo abruzzese ha vissuto momenti di
autentico delirio agonistico. Una esibizione in apertura, con danza
classica, moderna e pattinaggio artistico, hanno contribuito al
preludio di una manifestazione che ha vestito i panni del sociale,
oltre che del sano divertimento. Famiglie, conoscenti e amici, bambini
e adulti, riuniti in un unico posto, insieme, a tifare, mangiare e
divertirsi in una serata di mezza estate, come non era mai accaduto in
passato; come Pescara non immaginava neanche potesse succedere. “Un
evento senza precedenti”, hanno recitato alcuni organi di informazione
locali. Ma il vero successo del “Tutto in una Notte” non è stata la
vittoria di una squadra sul campo di gioco, la più forte delle altre.
Né tanto meno quella del tifo sugli spalti, chiassoso e partecipativo
fino all’ultimo minuto della tredicesima ora di diretta. Non è stata
una vittoria soltanto la macchina organizzativa legata al live di un
evento trasmesso in diretta televisiva e web per 13 ore. La vera
vittoria è stato l’entusiasmo e la passione di tutti: a cominciare da
Muirtv, presente in forze. Per proseguire con i ragazzi della redazione
di Pescara, su tutti il caporedattore Luigi Sorrenti. E ancora tutti i
giocatori, i cameramen, gli addetti ai lavori, alla ristorazione, alla
sicurezza, i giornalisti. Ma ubi maior minor cessat, sull’apice della
piramide, senza il minimo dubbio, vanno i capisaldi dell’evento, quelli
che hanno reso fattivo e operativo il carro dei vincenti: l’editore
della Muir Productions, e l’assessore allo sport del comune di
Pescara, il Prof. Nicola Ricotta. Dietro di loro pacche sulle spalle e
strette di mani a tutti, lo meritate, lo meritiamo!
AFGHANISTAN SI TINGE DI ROSSO TRICOLORE
L’Italia è ancora ferma a riflettere. Un'altra vittima, un altro
figlio della Patria che guadagna la ribalta delle cronache, le note del
Silenzio, l’Inno di Mameli in memoria dell’opera prestata. C’è ancora
sangue italiano in Afghanistan. Un militare, l’ennesimo, perde la vita
in un attentato. Il primo caporalmaggiore David Tobini viene ucciso in
un vile agguato: è il 41esimo dall'inizio della missione. L’attacco è
stato sferrato a nord-ovest di Bala Murghab, nella parte occidentale
del Paese. Il ragazzo nato a Roma il 23 luglio 1983, era in forza al
183° reggimento paracadutisti "Nembo" di Pistoia. Altri due
commilitoni, anche loro parà come lui, sono rimasti feriti: uno versa
in gravi condizioni, mentre l'altro non sembra essere in pericolo di
vita. L'Afghanistan, dunque, ci porta la terza vittima italiana in un
mese: Gaetano Tuccillo è morto, infatti, il 2 luglio, e Roberto
Marchini il 12 luglio scorso. Peraltro questo ennesimo atto di dolore
arriva alla vigilia della discussione del rifinanziamento delle
missioni all'estero, molto contestata in Senato. Si dibatte se tornare
a stanziare fondi. Non si parla se continuare ad immolare vite umane. L’
operazione di pace sta chiedendo un contributo altissimo al nostro
Paese. Bene lo sa anche il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che ha
espresso «profonda commozione» per la morte del giovane parà e
attraverso un comunicato del Quirinale ha voluto farsi «interprete del
profondo cordoglio del Paese, sentimento di solidale partecipazione al
dolore dei famigliari». Non riesco a capire quanto riusciranno a farci
i familiari di David con il cordoglio del paese. E nemmeno i genitori
se riusciranno a farsene una ragione pensando che il proprio figlio è
ora un eroe di guerra. David non c’è più. E’ questo il vero deficit
dell’Italia: le giovani vite strappate dal nostro suolo.
MANDELA COMPIE 93 ANNI, AUGURI DAL MONDO
Il grande vecchio compie 93 anni. Non è ancora stanco, Nelson
Mandela: Si alza tutti i giorni di buon mattino, legge una decina di
giornali, ha il tempo e la voglia di ricevere ogni tanto vip e gente
comune ma, soprattutto, dedica alla sua famiglia tutto il tempo che
riesce, dopo aver destinato la sua vita, gran parte, alla politica.
Mandela ha dedicato ben 67 anni a sconfiggere il regime bianco
dell'apartheid dopo 27 anni di galera. Tutto il Sudafrica e il mondo lo
stanno festeggiando con rispetto. E prosegue con lui la ricorrenza del
Mandela Day, istituito lo scorso anno dall'Onu perché ognuno dedichi 67
minuti del suo tempo a una buona causa. Un esempio fulgido di moralità
e di fratellanza assoluta, di solidarietà e di lotta per un ideale,
degno questo di ricevere l’encomio di una moderna società civile.
Nessuna degenerazione per il fanatismo di maniera che sta affliggendo i
paesi del medio oriente e del nord africa, martoriati dalla guerra e
dall’odio. Nelson Mandela è l’ultimo baluardo di un modus pensandi che
sta diventando sempre più merce rara: vivere e lavorare senza
compromessi, senza girare le spalle ai principi morali che dovrebbero
essere fondanti di qualsiasi società moderna. Nei giorni della guerra e
della morte, degli attentati e dei genocidi, la vita di un eroe dei
nostri tempi può servire da deterrente all’ipocrisia di un mondo alla
deriva. Mandela ha combattuto, sofferto e vinto per il suo Paese, per
quelli che lui stesso definisce fratelli, che oggi gli tributano il
giusto rispetto, omaggio e amore incondizionato. Auguri quindi al
grande maestro della fratellanza tra i popoli.
SE LA VITA NON VA, PERCHÉ UCCIDERE I FIGLI?
Abbracciare un figlio deve essere una sensazione straordinaria, di
onnipotenza, di completezza e di soddisfazione. Ma farlo in punto di morte deve
avere un significato differente. Se poi lo si fa con la consapevolezza che si
sta spezzando il futuro del proprio sangue, della propria discendenza, allora
qualcosa non va sia dal punto di vista morale che affettivo. Una mamma non può
abbracciare un figlio e trascinarlo prepotentemente, violentemente e
precocemente nel gorgo della disperazione e della morte. Un rogo ha posto fine
a tre vite, quella di una mamma e dei suoi due bambini. E’ accaduto a San
Pietro Belvedere, nel Comune di Capannoli (Pisa). "Io sono infelice e i bambini
soffrono con me", ha scritto la donna. E poi ancora, in maniera poco lucida:
"la vita va vissuta a pieno". Fino al macabro ed inquietante: "se per sbaglio
loro dovessero in qualche modo restare vivi, voglio che siano affidati ai miei
genitori e non ai genitori di lui". I suoi figli Lapo e Letizia di 3 e 11 anni,
non sono scampati alla follia, sono stati trovati morti carbonizzati nella
macchina di Simona Alessandroni, appena separatasi dal compagno. Il folle gesto
non ha spiegazione. Quelle frasi deliranti, quel biglietto d’addio poteva
riservarlo solo a sé. Una mamma dovrebbe proteggere i propri figli a rischio
della propria vita, come accade in ogni essere vivente in natura. Meno che nell’
uomo, la più bestiale delle bestie. La più immorale, l’essere meno dotato di
amore, capace di affogarlo nell’egoismo e nella pazzia. Ha spezzato la vita dei
suoi figli, Simona, loro non avevano colpe, loro erano l’innocente frutto di
una vita sbagliata. E ne hanno pagato le conseguenze. Solo loro.
L’ITALIA PIANGE UN ALTRO FRATELLO
ROMA – Siamo alle solite: ci ritroviamo di nuovo a piangere un
fratello scomparso, l’ennesima vittima di una guerra tanto assurda
quanto inutile. Il contingente italiano in Afghanistan, il più numeroso
di sempre, con le sue 4.200 presenze, continua a muoversi sul suolo
nemico senza aiuti del posto, senza prospettive, senza un obiettivo
specifico. In Italia si comincia a parlare di ritiro delle truppe, di
spese militari insostenibili, di bilancio del Governo e di nuove
alternative alla Missione di pace. Gaetano Tuccillo, caporal maggiore
scelto, si ritrova ad essere la trentanovesima vittima di questa
“missione di pace” in Afghanistan. A Herat, la sua salma ha ricevuto l’
ultimo saluto dai suoi compagni. Aveva 29 anni Tuccillo, ed è stato
ucciso da una bomba lungo una strada afgana. Il suo corpo è rientrato
in Italia dove l'aspettavano familiari e amici. E proprio sul suolo
italiano scoppiano nuovamente le polemiche, che la sua morte ha
scatenato, tra coloro che ritengono giusto che la missione in
Afghanistan debba proseguire e quelli che invece vogliono le truppe
italiane subito a casa. Gaetano Tuccillo, nato a Palma Campania in
provincia di Napoli, ma residente a Revine di Treviso, in forza al
Battaglione logistico 'Ariete' di Maniago, a Prdenone, è deceduto
domenica scorsa in una violenta esplosione dove anche un altro militare
italiano è rimasto ferito ad una gamba. Le loro famiglie si chiedono
adesso se valga la pena proseguire con un sacrificio di vite che sembra
non portare benefici al Paese ospitante e sia addirittura inviso a
molti politici di Palazzo Montecitorio.
BIMBA-BOMBA A 8 ANNI, LA VERGOGNA DELLA GUERRA
Quando si dice senza parole, senza commenti, senza anima e senza
cuore: quando si vuole dare un segnale forte, quando si chiedono
risposte, quando si vuole un perché. La morte di un bambino, piccolo,
innocente, ingenuo e incolpevole, appare sempre come un monito a chi
della vita ha disprezzo assoluto. Ma l’inganno e la proditoria messa in
scena di un delitto compiuto ai danni di chi non sa, di chi non crede
nella ferocia altrui, di chi non conosce il mondo dei grandi, appaiono
come un mefistofelico gesto vigliacco. Oggi, dopo l'uccisione di Bin
Laden lo scorso 2 maggio, i talebani non sembrano avere più remore, né
scrupoli. La loro nuova, spietata strategia del terrore prevede l'uso
di bambini e di donne negli attentati suicidi per aggirare i blocchi
della polizia e ingannare le forze di sicurezza. I terroristi hanno
utilizzato, è il caso di dire senza scrupoli morali, una bambina
innocente di otto anni per consegnare una borsa con una bomba,
dicendole di portarla verso il presidio militare. Poi senza alcuna
esitazione hanno fatto esplodere la bomba, uccidendo la piccola e senza
fare altre vittime. E' accaduto nell'area di Waesbala nel distretto di
Charchino nel sud dell’Afghanistan. La deflagrazione ha attirato nell’
area decine di militari, ma ovviamente della piccola non vi era
traccia. Soltanto l’immagine di una bambina innocente che trascinava
una grossa borsa con il sorriso sulle labbra è rimasto nel ricordo dei
presenti, disgustati dalla ferocia e dalla mancanza di limiti dei
talebani. Un sorriso che è stato ingannato, spezzato, macchiato e
sporcato dall’odio di chi dovrebbe combattere per un ideale. Ma nessun
ideale vale una infamia tanto grande. Nemmeno la vendetta per una
guerra ormai persa.
VIDEOPOKER E FIGLI, CHI AMARE…?
Uno schiaffo alla vita. Una mamma che volta le spalle all’amore per i
propri figli è la notizia che nessuno vorrebbe mai commentare, leggere,
venire a sapere. Nulla vi è di più sacro e indiscutibile del legame che
esiste tra una donna e il proprio figlio, sangue del suo sangue, la
creatura che ha portato in grembo per nove lunghissimi mesi. Eppure, a
volte, ci si ritrova a commentare anche l’inverosimile. A Villa Adriana
una donna di 36 anni ha abbandonato i suoi due gemelli di un anno in
auto per andare a giocare a videopoker. Sotto un sole cocente ha
lasciato i due piccoli in macchina con i finestrini appena abbassati,
uno spiraglio che non ha impedito alla macchina di diventare una
autentica fornace. La figlia di due anni, invece, l'ha portata con sé
nel bar di Villa Adriana dove ha giocato a videopoker per quasi due
ore. Fortunatamente i gemellini, soccorsi dai Carabinieri della
Compagnia di Tivoli chiamati sul posto dai passanti, ora stanno bene.
La mamma e' stata denunciata per abbandono di minori, mentre i tre
figli, tolti alla custodia dei genitori, sono stati affidati ad una
casa famiglia e ai servizi sociali del comune tiburtino. Una storia,
questa, che fa riflettere sia per la superficialità che per l’ignoranza
di una coppia di persone che, impreziositi dalla vita di tre figli,
hanno dilapidato il patrimonio correndo dietro un fallace sogno di
facile ricchezza. La tentazione e la febbre del gioco d’azzardo hanno
certamente rovinato intere famiglie, ma mai come questa volta. Un
attimo di riflessione per chiunque legga è d’obbligo: guardate la foto
di vostro figlio, del nipotino, del fratello più piccolo, del figlio di
amici, gettate uno sguardo alla culla o al bimbo che gioca a terra,
vicino alla vostra scrivania. Potreste mai preferirgli una macchinetta
elettronica che segna dei numeri e lasciarli in pericolo di vita per
due ore consecutive?
UN CEFFONE PER RINSAVIRE, DUE PER RIFLETTERE…
Scegliere il si, vuol dire fare un passo indietro sulla normativa
vigente. Questo non vuole necessariamente significare bloccare, frenare
e inibire l’evoluzione della società e dell’economia del nostro Paese.
Anzi. In taluni casi, vedi il nucleare e la tariffa dell’acqua, forse
irreggimentare le questioni in regole più precise di quelle attuali,
con il libero arbitrio lasciato agli italiani. Questa potrebbe
diventare una panacea non del tutto effimera per la salute e l’economia
media di un bistrattato Stivale. I quattro referendum popolari hanno
dato il via ad una serie di riflessioni: Con il primo vi è l'
abrogazione di norme che permettevano di affidare la gestione dei
servizi pubblici locali a operatori economici privati. Il secondo
referendum ha dato il via all'abrogazione delle norme che stabiliscono
la determinazione della tariffa per l'erogazione dell'acqua. Il terzo,
importantissimo, ha cancellato le nuove norme che danno il via libera
alla produzione sul territorio nazionale di energia elettrica nucleare.
Il quarto e ultimo riguarda l’abrogazione del legittimo impedimento in
materia penale per esponenti del Governo, quale il presidente del
Consiglio dei Ministri. All’indomani del voto si chiedono verifiche di
governo: "Un Governo politico deve avere il coraggio di fare scelte
popolari o impopolari, ma scelte che vanno nelle direzione giusta",
afferma il ministro dell'Interno Roberto Maroni. "Mio nonna diceva che
uno sberlone fa male ma a volte ti fa rinsavire, prendere coscienza e
aprire gli occhi". "Ma soprattutto - ha aggiunto - non vogliamo, dopo
due sberle, che si realizzi il proverbio: non c'é due senza tre".
REFERENDUM, NUCLEARE E LEGITTIMO IMPEDIMENTO SUL TAVOLO
Se si sceglierà il si, vorrà dire fare un passo indietro sulla
normativa vigente. Questo non vuole necessariamente significare
bloccare, frenare e inibire l’evoluzione della società e dell’economia
del nostro Paese. Anzi. In taluni casi, vedi il nucleare e la tariffa
dell’acqua, forse irreggimentare le questioni in regole più precise di
quelle attuali, con il libero arbitrio lasciato agli italiani, potrebbe
essere una panacea non del tutto effimera per la salute e l’economia
media di un bistrattato Stivale. Si voterà sì per l’abrogazione di 4
norme importanti, no per il mantenimento. Sul tavolo del dibattito
referendario, che affinché diventi valido occorre un numero del 50% più
uno degli aventi diritti al voto alle urne, questioni di natura
economica e giuridica . Saranno oltre 47 milioni e 300 mila gli
elettori, di cui 22.734.855 maschi e 24.623.023 femmine, in 61.601
sezioni. Si voterà domenica 12 dalle ore 8 alle ore 22 e lunedì 13
dalle ore 7 alle ore 15. All'estero il corpo elettorale interessato
alle consultazioni referendarie è di 3.236.990 elettori. Quattro i
referendum popolari: Il primo prevede l' abrogazione di norme che ora
permettono di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a
operatori economici privati. Il secondo referendum, propone
l'abrogazione delle norme che stabiliscono la determinazione della
tariffa per l'erogazione dell'acqua. Il terzo, importantissimo, su
scheda di colore grigio, propone l'abrogazione delle nuove norme che
danno il via libera alla produzione sul territorio nazionale di energia
elettrica nucleare. Il quarto e ultimo riguarda l’abrogazione del
legittimo impedimento in materia penale per esponenti del Governo,
quale il presidente del Consiglio dei Ministri. Questo forse attirerà
le maggiori attenzioni. Si attende la debacle del Premier, e un si lo
esporrebbe ad ulteriori attacchi, mediatici e della magistratura.
BERLUSCONI IN DECLINO, ANCHE MILANO AL CENTROSINISTRA
Per il premier e' senza ombra di dubbio una autentica disfatta. Perdere Milano, Napoli e Cagliari in un colpo solo equivale ad un plebiscito. Anche Arcore va al centrosinistra. "Qui qualcosa non va", si sara' detto Berlusconi. Qui gatta ci cova. Qui qualcuno e' venuto meno. Qui... Bisogna iniziare a guardarsi le spalle! Il ballottaggio delle elezioni amministrative 2011 ha visto la supremazia del centrosinistra in numerosi comuni d'Italia. A Milano e Napoli vincono Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris. A Cagliari ha vinto Massimo Zedda ed anche a Trieste c'è stata la vittoria di Roberto Cosolini. A Grosseto vince Emilio Bonifazi, Andrea Ballarè è il nuovo sindaco di Novara. Il centrodestra vince soltanto a Varese e Cosenza, rispettivamente con Attilio Fontana, sindaco uscente, e Mario Occhiuto, candidato Udc.
Le stime del voto, dei risultati e delle vittorie o sconfitte e' lasciata ai protagonisti nazionali degli schieramenti politici. Certamente il Governo non potrà ignorare un dato così palesemente contrario, con gli italiano che, ove non avessero preferito il mare alle urne, chiusi nel gabbiotto con la scheda tra le mani hanno fatto una scelta di campo. Troppe defeziono, accusano dal centrodestra. Qualcuno ipotizza il boicottaggio della Lega, che ha minacciato da tempo il dietrofront rispetto al Pdl. Ma se restano i meri numeri a dare un senso concreto ai risultati, allora per Milano e Arcore occorre una analisi dei perché di una sfiducia degli elettori che nelle roccaforti davvero Berlusconi non si attendeva. Non si escludono scossoni dell'ultima ora in seno al Consiglio dei Ministri.
SARAH E LA FAMIGLIA DEL TERRORE
Mancava solo lei all'appello, adesso in carcere ci sono proprio tutti.
A cominciare dallo zio, Michele Misseri, fino alla cugina, Sabrina,
per arrivare alla zia, Cosima Serrano. Ad Avetrana scattano gli
applausi della gente al passaggio della "gazzella" dei carabinieri con
quest'ultima appena prelevata. Una immagine che cozza con quella di
rassegnazione, sconforto e paura dei mesi scorsi. E fa pensare anche
che, nel terzo millennio, nell'epoca delle intercettazioni e della
trasparenza telematica, non si riesca ad arrivare al nome
dell'assassino. Ormai da quello che si e' evinto dagli indizi raccolti
nel tempo, disseminati più o meno volontariamente, appare evidente il
coinvolgimento della famiglia della piccola Sarah Scazzi. Non si
arriva al colpevole, anche se si rende sempre più chiaro una sorta di
tacito assenso, di velo omertoso steso impalpabilmente a difesa della
famiglia Misseri, dalla stessa famiglia Misseri. E il fratello della
bimba che si lancia in iniziative benefiche a nome della sorellina,
mediaticamente lanciate per un profilo pubblicitario alto, quasi
necessitasse di prestigio riflesso. L'unica ad acervi rimesso, pare
evidente, e' Sarah. Così come sembra ormai un dato incontrovertibile
che la sua famiglia ha fatto da giustiziera, più o meno attivamente,
della sorte della piccola. Resta un solo vero dubbio, oltre al nome di
chi ha levato la mano per primo sulla quindicenne di Avetrana: tutta
la palese attenzione dei media sulla vicenda, a questo punto delle
indagini, a quasi un anno di distanza, può diventare depistante per
gli inquirenti? Le ipotesi a volte campate in aria su congetture
cervellotiche, quanto giovano all'iter procedurale dell'inchiesta?
Altro dato certo, l'ultimo: a Sarah e' mancata la famiglia ortodossa,
l'affetto e la protezione del sangue. Sarah aveva a che fare con
estranei in casa, nemici nell'ombra, quelli che le hanno servito la
gogna.
L’Italia di Berlusconi trema. A Milano, ballottaggio a parte, è stata
una Caporetto per il centro destra. Giuliano Pisapia ha surclassato
Letizia Moratti, pur sindaco uscente e forte dei consensi lombardi. Con
il 48,04% l’esponente del PD rischia davvero di vincere anche il
ballottaggio, visto che la Moratti deve recuperare 6 punti e mezzo di
solo per appaiarlo, ben 9 punti per vincere. Il dato certo è il calo di
preferenze personali di Berlusconi, capolista del PdL a Milano, che con
27.972 voti ha ottenuto un risultato al di sotto delle più funeste
aspettative, quasi la metà del 2006. Nel ballottaggio del 28 e 29
maggio “occorre cambiare strategia”, afferma Letizia Moratti. Peraltro
a Torino e Bologna la partita è già persa, mentre Milano, Napoli e
Cagliari sono da giocare, con quest’ultima molto incerta. Dovesse
arrivare la sconfitta nel capoluogo lombardo, molti pensano ad una
caduta del Governo, di quelle che fanno rumore. La Lega sembra
riavvicinarsi alle posizioni del Premier, ma in realtà è molto sottile
il filo che tiene cuciti i rapporti. Così come impercettibile è il
confine che separa il paradiso dall’inferno amministrativo. Nella
situazione delicata in cui si trova il Paese in questo momento, tra
processi per sexy gate, guerre nordafricane e tracollo di profughi a
Lampedusa, subire l’ennesimo schiaffo dagli italiani consoliderebbe le
posizioni di detrattori e opposte fazioni politiche. Il Partito
Democratico, Bersani in testa, gongola leggendo i risultati delle
amministrative e non credendo ai suoi occhi. La Finocchiaro, capogruppo
PD al Senato, parla di “schiaffo rifilato a Berlusconi e al suo
Governo”. Intanto nella regione Lazio sono molteplici i comuni dove il
centro destra è riuscito a prevalere, su tutti Castel Madama e Monte
Libretti, dimostrando come non tutto il Paese ha recepito la “campagna
mediatica contro” a discapito del leader del Popolo delle Libertà.
Ragion per cui lo Stato Maggiore del partito azzurro ha deciso di far
quadrato per portare alla vittoria Letizia Moratti a Milano: una città
che attende il suo destino, che si compirà in due sole settimane.
Quattordici giorni decisivi, si ha l’impressione, non solo per il
futuro di un capoluogo, ma addirittura di un Governo e di una alleanza.
Le giornate di Milano hanno lanciato l’ennesimo countdown al Governo
Berlusconi, il più vituperato e bersagliato da quando il Premier ha
iniziato la sua avventura in politica.
FARE LA GUERRA PER LA PACE? È COME FARE L’AMORE PER LA VERGINITÀ
Mille morti per ogni uccisione a Brega. Questa la minaccia di alcuni
imam a Tripoli, nella conferenza successiva al raid aereo della Nato
che ha portato al bombardamento della città libica. Anche l’Italia
sarebbe tra gli obiettivi dei fanatici musulmani. Il nostro paese, per
tutta risposta, chiede la fine dei bombardamenti, tanto che lo stesso
ministro Maroni conferma: senza guerra non vi saranno neanche profughi.
Una storia infinita quella dell’utilità delle guerre. Nel terzo
millennio ci si domanda ancora se sia opportuno o meno combatterle, se
risolvere atavici problemi di intolleranza religiosa con le armi, con
il ferro e con il fuoco, possa essere la soluzione. Ci si chiede ancora
se una guerra possa decretare una vera vittoria o solo sconfitte, più o
meno grandi. I morti, i sacrifici, le razzie e la desolazione
susseguenti ad un bombardamento, ad una incursione armata, ad un
attentato e alle tante vendette non sono stati, non risultano tuttora
e, probabilmente, non saranno mai sufficienti a dare una scontata
risposta. L’uomo deve combattere per conquistare, deve uccidere per
prevalere, deve sterminare per dominare. La storia ci insegna che per
costruire la pace a volte c’è bisogno di tolleranza, compromesso e
intelligenza. Fare la guerra in nome della pace è come fare l’amore per
la verginità. Un ideale idiosincratico nei presupposti. Ora il nostro
Paese inizia a tremare, a temere attentati, a rifuggire i luoghi
pubblici di aggregazione sociale. L’attentato per vendetta è dietro l’
angolo, il Governo è cosciente del pericolo. Ma ciò che lascia
atterriti da disarmante sconforto è la consapevolezza nella popolazione
di quanto sia inutile l’intervento armato in talune regioni del mondo.
Se in quei luoghi non vi è il rispetto della vita, potrà mai esserci il
rispetto delle religioni e della democrazia?
Morto Osama Bin Laden, il Mondo tira un sospiro di sollievo. Non e' un sentimento cristiano quello che anima le discussioni immediatamente successive alla notizia della scomparsa dello sceicco del terrore. Notizia, peraltro, data in maniera trionfalistica dallo stesso Barak Obama. Si pensa subito all'11 settembre 2001, dieci anni fa. Il disastro delle torri gemelle, oltre seimila morti, l'America e tutto l'occidente colpiti nel cuore della propria fierezza, del proprio progresso ed agio economico. Si pensa alle famiglie delle vittime, alla guerra in oriente, alla caccia al leader di Al Qaeda, a Ground Zero. Per questo la fine di un uomo solo viene associata al termine di un incubo. Ma la soddisfazione del presidente degli States nasconde qualche ombra. Le prove testimoniali della morte di Bin Laden non vengono rese pubbliche. Le foto sono nascoste, il corpo occultato in fondo al mare! E adesso in ogni angolo del pianeta sorgono molteplici interrogativi: perché gli americani, che avevano sbandierato ai quattro venti le immagini del corpo di Saddam Hussein, stavolta si dicono così attenti al comune senso del pudore ed evitano di mostrare il cadavere martoriato di Bin Laden? Ma sara' davvero morto il terrorista delle Twin Tower? Era davvero lui in quel rifugio pakistano? Poteva davvero vivere in quel buco, lui abituato agli agi e ai fasti che il suo immenso potere e denaro potevano consentirgli? A cosa mira la Casa Bianca? Perché una notizia del genere, data in questo momento? Possibile che Barak Obama, per riacquisire la credibilità perduta (e i voti degli americani che non credevano più in lui) abbia voluto riguadagnare terreno al Congresso con un annuncio a sensazione? Tutto e' possibile. La verità resta comunque appannaggio di pochi. Al popolo, come al solito, arriva quella versione edulcorata che mira a preservare il pacifico percorso della democrazia mondiale. Alla stampa, il compito di tradurre i dubbi in alternative e comprovate soluzioni frutto di inchieste dagli share senza precedenti.
Il Papa buono, quello dei viaggi, della simpatia, della speranza per
il mondo, soprattutto dei giovani. Karol Wojtila si appresta ad
entrare nella storia del cristianesimo moderno, con una beatificazione
a tempo di record e, a detta di molti, con la santificazione alle
porte. Roma bloccata per due giorni, un milione di pellegrini accorsi
nella Citta' eterna da ogni angolo del pianeta, oltre duecentomila
romani scesi in piazza San Pietro e dintorni a vivere l'evento
dell'anno. Sul Grande Raccordo Anulare i display luminosi, prima volta
nella storia, indicavano i parking nelle varie uscite a disposizione
degli stranieri accorsi a salutare Beato Wojtila; in testa una sola
grande scritta ad indicare la causale di solito riservata a traffico e
incidenti: Beatificazione! Una congestione cattolica senza precedenti,
con tanti giovani a cantare l'inno alla fede insegnato loro da Karol,
Papa Giovanni Paolo II, il Papa Buono. E poco importa se dal sagrato
della Basilica di San Pietro scenderà il suo successore, più di un
lustro di pontificato, Papa Ratzinger, mai troppo amato, esile
portatore di una pesante eredita', un fardello troppo ingombrante per
chiunque, figurarsi per un uomo pur illuminato filosofo, ma
avvinghiato nella spirale della polemica e dello scandalo. Di Wojtila,
purtroppo, ce n'era uno solo. Se ne accorgono i fedeli, gli uomini di
Stato che ancora conservano gelosamente una sbiadita foto col Sommo
Pontefice venuto dalla Polonia, lo sanno i popoli lontani dal fulcro
della cristianità, ne sono consci quanti sentono la mancanza di un
messaggio di pace, di solidarietà e amicizia.
Una beatificazione arrivata il primo maggio, festa del lavoro, di
quell'esercizio di vita che rende onorevole un uomo e la sua famiglia,
quell'onore e quella dignità perduta da troppi popoli, mai
riacquistata perché mai cercata. Un onore che Wojtila sparse a piene
mani sul capo di chi attento' alla sua vita, perdonandolo. Un
messaggio di dignità che servirebbe alla pace nel mondo, a cominciare
dalla difesa dei deboli, per continuare in un gesto di clemenza verso
quanti hanno più volte sbagliato.
SPOSINI LOTTA TRA LA VITA E LA MORTE
Giacca e cravatta, stile compito, pacato e pungente, preciso, attento
e soltanto velatamente ironico. Era questo Lamberto Sposini. Non ce ne
vogliano familiari e amici, ma il tempo imperfetto non vuole essere
una iattura editoriale da ricerca giornalistica, scoop o presunta news
inedita. Semplicemente un crudo realismo che impone di non credere
all'impossibile. Dopo il malore accusato dal conduttore prima de La
vita in diretta, dopo il suo ricovero, dopo l'operazione al cervello a
causa dell'emorragia, mai più Lamberto tornerà quello di prima. La
speranza e' di vederlo restituito agli affetti familiari, alla
socialità, alla vita. Ma il professionista lascia il suo lavoro, come
si conviene ai grandi, sul campo. Le sue condizioni risultano
gravissime, versando in uno stato comatoso che desta enormi
preoccupazioni nell'equipe medica dell'ospedale Gemelli di Roma. Le
cause del tracollo potrebbero essere legate a stress o una semplice
fatalità. Certamente a 59 anni Lamberto Sposini aveva ancora molto da
dire, da chiedere e da insegnare. E i molti tifosi che sono rimasti
sbalorditi alla notizia, che hanno mollato il matrimonio di William e
Kate per occuparsi del volto di famiglia, della voce rassicurante di
un amico del piccolo schermo, sono la testimonianza vivida
dell'affetto che l'Italia prova per lui. Un unico grande abbraccio a
sorreggere Sposini, uno sforzo comune nel tentativo di aiutarlo a
superare la crisi, per rivederlo ancora vivo, con il sorriso discreto
di un uomo intelligente e di classe.
MUORE INCINTA DI 2 GEMELLI, ERRARE HUMANUM EST…?
Morta con in grembo due gemelli. Morta dopo otto mesi di gestazione, di sogni,
di attese, di speranze per un futuro da regalare ai propri figli. Morta, e con
lei spariscono per sempre le due vite cui stava per dare la luce. Un altro
episodio di morte bianca funesta, svilisce e violenta un ospedale italiano. Una
ragazza di appena 23 anni ha perso la vita a causa di un semplice intervento di
routine, per un ascesso a una gamba. L’episodio si è consumato in un letto
dell'ospedale di Scafati, comune del Salernitano. Ancora un nosocomio al centro
di una inchiesta delle Forze dell’Ordine e della Magistratura. Ancora un evento
dalla tragica conclusione, che lascia aperti interrogativi ingombranti sull’
efficienza della struttura sanitaria nazionale, sulla bravura e perizia del
personale medico, sull’affidabilità degli ospedali pubblici e privati. Il
pubblico, la gente comune, i cittadini commentano scuotendo la testa, increduli
e con lo sguardo fisso e stupito, chiedendosi perché… Urlando dentro un dolore
che non è il loro personale, ma che personalmente, intimamente colpisce
chiunque. Il dramma di una famiglia ha avvinto l’attenzione e le emozioni di un
paese intero, di una popolazione, di tante mamme, tanti figli che hanno paura;
quella paura che prima o poi possa toccare a loro. Che dagli errori non si
impara, che errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Bisogna evitare
di incorrere sempre negli stessi incredibili sbagli, soprattutto se in gioco vi
è la vita di persone. Commentare a posteriori, prefiggersi cambiamenti
radicali, miglioramenti, crescite professionali e azzeramento dei rischi dopo
un evento tragico, dopo un incidente, dopo una morte, non ha senso. Bisogna
prevenire, perché stultum est dicere: putabam!
PROCESSO BREVE, MALA TEMPORA CURRUNT
Vince il processo breve. L’aula della Camera dei Deputati ha
rilasciato il suo verdetto, controverso, combattuto, e alla fine
contestato. Con 314 voti a favore e 296 contrari, l’allora disegno di
legge a firma di Maurizio Gasparri è stato approvato tra urla e
insulti, con le proteste dell’opposizione e la soddisfazione della
Maggioranza di Governo. La definizione ufficiale è “Misure per la
tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi”. L’
intenzione dei promotori del ddl vuole portare a garantire ai cittadini
l’estinzione di un processo che si sia protratto troppo a lungo senza
arrivare a sentenza, incentivando così una maggiore rapidità dei
processi. I magistrati contestano questa finalità, parlando di naturali
tempi di esecuzione, burocratici e non, strettamente utili ad
addivenire ad una sentenza in maniera serena, senza pressioni
mediatiche o strumentali, per un equo giudizio. Ma è pur vero che
lasciare a bagnomaria giudiziale un imputato nella tempesta di una
attesa che tarda a finire, non rispetta la dignità di una persona, di
un cittadino, di un contribuente. La legge deve essere uguale per
tutti, ma nessun capo d’accusa può essere dimostrato fino a prova
contraria. Non si è colpevoli di nulla fino a che non viene documentato
e ribadito in giudizio che esiste un reato. Nel frattempo, imputato,
avvocato difensore e pubblica accusa si trovano a vivere in una
dimensione parallela, fatta di carte bollate, tribunali e, nei casi
estremi, di celle giudiziarie e di sicurezza. Con una unica eccezione:
per le toghe si tratta di lavoro, per chi è sul banco degli imputati è
vita. Non quella che desiderano, nemmeno quella che meritano, ma quella
sorta di limbo, quel purgatorio che è la terra di mezzo, in cui ci si
trova, obtorto collo, a fare i conti con la propria coscienza prima, e
con la giustizia ordinaria poi. Quanto estesa possa essere questa
“intermediate land” lo decidono troppo spesso poche persone, i
magistrati e i cancellieri, i giudici e i burocrati. Non esiste l’
habeas corpus rivendicata dal sistema anglosassone del common law.
Quindi, se il processo breve servirà a togliere potere a pochi per
restituire dignità democratica al popolo, ben venga. Ridurre un disegno
di legge ad un presunto abuso politico per una finalità ad personam,
seppure l’apparenza e i fatti singoli possano far dubitare di questo,
vuol dire dimenticare o far finta di non vedere quella che è divenuta,
in Italia, regola e consuetudine consumata: l’archiviazione del caso,
almeno fino a che “mala tempora currunt”.
IL MONDO È ALLA DERIVA, GLI UOMINI CON ESSO
Bambini che piangono, che guardano inorriditi agli adulti, che non credono in un domani. Bambini che soffrono, che urlano, che muoiono. Una società che esercita violenza sui deboli, la nostra. Un terzo millennio iniziato in maniera tragica, con l’attentato delle Twin Towers e che sta proseguendo sulla falsa riga della follia, della perdita dei valori dell’umanità, dell’amicizia e della famiglia. Le cronache locali, nazionali ed estere danno in pasto ai lettori, al pubblico, alla folla, episodi di crudeltà e ignominia senza precedenti. Ultime in ordine di tempo lo stupro a danno di una bambina di 12 anni, complice timorosa della violenza subita, tacita assertrice di omertoso silenzio che ha dato alla luce una bimba, fanciullesca prova di vita da grande. Il papà ha compiuto lo scempio della giovinezza, ha perpetrato un reato non contro lo Stato, contro la legge o contro la famiglia, ma contro il sangue del suo stesso sangue, contro il futuro della sua genìa, contro quel soffio di vita dato alla luce dodici anni prima tra le lacrime dell’ennesimo miracolo dell’uomo, la nascita di una nuova vita. Altro episodio quello che ha fatto sobbalzare in gola per la paura di una trama cinematografica che prende corpo nella realtà: l’omicida seriale che fa a pezzi le sue vittime. E infine, la noncuranza, la disattenzione, la macanza di affetto e di valori che si nascondono dietro la morte del piccolo di 4 anni in provincia di Roma. Storie di vita interrotta, di trasposizione degli spazi, di emigranti e di intolleranze, di disadattamento e di mancanza di amore, senso civico, della famiglia. Un terzo millennio che non è iniziato bene, che è proseguito male, che rischia di terminare peggio. A volte vien da chiedersi se la natura, con i suoi terremoti, con gli tsunami, i maremoti e le stragi, non sia davvero meno crudele della degenerazione della coscienza degli uomini, spesso ridotti a schiavi di sé stessi, a belve feroci aizzate l’un l’altro dall’incancrenirsi degli ideali, ridotti a utopiche visioni di onnipotenza e di delirante potere supremo sul prossimo. Homo homini lupus…Ipse dixit! Aliud est celare, aliud tacere!
GHEDDAFI NON MOLLA, LA GUERRA DEI PERDENTI
Ormai in Libia la situazione e' al tracollo. Le forze alleate si
rimpallano la responsabilità della strage di circa quaranta civili a
seguito dei bombardamenti. Myanmar Gheddafi reclama l'indipendenza del
suo paese dal controllo straniero. Gli anarchico secessionisti chiedono
a gran voce la caduta del colonnello e del suo regime. Intanto
continuano i bombardamenti e gli eccidi, come se si trattasse di una
simulazione. Non e' chiaro, purtroppo, a nessuna delle parti in causa,
che in una guerra, per mezzo di una guerra, e in conseguenza di una
guerra, non vi sono e saranno mai vincitori assoluti, ma tutti
perdenti. Si riterrà vincitore solo colui il quale verrà riconosciuto
quale perdente in misura minore, magari con perdite più esigue (ma non
e' una regola, questa), e che verrà chiamato a disegnare un nuovo
futuro in un paese che ne cerca uno da tempo. Gli sbarchi di
clandestini in Italia, a Lampedusa soprattutto, sono solo un aspetto di
trascurabile effetto del conflitto intestino che sta dilaniando la
Libia. Una marea di migranti si sta riversando in Europa alla ricerca
di quell'orizzonte che le guerre e i bombardamenti hanno ormai oscurato
nel proprio paese, sulla propria terra.
L'ITALIA ACCOGLIE I PROFUGHI, DA SOLA...
L'Italia e' invasa dai profughi. Tutta Europa chiede che il nostro
Paese diventi solidale con i fuggiaschi nordafricani. Ma a Lampedusa,
il "villaggio della solidarietà" come viene definito dal Governo,
sono ormai tanti i fuggitivi che evadono dai centri di accoglienza
alla ricerca di una meta nel settentrione, o addirittura oltre
confine, in Francia o in Spagna. Intanto le forze politiche italiane
fanno appello all'Unione Europea affinché giungano anche fondi oltre
ai consigli per la gestione della situazione di emergenza.
Intanto dal sud arrivano tanti segnali di amicizia e di vera
fratellanza con i bisognosi emigranti. Purtroppo il nord Africa e'
sempre più infuocato. Tanti i centri di belligeranza, con programmi di
austerità sempre più pressanti che inducono i cittadini a lasciare le
proprie terre in cerca di fortune all'estero. Da Roma e dal Lazio il
governo regionale sta chiudendo le prospettive di accoglienza,
limitando a mille il numero di persone potenzialmente ospitabili. Una
presa di posizione ferma e decisa, che e' il primo sintomo di una
programmazione a media scadenza che tenga conto delle endemiche
difficoltà che sta attraversando il nostro Paese. Un segnale di
intelligenza che andrebbe pubblicizzato e sostenuto da tutte le
rappresentanze istituzionali italiane. Occorre guardare ai disordini
limitrofi ai nostri confini senza pietismo di circostanza, ma con il
serio intendimento di trovare un compromesso tra l'acredine sociale
che esplode in manifestazioni di violenza e il desiderio di
cambiamenti che conducano ad un futuro di pace. Intanto si cerchi un
sistema di monitoraggio per il controllo delle presenze, onde evitare
che la situazione sfugga di mano alle autorità preposte. Con la
speranza che dall'intera Europa giungano cenni di comprensione e
decisioni amministrative decise e solidali col nostro paese in piena
emergenza. Una volta di più...!
FUKUSHIMA: CI SIAMO ANCHE NOI !
Una nuova Chernobyl. A Fukushima c’è una fusione in atto: un nucleo sta sprigionando le sue mortali radiazioni a dispetto dell’intervento di decine di squadre di tecnici professionisti. E’ il risultato, questo, della tragedia che sta devastando il Giappone. Non bastassero le migliaia di vittime causate dallo tsunami, ci si mette il pericolo nucleare a minacciare il futuro delle nuove generazioni. Troppo lontano dai confini del nostro paese potrebbe obiettare qualcuno. Poco presente e reale la minaccia di effetti collaterali sulla nostra Italia. Troppe le migliaia di chilometri che ci separano dal “sisma d’Oriente”. Ma basta una sola riflessione a demolire l’intera impalcatura di pregiudiziali “precauzionistiche” erette subitaneamente e, forse, fin troppo ottimisticamente: Nel lontano 1986 anche Chernobyl fu reputata una boutade, quantomeno per la sicurezza nazionale. E invece l’intero globo terracqueo ne subì le conseguenze per decenni. Oggi Fukushima rischia di alimentare gli allarmismi partoriti dai sinistri presagi di presunti profeti. L’unica soluzione, ahi noi, è quella di continuare a fidarsi della nostra stessa capacità di apprendere e di adattarsi alle nuove circostanze. Mutevole è il corso degli anni, della scienza e della vita. Un nuovo ostacolo si frappone per l’umanità nel cammino verso il domani: Spalle inchiodate sul ruvido e freddo macigno della paura, hanno iniziato a spingere i giapponesi con tutte le proprie forze. Dietro a loro i Paesi confinanti offrono una sponda. Ancor più distanti, ma con sguardi attenti e preoccupati siamo pronti tutti ad allungare una mano per proteggere il nostro futuro. Anche l’Italia, fresca di centocinquantennio appena conclamato, nel suo piccolo ma grande disegno è pronta a muoversi in massa. E intanto spera.
Una tragedia. La Terra si ribella. In Giappone il più grande terremoto della storia ha messo in ginocchio l’intero Oriente. Su tutte le coste dell’Oceano Pacifico è allarme tsunami: anche in California si teme l’ira del mare che nello Stato nipponico ha devastato e ucciso intere popolazioni. Impossibile stabilire il numero delle vittime, decine di migliaia i dispersi, sommersi sotto dieci metri d’acqua e fango. Ma il pericolo maggiore, ancora una volta, non viene dalla Natura, bensì dall’uomo. Quattro sono le centrali nucleari considerate in stato di emergenza, una di esse sembra sia stata danneggiata seriamente, tanto da consentire la dispersione di radiazioni letali. Come Hiroshima e Nagasaki gli effetti della terribile disgrazia andranno a gravare sugli anni a venire. Le guerre civili nordafricane, il conflitto in Oriente e le continue schermaglie disseminate su tutto il pianeta danno credito alla follia dei presunti profeti che puntano l’indice ad una data precisa: 21 dicembre 2012. Se non fosse per un irreversibile gravame di coscienza, irretita e intristita da questi ultimi eventi, bisognerebbe sorridere e fare spallucce al grido degli allarmisti dell’ ultima ora. Non prevalga in nessuno il sentimento di sconfitta. Bandito dai tavoli di lavoro delle istituzioni internazionali, il monito belligerante che aspirerebbe ad una soluzione immediata dei conflitti terrestri. In questo momento, in piena empasse sociale, moderato positivismo e desiderio di rinascita devono essere gli strumenti da cui partorire il soffio vitale della Fenice dell’umanità.
Sangue e petrolio. Gheddafi terrorizza l’intero Occidente con una crociata scagliata contro il suo stesso paese. La sua gente urla, piange, combatte e muore per le strade. Lui minaccia rappresaglie, attacchi e attentati contro chiunque voglia avanzare pretese di giustizialismo entro i confini della Libia. Strategico il territorio, soprattutto in considerazione dell’ oro nero, il petrolio, che arricchisce il sottosuolo dello Stato che sino ad ora ha sempre governato. Il raìs sta mostrando il suo lato peggiore: guerra, bombe e mano armata levata contro i suoi stessi fratelli. E’ giunto ormai al termine il suo governo. Le reazioni sdegnose del resto del mondo condiscono la rappresaglia militare di toni esasperati e di condanna senza appello. Dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dalla stessa Italia si levano ferme le posizioni politiche assunte dalle Istituzioni in difesa del popolo libico. I bombardamenti perpetrati a danno dei civili, uomini donne e bambini indiscriminatamente, hanno provocato l’insorgenza di un perentorio biasimo. Ora si fa reale il pericolo di un margine prossimo, nel tempo e nello spazio, relativo a vendette o presunte tali dell’ ex leader libico nei confronti dei paesi limitrofi e dell’Italia in particolare. A giorni si conosceranno le intenzioni dell’ Onu e dell’ Ue sulla guerra civile che sta funestando uno dei territori strategicamente ed economicamente più importanti del Nord Africa. Piantare la propria bandierina sul suolo della Libia, a questo punto, otterrebbe la duplice valenza di un privilegio economico accreditabile e di un ingraziamento della popolazione locale. Altresì, meditando amara una riflessione, non si può prescindere dal considerare il tributo di vite versato in questi giorni un prezzo troppo alto da pagare in nome di una diplomazia che non ha più motivo di esistere. Se occorre intervenire, lo si faccia. Senza indugi. Un bambino, una donna o un padre di famiglia sono pronti a tendere la mano a quanti porteranno loro in dono un futuro.
YARA E SARAH DELITTI DI INFAMIA
La piccola Yara è stata ritrovata. Il suo corpo è stato ritrovato … Purtroppo un’altra tragedia guadagna la ribalta delle cronache nazionali, un altro caso che scuote la nostra moderata società borghese infarcita di perbenismo e buone intenzioni. Dopo Sarah Scazzi anche Yara Gambirasio entra a far parte della sempre più folta schiera delle vittime dei demoni del terzo millennio. Sono questi i delitti mediatici, quelli che entrano nelle case degli italiani all’ora di cena, quando la famiglia è raccolta attorno ad un tavolo. Misfatti perpetrati sempre e comunque a danno delle fasce deboli, degli indifesi, degli innocenti. Cammino a capo basso, pensando: quante altre vittime dovranno abbattere mute il muro della civiltà? Quanti altri episodi di violenza occorreranno per asfaltare la strada dei pregiudizi con una nuova legislatura che garantisca la certezza della pena? A chi punta il dito contro la stampa e i media nazionali si rivolga prepotente un monito: pur ragionevolmente ammettendo che, a volte, fare informazione è ben lungi dal “fare notizia”, non si gravino i giornalisti di quell’onere che spetta invece alle Istituzioni. Chi leva la mano contro un debole e un indifeso deve essere passibile della peggiore delle sorti, precipitato nelle galere più oscure, nei bracci più duri, in compagnia di quel sostrato delinquenziale che, per primo, decide di fare giustizia da se contro chi si macchia di infamia e viltà.
La Libia è in guerra. Gheddafi dà l’ordine di sparare sulla folla dei
manifestanti, che tra strade e piazze si riversano armati di slogan e
non solo. Sono sempre più i piloti di caccia militari che si rifiutano
di bombardare i ribelli, che atterrano a Bengasi e cercano rifugio, per
non uccidere i propri fratelli. Diversi ambasciatori libici all’estero
si dimettono, non riconoscendosi nel governo del proprio Paese. Ormai
il nord africa è allo sbando, e il potere economico e strategico di
paesi come la Libia diventano una miccia accesa sull’esplosiva indole
di questi popoli, desiderosi di indipendenza, di libertà e di un futuro
diverso all’orizzonte, migliore! In Italia iniziano a preoccuparsi il
ministro degli esteri, Frattini, il capo dello Stato, Napolitano, e non
ultimo il premier, Berlusconi. L’amicizia conclamata da anni con il
popolo libico potrebbe diventare oggi un’arma a doppio taglio. Non si
esclude che l’esilio dorato del rais Gheddafi senior possa avvenire in
Italia, in una residenza nascosta e poco appariscente. A quel punto gli
anarchici eleggerebbero territorio di caccia il nostro paese. Misure di
sicurezza, clima e atmosfera di tensione, prime restrizioni ai maggiori
centri storico artistici e culturali delle città d’arte sarebbero il
preludio a uno stato di emergenza. Non fasciamoci la testa, ma
certamente una pentola in ebollizione a pochi passi da noi non fa
presagire nulla di buono. Se si aggiungono le sommosse algerine e
tunisine, il quadro assume tinte forti e inquietanti. Come se non
bastassero i problemi che già viviamo di nostro, in cui siamo bravi ad
avvilupparci e dai quali il gossip ricama pagine e pagine da dare in
pasto al pubblico sovrano. E se è vero che quando il gioco si fa duro…
prevedo tempi grami.
ANCHE A SANREMO ARRIVA BERLUSCONI
Inizia il Festival di Sanremo. Morandi all'Ariston gioca a fare il
ragazzo, in mezzo alle grazie di Ely e Belen ci si trova a suo agio.
Luca e Paolo si improvvisano spalle, quando spalle non sono, visto il
protagonismo e il successo che li distingue da comparsate nostrane del
piccolo schermo. Anche loro,come gran parte dei media e del Parlamento italiano, si elevano a “burattinai” del jet set politico nazionale: poco onorevole l’esibizione canora sulle note di Morandi-Cola, con la quale Luca e Paolo anfitrioneggiano la querelle Berlusconi-Fini. Tutti eleganti, in abito scuro e sorrisi smaglianti.
Nel resto del Paese si pensa alla champions league, al processo del
Premier, ai cassintegrati e ai piccoli reality del lunedì. Ma al
Festival si fagocita tutto. Per una settimana l'Italia si veste di
fiori e di musica. Si parla di canzonette e di potere mass mediale,
con i conduttori a lanciare mode e strali dal retrogusto polemico pur
di accattivarsi le simpatie di giornalisti e critica, prima ancora di
quella del pubblico. Cresce la voglia di evasione, di semplicità e di
quotidianità. Gli italiani vogliono pensare ad altro che non sia
Arcore, villa San Martino e scomparse di bimbe e violenza su minori.
Giunga quindi questo sessantunesimo festival a lanciare l'ennesima
moda: quella di ignorare i fatti di Berlusconi e di guardare avanti,
pensando solo ai propri,almeno da domani.
LA SALVEZZA DEI ROM È FUORI DALL'ITALIA
Quattro bambini hanno perso la vita in un rogo, nella periferia di
Roma, in un campo rom. La notizia ha fatto il giro del mondo, ha scosso
migliaia di persone, ha messo a dura prova le istituzioni, che ancora
una volta, sempre di più, cercano di riorganizzarsi dopo una tragedia.
La burocrazia è lenta, ammoniscono da più direzioni. Occorre bonificare
la maggior parte dei campi nomadi esistenti in Italia, metterli a norma
e garantire sicurezza e un vivere civile. Si chiedono allo Stato quei
poteri che, ancora adesso, risultano frammentati in una miriade di enti
comunali e sovra comunali. Per prendere una semplice decisione, oggi,
si deve convocare un tavolo di lavoro che riunisca diverse teste,
esigenze plurime e carte bollate a non finire. A volte lascia pensare
come nel nostro Paese si arrivi ad invocare un commissario
straordinario alla gestione di un ente, sì da riunire il potere
decisionale nelle mani di una sola persona, per accelerare i tempi di
intervento. Risolutezza, determinazione e celerità dovrebbero essere le
armi per affrontare l’emergenza rom. Risolutezza e celerità nello
smantellamento dei campi attuali, pericolosi, covi di delinquenza e di
precarietà igienico sanitaria; determinazione nella chiusura delle
frontiere, nel controllo dei permessi di soggiorno, nell’espatrio dei
fuori legge e nella garanzia della certezza della pena ai trasgressori.
Poi il pensiero va alle giovani leve, a quei bambini nomadi che si
adattano in poco tempo alla nuova realtà che offre il Bel Paese. Vivono
una breve, a volte brevissima fanciullezza; credono che il mondo sia
formato da quattro baracche scalcinate e dall’esigenza di sopravvivere
a qualunque costo. Respirano il terzo millennio attraverso lunghe
camminate alla ricerca di un’occasione, di una manciata di spicci, di
un gesto furtivo o di ore interminabili ad un semaforo a lavare vetri.
Poi l’oscurità li riporta nel proprio mondo, fatto di freddo, stenti e
violenza. Crescere con questi crismi proverebbe chiunque. Morire in
questi patimenti, all’affannosa ricerca di un sole caldo e luminoso, è
sconfortante, disarmante, ferocemente ingiusto. Non si può togliere la
vita ad un bambino con un tizzone ardente. In un mondo civile si deve
impedire. Nella nostra Italia occorre un freno, un colpo di spugna, non
solo per salvare la nostra società da un pericolo microcriminale, ma
soprattutto per recuperare tanti rom dalla loro apnea, e restituire
loro la dignità di vivere.
UNA DIGNITOSA ESISTENZA, LA NOSTRA…!
In tempi in cui ci si occupa delle sottane dei parlamentari come
fossero il perno su cui si regge l’equilibrio di bilancio del Paese,
gli italiani continuano a vivere la propria dignitosa esistenza, con
qualche nota di riflessione. Su tutte un paio non guadagnano la ribalta
delle cronache, almeno non di quelle nazionali, ma a me sembrano degne
di attenzione. Nell’avellinese un pensionato vive momenti di sconforto
e di tremenda sfiducia nel suo Stato. Accusato di evasione fiscale, reo
di non aver pagato 147 euro (!!!) all’erario, complice la disattenzione
del proprio commercialista, è stato tratto agli arresti per tre mesi.
No, un attimo… Non parliamo di domiciliari cari lettori, ma di prigione
vera, camera di sicurezza presso la locale Stazione dei Carabinieri. Di
evasori ce ne siamo occupati molte volte, dai più illustri come i
campioni dello sport a quelli della finanza nostrana, ma di arresti
veri non ne ho memoria. Mi scusino coloro che invece riescono a buttare
su un foglio un paio di nomi oltre quello appena descritto. Altro caso
che non riesco a dipanare nella società del buonsenso e della tutela
del cittadino contribuente: Siamo a Roma. Una signora invalida al 100%,
costretta a lunghi e spossanti cicli terapeutici, riceve la
comunicazione di fermo alla propria vettura. La multa risale al 2001,
10 anni or sono. Per chi vive la propria indipendenza un colpo alla
dignità in un momento di autentica difficoltà. Indagando tra le carte
stipate sul fondo di un cassetto impolverato la protagonista della
sfortunata vicenda scopre che nel 2006 la multa era stata pagata.
Allora chiede alla società di riscossione del credito di togliere il
fermo alla vettura, visto che le serve per le terapie e gli spostamenti
da un ospedale all’altro. Ma qui l’amara sorpresa: Le è stato
consigliato di aspettare un paio di settimane, di tenere duro (!!!),
perché la burocrazia è lenta e non è possibile ottenere subito la
risoluzione del fermo… Mi appoggio con i gomiti sulla mia scrivania,
guardo lo schermo del computer, rileggo queste righe e con amarezza
scuoto la testa. Ma è questo il mio Paese? Non vi riconosco uno Stato
civile, democratico, sociale e umanitario. Vi vedo una macchina
burocratica al potere, fredda e insensibile, con 60 milioni di omuncoli
che avvitano ciascuno il proprio bullone, senza sorridere al compagno
di banco, deridendo invece chi si sforza di guardare al domani…e magari
non ci riesce!
LA NOTIZIA: BERLUSCONI, SESSO E SOLDI
Ruby ha confessato. Ruby è stata a casa del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ruby ha ricevuto dei soldi dal Premier, è andata a casa e ha cambiato vita. Ruby ringrazia tutti i giornali italiani, i politici anti berlusconiani, i media nostrani, i curiosi e in ultima analisi, tutti i contribuenti che pagano il canone Rai che si occupa dello “scandalo” del sexy gate all’italiana. Eh si, perché in realtà si tratta di uno scandalo. Quello di occuparsi di tutto meno che dell’amministrazione del nostro Paese. Ci si occupa dei vizi privati di un uomo che è libero, non legato sentimentalmente, che governa tra mille difficoltà economiche, e che viene messo alla gogna per tutto meno che per quello per cui 20 milioni di italiani lo hanno votato. Ruby ha lanciato uno strale contro i Pm italiani, affermando che ci sono parecchie ombre sulle intercettazioni su cui poggiano le fondamenta dello scandalo. Una ragazzina da poco maggiorenne che ha già ottenuto tutto quello che voleva: soldi, fama e popolarità. Un monito freni gli istinti investigativi, o presunti tali, di giornalisti, o presunti tali: le teenager italiane stanno imparando la lezione. Per vincere nella vita, quella del nostro Paese, non serve studiare. Basta un soffio di spregiudicatezza, condito dalla conoscenza di un giornalista e di un politico, per scalare le posizioni sociali e affermarsi. Viva l’Italia, il Paese delle occasioni, delle prese in giro e delle gogne mediatiche. Ci fosse tanta accortezza e dedizione anche nelle inchieste economiche la recessione guadagnerebbe punti percentuali in un trend di crescita immediato. Ma serve la notizia, e in Italia occorrono i soliti tre ingredienti: Berlusconi, sesso e soldi. Meglio se tutto insieme!
MIRAFIORI: IL REFERENDUM DICE SI ALL'ACCORDO
Vince il si per l'accordo separato a Mirafiori. La spunta la Fiat e
soprattutto Marchionne. La Fiom, sindacato dei metalmeccanici, chiede
la ridiscussione di alcuni punti messi in causa nel referendum, il
diritto allo sciopero su tutti. Intanto la vittoria del Si consente di
avviare quell'impegno di finanziamento rispondente a 20 miliardi di
euro. Da meta' febbraio gli operai dello stabilimento entreranno in
cassa integrazione straordinaria per un anno, fino a quando la
fabbrica non rientrerà a regime dal 2012. Per ora la produzione resta
a singhiozzo. La preoccupazione che emerge dal referendum non e' tanto
sulla vittoria e la sconfitta di taluni schieramenti, sindacali e
aziendali: Quanto il ristretto margine di differenza. Il 54% non
garantisce tranquillità alla Fiat. La rinegoziazione di alcuni punti
e' dietro l'angolo. Ma il sindacalismo paventato a tutti i costi come
l'unica difesa "all'oppressione operaia" non e' forse la soluzione
migliore nel day after. Hanno votato tutti, impiegati e operai. Si e'
deciso di dare fiducia alla manovra di Marchionne. Allora lasciamogli
il tempo di lavorare, di stringere i tempi per gli impegni di
finanziamento. La Fiat resta una fetta di storia italiana. Il
referendum uno strumento democratico in mano a tutti. Rispetto anche
per il 46% dei no, certo, ma a maggior ragione fiducia e credibilità
per il si all'accordo.
Perché dare alla luce una vita se poi non si vuole dedicare la propria
a crescerla? A Bologna il tragico epilogo di una storia fatta di
solitudine, di ricerca dell'anticonformismo, di rigetto delle regole
sociali e dei rapporti con il mondo. Una giovane clochard ha dato alla
luce due gemellini lo scorso 13 dicembre, dimessa dall'ospedale
Sant'Orsola il 29, ha visto morire impotente uno dei due il 4 gennaio
di quest'anno. Venti giorni di stenti, freddo e agonia per il piccolo.
Poco più di una settimana di vita di strada per chi alla vita si era
appena affacciato. Un esile corpicino non poteva reggere il freddo
dell'inverno senza un riparo. Era il quinto figlio che la donna
metteva alla luce con tre compagni diversi. Allora una dannata
domanda: se si e' deciso di vivere per strada, rifuggendo la socialità
e le sue regole, per quale motivo giocare con il simbolo principe di
una moderna società ortodossa, la famiglia? Vivere in strada deve
avere dei vantaggi che evidentemente non conosco e non posso capire,
ma tra i doveri c'è senz'altro quello di rinunciare a qualcosa della
vita di prima, di quella esistenza che ha permesso al mondo di
progredire, evolversi e andare avanti. Se oggi esistono i clochard, i
barboni, lo si deve anche a chi lavora e ha lavorato per creare
benessere e convenzioni sociali. Se l'Italia fosse stata abitata un
secolo fa da 50 milioni di clochard, oggi non esisterebbe nulla di
quello che vediamo, non avremmo catene commerciali e soprattutto
alimentari. E' facile fare l'asociale in un mondo che ti tende sempre
una mano. Il difficile e' rispettare le regole. Chi vuole vivere in
solitudine e' libero di farlo, ma rinunci a tutto, anche alla parvenza
di una famiglia. E soprattutto, rinunci al pietismo della cronaca e ai
piaceri della carne. Ci sono di mezzo delle vite umane. Ci ha rimesso
un neonato di venti giorni che lui, la sua vita, voleva viverla davvero!
MA QUALE CRISI, L’ITALIA…VOLA!
Molti gli italiani che hanno trascorso il capodanno all’estero. La
cosa mi consente di soffermarmi su una riflessione in merito. Freddo e
gelo a Fiumicino, aeroporto Leonardo da Vinci, lo scorso 30 dicembre.
In periodo di crisi e recessione economica, così come paventato e
sbandierato ovunque da organi di stampa e professionisti del settore,
non ci si attendeva la ressa e la congestione urbana che ha accolto
tutti al Terminal 3. Centinaia, migliaia di persone frettolosamente
avvolte dalla frenesia del check in, in concitata agitazione, tra urla,
imprecazioni e sorrisi di circostanza, pregustando il viaggio
imminente. Ma come… e la crisi? Allora mi informo meglio: un week end
di capodanno, in una qualsiasi capitale europea, costa al turista
italiano un minimo di 600 euro. E c’erano davvero moltissime famiglie
all’aeroporto. Allora delle due una: o nelle ultime ore il Pil italiano
ha subito la più brusca, improvvisa e fantastica impennata della storia
economica mondiale, o gli italiani non sono poi così tanto in crisi.
Tornando ai numeri, le statistiche parlano di oltre un milione e
duecentomila persone dirette oltre confine. Facendo rapidi conti, il
nostro Paese ha esportato all’estero quasi un miliardo di euro in
turismo. E se l’indotto commerciale va di pari passo con gli scambi in
entrata, la dinamica economica italiana non è poi così soporifera,
addormentata e annaspante. Ma vuoi vedere che alla fine hanno ragione i
nostri Ministri, che parlano di una veloce ripresa e del periodo buio
che presto resterà alle spalle? Se così fosse la crisi non ci
appartiene, perché l’Italia…vola!
Natale equivale a famiglia. Famiglia da ritrovare, da abbracciare, da
vivere e da ascoltare.
In televisione non si fa in tempo a seguire una vicenda che la ressa
delle informazioni ce ne presenta un’altra. Prima a Taranto Sarah
Scazzi e la sua triste morte, poi il Tribunale, il carcere, gli
assassini e la famiglia. Poi Yara Gambirasio a Bergamo, la sua
scomparsa, le ricerche, le ipotesi. Il pericolo dell’emulazione ha
portato una ragazzina di 14 anni, a Scandicci, a farsi un giro all’
insaputa della mamma. Un week end all’insegna della trasgressione,
salvo poi ritornare a casa. Poi il voto di fiducia del 14 dicembre, che
doveva essere un break point, un punto di non ritorno. E così non è
stato. Ha vinto Berlusconi per pochi voti, è vero, ma l’esiguità del
margine lascia adito ad intavolare discussioni sulla governabilità del
paese. Neanche dal centro destra arrivano segnali di distensione: Bossi
vuole le elezioni subito, senza indugi. Nel PD Vendola chiede le
primarie e maledice l’alleanza con Fini, ora senza arte né parte e in
cerca di conforto e di uno sguardo amico, anche all’interno di Futuro e
Libertà, un partito ora con il marchio della sconfitta. E ancora le
tragedie natalizie, come quella beneventana, con il rogo assassino che
ha fatto strage di una famiglia. E infine la nuova manifestazione
studentesca, prevista a Roma per il 22 dicembre, dopo quella della
guerriglia urbana dello scorso 14. Stavolta si studiano percorsi e
cinture di sicurezza. Stavolta si parla di cortei pacifici, di isolare
i black bloc e dare voce solo agli studenti. Un clima di tensione
aleggia sulla Capitale e sull’Italia. Il Natale arriva lo stesso, tra
pochi giorni. Arriva inesorabile, mai come ora atteso pacificatore. E
nella febbrile corsa al regalo e al cenone, il Paese resta incollato
alla Tv, c’è lo spettacolo dell’Italia che urla, che lotta e che
inveisce. Affianco all’albero e al presepe, si attende il Natale,
nonostante tutto.
Il centro di Roma è da ricostruire. Davanti a turisti provenienti da
tutto il mondo, davanti a famiglie a passeggio, sotto gli occhi di
bambini incantati davanti alle vetrine, sotto le luci di festa degli
addobbi natalizi, un manipolo di teppisti ha messo a ferro e fuoco la
città eterna. I black bloc hanno incendiato le auto in sosta, divelto i
segnali stradali e infranto vetrine di negozi e banche. Neanche le
camionette delle Forze dell’Ordine sono state risparmiate. Agenti della
Polizia e della Guardia di Finanza sono stati aggrediti, privati di
caschi e manganelli, trascinati in terra. E nella serata di martedì,
quando nei salotti mediatici si cercava l’analisi della situazione, l’
attenzione è stata concentrata su una pistola sfoderata e non usata
contro i teppisti. Una domanda su tutte, e spero che possa essere
ritenuta provocatoria: Ma se un rappresentante delle Forze dell’Ordine
non è legittimato a usare l’arma di ordinanza neanche quando viene
aggredito da decine di criminali, trascinato in terra in spregio ad una
divisa, quando può farlo? E in serata è arrivata anche la
giustificazione dell’agente e del Comando Generale… Lasciatemi solo a
riflettere, sulla mia poltrona, lasciatemi stendere le gambe e inarcare
il collo, guardare il soffitto, scuotere il capo e sorridere amaro.
Siamo il Paese delle buone intenzioni, del perbenismo di maniera, dell’
apparenza e dell’ipocrisia. Basta un teppistello poco più che
maggiorenne (ma non è condizione necessaria) che alzi la voce, e il
Governo reclina il capo. Ostaggi di chi strilla più forte, di chi
sbatte i pugni sul tavolo, in strada o in Parlamento. E quel che è
peggio, sembra che serpeggi un tacito assenso a questo spregio delle
Istituzioni, sembra che quasi ci si stia abituando a venire presi a
schiaffi da chi fa della guerriglia urbana il proprio credo. Certezza
della pena e potere esecutivo alle Forze dell’Ordine: Magari è questa
la ricetta per evitare di finire derisi sulle televisioni di tutto il
mondo come un qualsiasi paese afflitto da guerra civile.
YARA COME SARA, PERICOLO EMULAZIONE
STUDENTI PROTESTANO: “RISPETTO PER LO STUDIO, NON PER L’ARTE”
ARRESTATO IL BOSS, LA TV SI ESALTA
CALIFANO, UN POVERO DA 20 MILA EURO L’ANNO!
LETAME SULLA GIUNTA, FANGO SULL’ITALIA
CALCIO ITALIANO SCHIAFFEGGIATO IN EUROPA
AVETRANA AVVOLTA NELLE TENEBRE
NASCE FLI, FUTURO NELLA LIBERTA' O NELLA LOGOPEDIA?
IL 28 ASSALTO ALLA BASTIGLIA DI MONTECITORIO
FIGLIA ALLA MOGLIE, PADRE SUICIDA
Muore un bimbo di tre anni in un campo nomadi alla periferia di Roma. Il caso diventa nazionale, sia per la giovanissima età della vittima, sia per la dinamica che per la crudeltà dell’incidente. Il piccolo è morto bruciato nella precaria abitazione, dopo che i genitori, entrambi ventenni, avevano tratto in salvo l’altro figlio, appena nato. Tra le macerie le lacrime dei vicini, dei genitori, degli amici e lo sconcerto della Forza Pubblica e delle istituzioni. Cordoglio da parte della Politica e dei vertici dello Stato. Ora le indagini dovranno stabilire le cause, per quel che potrà servire. La baracca, perché di questo si trattava, è andata a fuoco a causa delle candele, accese per tenere lontani i topi dai letti. Allora occorre un attimo di riflessione: schiena alla poltrona, braccia conserte, capo reclino e occhi chiusi: poteva essere evitata questa tragedia?
La nostra Italia è spesso contrita per morti straniere. Per i motivi più disparati. Incidenti, liti passionali, intolleranze razziali e crisi religiose. Una altissima percentuale, troppo alta. Qui non si bandisce la tolleranza, la fratellanza dei popoli e la solidarietà verso i meno fortunati. Qui si mette alla gogna il buonsenso. A chi scrolla le spalle e afferma che poteva capitare a chiunque ricordo stizzito che in nessuna casa italiana, benestante o popolare, può scoppiare un incendio mortale a causa di una candela. I campi nomadi che costellano le grandi città non sono un atto di pietosa ospitalità del nostro Paese, ma un segno tangibile di noncuranza e di disinteresse. Accogliere stranieri sul suolo patrio relegandoli in periferie malfamate e infestate è deplorevole e meritorio di delazione: un Paese costruisce la sua civiltà sul rispetto sociale!
Mary Bale, al secolo la strega della sacra inquisizione, caricaturale
artefice dell’idiosincratico rapporto tra talune persone e gli animali.
A Coventry in Inghilterra, ha gettato un gattino nell’immondizia e
chiuso il coperchio. E dopo ha detto: “Era solo una bestia”. Sono tanti
i quattro zampe che circolano per le strade. In Inghilterra, così come
in Italia e nel resto del mondo. E’ facile imbattersi in una bestiola
miagolante che vuole coccole e carezze, e che magari si avvicina
impavida strusciandosi sulle gambe dei passanti. È meno facile trovare
chi si ferma, in questa società che va di fretta, che fagocita i minuti
come fossero secondi, le ore come fossero giorni, e assistere ad una
tenera scena di amicale scambio di carezze tra uomo e animale. E’
altresì rarissimo scoprire chi si intrattiene ore con gatti o cani più
o meno randagi, esaltando un legame atavico con Fido o con qualche
felino domestico. Ma non è affatto raro scoprire che non tutti i
randagi sopravvivono, che qualcuno li fa sparire, che non hanno
protezione, ricovero, cibo e acqua. Nessuno o pochi si prendono la
briga di preoccuparsi di loro, degli “homeless” abbandonati all’
addiaccio nel pieno della dura e delinquenziale vita di strada.
Esposti ai soprusi di una Mary Bale qualsiasi, spesso passano
inosservati non solo gli animali feriti, ma quelli uccisi, i loro corpi
straziati dalle macchine sul selciato di un freddo asfalto. Dunque
nessuna meraviglia, né spocchioso dissenso al video che ha fatto il
giro del mondo. Certo, assistere ad un delitto invece di averne notizia
mediata, ha un altro valore. Ma non è delitto, riprovevole crimine solo
quel che si vede. Lo è anche l’indifferenza, la noncuranza, la fretta
di correre la propria vita senza fermarsi a vezzeggiare un gatto di
strada. E quando questi rimane vittima dell’uomo, l’altro uomo non alzi
l’indice, ma dia uno sguardo dappresso, incrociando lo sguardo di un
randagio. La mano va tesa in segno di aiuto, non di accusa o di sfida.
16ESIMA CONDANNA A MORTE NEL TEXAS
E' stato ucciso, condannato a morte dallo stato del Texas. Peter Cantu, questo il nome del 35 enne americano, aveva violentato e strangolato due bimbe di 14 e 16 anni nel lontano 1993. Con lui anche 5 complici. Un autentico branco che scientemente aveva scelto la strada della bestialità. Oggi molte persone scuotono il capo e inveiscono alla brutalità della sentenza, della condanna, dell'esecuzione. Lungi da me proporre questioni etiche e morali sul valore della vita, sulla mancanza di umanità nel giustizialismo edulcorato da vittimismo e spirito di vendetta. Ma prima di puntare il dito contro i giudici texani, che sono giunti alla sedicesima esecuzione nel 2010, trentaseiesima negli Stati Uniti, troviamo un comodo angolo in cui sederci e riflettere. L'ignominia di una condanna a morte non e' la soluzione, non e' la risposta, non e' tantomeno la causa, ma e' certo la conseguenza di un atto criminoso, legato sempre ad un delitto efferato. Giudicare una persona degna di perdere la vita, vuol dire pensarla incapace di un reinserimento nella società civile. Anzi, di più! Vuol dire considerarla pericolosa per il prossimo, lesiva e gravante. Il nostro giudizio vada a braccetto con il nostro pensiero, dunque: la fiaccolata dei pietisti sulla sorte di Cantu illumini anche il dolore per la morte delle due giovanissime vittime, le lacrime delle loro famiglie, vecchie di 17 anni ma non per questo meno amare. Alla luce tremolante di una torcia si consumi l'etica fine a se stessa, e vi rinasca una Fenice di buon senso e spirito civile.
BERLUSCONI MEDITA, BOSSI IMPRECA
Siamo alle solite. Nel Bel Paese non ci facciamo mancare proprio
nulla. Quando tutto procede serenamente, senza attriti o frizioni nel
Governo, si alza dal proprio posto lo scolaro indisciplinato e ne fa
una delle sue. Stavolta la marachella arriva dal primo banco, e il
maestro non può far finta di non aver visto. Fini vuole attenzione, c’è
chi lo spalleggia e chi lo detrae. Il Premier all’inizio fa spallucce,
ma quando il resto della classe inizia a rumoreggiare non è possibile
continuare la lezione. Tirata d’orecchi all’ex primo della classe e
libri chiusi. Bisogna decidere se ricominciare la lezione daccapo.
Intanto dalle altre classi provano ad alzare la voce, a far finta di
salire sul “Bounty”. Nessuno è convinto, però. La verità è che le
elezioni anticipate, minatoriamente paventate da Berlusconi, nessuno le
vuole. In un momento di empasse politica e difficoltà economica ci
vuole una riflessione di austerity. Di Pietro sembra l’unico a voler
tornare alle urne, potendo forse contare sull’appoggio di amici e
parenti. Ma gli altri hanno tutti sguardi bassi. Il pericolo che Lega
Nord e Popolo della Libertà infliggano una nuova, severissima e cocente
sconfitta al centro-sinistra-destra (…!) è reale, concreto. A quel
punto il Governo si reggerebbe su pochi nomi, uno sparuto drappello di
uomini, sulla coscienza di due anime, forse una. A quel punto nessuno
più al primo banco, tutti ad ascoltare la lezione, in silenzio, capo
reclino sul libro e braccia conserte. Per almeno altri cinque anni…
Si è ucciso per amore, perché la storia con la donna della sua vita
aveva subito una brusca interruzione, perché si è sentito solo,
indifeso, debole, senza speranze. A togliersi la vita un giovane
carabiniere di 30 anni, originario di Napoli: si è sparato un colpo di
pistola alla testa all’interno della caserma di San Casciano Val di
Pesa, a Firenze. In un biglietto indirizzato alla ex fidanzata i motivi
del suo gesto disperato, motivi legati al dolore troppo forte di una
separazione prematura dalla donna amata. Una storia come altre, non
tante per fortuna, gettata in prima pagina dalla mediaticità della
notizia, veicolata e veicolabile a tutti i target di pubblico
possibili, resa appetibile e maggiormente fruibile dalla presenza di
una divisa, la più prestigiosa, quella nobile, temuta e rispettata. L’
intera Arma è muta, chiusa in un dolore inatteso, e per questo
sorprendente e dirompente. Stavolta nessun indice puntato e nessuna
promessa di giustizia per un crimine efferato perpetrato a danno di un
giovane militare in servizio. Stavolta un dignitoso silenzio; labbra
strette, occhi bassi e sospiri profondi. E’ scomparso un carabiniere,
un professionista, un giovane uomo, con tutte le sue debolezze, i suoi
dubbi, le sue paure. Un monito si erga solido e indubitabile dalle
lacrime della famiglia di questo ragazzo: fare il carabiniere non è
solo una istituzione, una professione, una missione o un lavoro. Essere
carabiniere vuol dire riempire una divisa con valori e ideali, con
sentimenti ed emozioni, e metterli al servizio della gente. Ma la
divisa non può essere una corazza, una armatura o una maschera che
protegga dalle insidie della vita. E’ solo un vestito, stoffa su un
uomo semplice, che chiede alla vita solo di amare ed essere amato.
E’ un giovane spagnolo e si chiama Oscar. Tradotto in italiano,
Coraggio! La vita lo ha colpito con violenza, lo ha tramortito, gettato
nella più profonda disperazione; poi gli ha teso una mano, una flebile
speranza buttata giù da un balcone, come un filo di seta su cui
arrampicarsi. Un filo sottile ed esile, sul quale ammucchiare tutte le
speranze, fino a farlo diventare nel tempo, negli anni, una solida e
robusta fune che sorregga tutto il peso di una tragedia consumata e
onnipresente. Cinque anni fa Oscar fu coinvolto in un grave incidente
stradale che gli sfigurò irrimediabilmente il volto. Da allora un
calvario per lui, per la famiglia e per una cerchia di amici diventata
sempre più piccola, ristretta, distante. Oscar è oggi il primo uomo al
mondo a ricevere un trapianto integrale del volto. E’ stato finalmente
dimesso dall' ospedale Vall d'Hebron di Barcellona dove era stato
operato lo scorso 20 marzo. Durante una conferenza il capo del servizio
di chirurgia plastica dell'ospedale, Joan Pere Barret, ha detto che il
paziente ha superato due rigetti acuti nei quattro mesi trascorsi dopo
l'intervento. Ha recuperato solo in parte la mobilità dei muscoli
facciali e si spera che entro 18 mesi possa riacquistare tra l'80 e il
90% delle funzioni facciali. Oggi Oscar non chiude completamente gli
occhi, non ci riesce, e non può muovere le labbra. Ma respira, senza
ausilio di macchinari, come è stato costretto a fare per cinque anni.
Respira… e vive! Un passo avanti nel campo della medicina, senza
dubbio. Ma un monito è d’obbligo: senza queste persone, rese coraggiose
dalla disperazione e disperate nel proprio coraggio, sole con sé stesse
e con le proprie paure, l’abilità medica e le conoscenze sarebbero solo
teoria. Ora la pratica vive su Oscar, un uomo coraggioso che torna a
vivere, aggrappato ad un filo di seta.
E' scomparso un signore, un vero galantuomo, prima che un
professionista e giornalista. E’ morto venerdì pomeriggio, Mino Damato,
popolare giornalista e show man. Nato a Napoli nel 1937, si era
dedicato negli ultimi anni ad aiutare i bambini in difficoltà, con
azioni umanitarie che spesso sfuggivano alla mediaticità del gesto. E
quindi ancora più lodevoli. Dopo l'esperienza nella carta stampata,
Mino era diventato inviato per la Rai, realizzando molti servizi per il
Tg1 da zone “calde”, come la Cambogia, il Vietnam e l'Afghanistan.
Peccato che di lui resti celebre solo una sua camminata a piedi scalzi
sui carboni ardenti durante Domenica In. Il sottoscritto ha avuto l’
onore di conoscerlo, di stringergli la mano, di guardarlo negli occhi.
Eravamo in via della Pisana, nella sede della Regione Lazio. Lui era un
consigliere, di quelli attivi, che lottavano per i diritti dei
cittadini, soprattutto se facenti parte delle fasce deboli. Di lui
ricordo lo sguardo intenso, piccolo, scrupoloso e imbarazzante. Mi
offrì un caffè. Lo avevo invitato io. Ma insistette. Gli feci i
complimenti, lui ringraziò quasi sorpreso. Parlammo del mestiere di
giornalista, della discrasia idealistica con la politica, delle
difficoltà ad imporsi sul mercato mediatico. Mi incoraggiò con una
pacca sulla spalla, un sorriso accennato ma solare, che cominciava
dagli occhi. Di quei sorrisi sinceri, veri, aperti. Quel giorno mi
emozionai, gli strinsi la mano e ripensai al suo tono di voce garbato,
discreto, elegante. Gesti e postura accompagnavano le sue parole, i
pensieri, le azioni. Oggi ricordo questo, ricordo di aver incontrato un
uomo che si è distinto nella vita con l’eleganza del suo pensiero. Con
un mantello di cultura che teneva nascosto, salvo farne sfoggio in
occasioni speciali, quando serviva agli altri, ai suoi bimbi che
avevano bisogno di lui.
I TORI COME I CRISTIANI AL COLOSSEO
Undici feriti nell’encierro di San Firmin, in Spagna. Incornate all’
inguine, al costato, alle gambe e alle spalle, le persone che
partecipano alla folkloristica corsa dei tori diventano sempre più
numerose, attirate dal brivido adrenalinico della velocità, del
pericolo, del sangue. Ma che significato ha questa manifestazione
popolare violenta, molto mediatica, cruda, colma di colore e rumore,
urla di gioia e di dolore, di eccitazione e di paura? L'Encierro
(letteralmente chiusura), è un'operazione preliminare alla corrida de
toros, che consiste sostanzialmente nel trasferimento dei tori dal
recinto in cui vengono portati alcuni giorni prima dello spettacolo
fino all'interno del corral, il recinto dell'arena, in cui vengono
rinchiusi. Gli animali vengono guidati da un gruppo di cabestros che
conoscono già il percorso e corrono loro davanti (fino a quando
qualcuno non cade e viene colpito da corna o zoccoli). Il tracciato è
obbligato, e il pubblico scende in strada, per quella che potrebbe
considerarsi una prova di coraggio. Il branco di animali, mai numeroso,
è costretto a percorrere strade anche cittadine, che di solito
conducono alla plaza de toros. Più tardi, nel pomeriggio, si svolgerà
la corrida. Insomma, come rendere spettacolare anche una semplice
operazione di trasferimento di bestiame. Parlo delle persone
ovviamente, non degli animali che, se potessero scegliere, si
siederebbero certamente in balcone a guardare le migliaia di umani che
corrono folli nelle strade a saltare, urlare e alzare al cielo i pugni
per aver schivato il pericolo. Pericolo che una manifestazione barbara
e crudele non affievolisce, ma dipinge di tinte forti con il supporto
della comunicazione e delle immagini. Tanto da farlo credere
addirittura suggestivo e folkloristico. Come i cristiani trucidati nel
Colosseo dai leoni. Ma almeno lì erano ad armi pari…
RISSA ALLA CAMERA, SEDUTA SOSPESA
Insulti, spintoni e pugni, non ci facciamo proprio mancare nulla! Non
siamo ad una manifestazione belligerante, né tanto meno al vituperato
stadio domenicale. Non siamo in strada durante un diverbio tra comuni
cittadini, né in un quartiere malfamato dove le buone maniere sono
bandite , pena l’estradizione sociale dal ghetto comunitario.
Purtroppo, e sottolineo il mio rammarico, purtroppo! siamo in
Parlamento, a Palazzo Montecitorio, nell’Aula della Camera dei Deputati
della nostra bistrattata Repubblica Italiana.
Nel luogo del culto della democrazia, dove si fanno le leggi, si
esige il rispetto e si conclamano i diritti, nessuno ricorda agli
eletti Onorevoli il diritto degli italiani di essere rappresentati da
persone illuminate, scevre e lontane da logiche da basso borgo
violento, con il dovere di lavorare per il proprio Paese, contribuendo
a migliorarne la credibilità e il prestigio entro e fuori i propri
confini. Così si scade nell’insulto, nelle vie di fatto, con pugni e
spinte; morale: un deputato all’ospedale, altri con una denuncia sulle
spalle, seduta in Aula sospesa, autostima dell’italiano medio sotto i
tacchi, credibilità e prestigio agli occhi del mondo che fa la fine
degli azzurri ai Mondiali. Partiti senza fiducia, tornati a casa senza
decoro!
MAREA NERA, UN DISASTRO ECOLOGICO-POLITICO
Si parla di oltre 100 mila barili di greggio che ogni giorno si
riversano nel Golfo del Messico. Si parla di soluzioni, di palliativi,
di alternative. Si parla di un impegno di spesa pari a 22 miliardi di
dollari, dell’impegno primario del presidente degli Stati Uniti Barak
Obama, e delle responsabilità della British Petroleum. Forse si parla
troppo…
La situazione è terribilmente compromessa, l’ecosistema di una parte
del pianeta è a rischio. La flora e la fauna di centinaia, migliaia di
chilometri quadrati di mare e di spiagge stanno soffocando nella morsa
nera. La politica si interroga, punta l’indice, lancia accuse, fa
spallucce e scarica responsabilità. La popolazione assiste impotente,
critica e scuote la testa. Ma il greggio continua ad uscire da un pozzo
che pare davvero senza fondo. Le immagini di pesci e uccelli
completamente ammantati da una spessa coltre di petrolio, che si
muovono a fatica o giacciono riversi esanimi nella pozza oleosa e
venefica, fanno il giro del mondo. Amarezza e costernazione fanno da
baluardo ultimo all’impulso di urlare tutta la propria rabbia, nel
tentativo estremo di scuotere le coscienze di chi può cambiare le cose,
fermare il disastro, ridare dignità alla vita di quel mare, di quel
mondo. Un lungo sospiro, occhi chiusi e labbra strette, pugni chiusi e
nervi tesi: è la reazione di chi sa di non potere, ma volere. E’ la
coscienza dell’uomo comune che si ribella e si chiede perché. E magari
è anche la paura che l’ennesimo errore umano, impunito e insoluto,
prima o poi, deflagri anche nella propria vita.
DEPUTATO MANDA L’AUTISTA A FARE SPESA… DI DROGA!
Un deputato regionale siciliano fa uso di sostanze stupefacenti! Che
a rappresentare migliaia di elettori ci sia un assuntore abituale di
droga sembra già strano oltre che moralmente deprecabile; ma che poi
questi si avvalga dei mezzi dello Stato per acquistare sostanze
illecite e trasportarle… Beh, è veramente troppo! Lo avranno pensato
anche i magistrati che hanno indagato Salvatore Cintola, deputato Udc
di 68 anni, che a Palermo già nel 2004 era stato trovato in possesso di
10 grammi di cocaina. Questione che è tornata a galla con 6 anni di
ritardo. Oggi, grazie a delle intercettazioni, si è scoperto che
Cintola ordinava tramite la sua segretaria la droga, e l’autista andava
a prenderla con l’auto blu.
Ora bisogna ragionare su alcuie interrogativi: ma perché dal 2004,
solo oggi si è scoperto l’illecito vezzo con il quale si sollazzava il
deputato? Come mai un assuntore di cocaina è al Palazzo dei Normanni ,
sede regionale siciliana, a svolgere compiti di amministratore, a
governare la Regione Sicilia? Come mai è stato eletto, ma soprattutto,
come mai è stato candidato? Oggi si chiede la sua espulsione dal
partito e l’abbandono della carica, come è giusto e sacrosanto che sia;
ma tutti coloro che hanno scritto il suo nome su una scheda, che sono
stati raggirati, abbindolati, ingannati con false promesse, chi li
risarcirà? Homo homini lupus…! Questione morale? Mera etica politica?
Vivaddio qualcuno ancora può inalberarsi e stizzirsi per una notizia
siffatta. Ancora si può gridare allo scandalo. Ma non si perda di vista
la Giustizia, che deve fare il suo corso. Dopo la certezza del reato,
quella della pena deve campeggiare sul Palazzo dei Normanni, a
sempiterno monito per chi della Cosa Pubblica ancora non riesce ad
avere rispetto.
INSEGNANTE PICCHIA UN BAMBINO AUTISTICO!
Appena otto anni di vita, difficoltà a relazionarsi non solo con gli
amici, gli scolari e i conoscenti, ma anche con la propria famiglia; e
a Spinaceto, in provincia di Roma, una educatrice, diplomata e
autorizzata (e pagata!) dallo Stato non trova di meglio che
schiaffeggiarlo. Magari disturbava la lezione, magari non si
“integrava” con la classe, magari aveva difficoltà di apprendimento...
Cerco di immaginare l’alibi che avrà tentato questa prode
rappresentante della classe docente quando è stata chiamata dalle
autorità inquirenti a seguito della denuncia del padre. Mi riesce
difficile districare il senso di disagio che provo al pensiero di un
bambino maltrattato dall’innocentismo a priori che spetterebbe a chi
viene accusato. Innocente fino a prova contraria, si suol dire. Allora
voglio una prova per chi non sa difendersi. E la voglio subito, sul
tavolo che l’insegnante ha scagliato ripetutamente contro il piccolo.
Voglio un pugno chiuso sbattuto con violenza sul sopruso perpetrato a
danno di chi non solo non sa difendersi, ma non sa neanche accusare.
Vergogna! L'autismo è considerato dalla comunità scientifica
internazionale un disturbo che interessa la funzione cerebrale; la
persona affetta da tale patologia, quasi sempre un bambino, mostra una
marcata diminuzione dell'integrazione sociale e della comunicazione.
La caratteristica più palese per questi piccoli è l'isolamento dal
mondo con assenza di risposta verbale e non verbale. Quindi neanche la
possibilità di dire: mi ha picchiato, mi fa male, non voglio tornare a
scuola! Solo l’attenzione del papà ha scoperto la brutale tortura della
maestra contro il figlio. I segni lasciati sul corpicino erano ogni
giorno più evidenti. Immagino gli occhi del bimbo, spaesati, pieni di
incredulità, alla ricerca di spiegazioni, senza risposte, ma con tanta
paura. Immagino il disagio degli inquirenti, la rabbia dei genitori, ma
davvero non so immaginare l’anima e la coscienza di quella donna…
LA FAMIGLIA...IL MONDO PERFETTO!
Violenza e sgomento nelle cronache nazionali. Una mamma che getta il
figlio di sei mesi fuori dalla finestra, un figlio ventenne che uccide
il padre a coltellate perché viene disturbato durante la partita della
sua squadra, un'altra donna che colpisce la figlia di nove anni con
delle forbici. Ma questo e' ancora il nostro antico Bel Paese?
Possibile che il terzo millennio, insieme all'evoluzione dei costumi e
delle tecniche, porti con se' una regressione dei rapporti sociali,
dei valori morali, di quelli della famiglia? Ma gli affetti, i legami
di sangue, in quale ginepraio mediatico si sono persi? Quello che lega
una madre a un figlio o un figlio al padre dovrebbe esulare da logiche
di smarrimento psicologico, di depressione, di inquietudine e ansia
causate da insoddisfazione e disistima di se' e degli altri. Il legame
familiare e' o dovrebbe essere la nicchia sicura ove rifugiare le
proprie debolezze, la spalla su cui piangere le proprie sofferenze, il
porto entro cui ormeggiare la propria anima sballottata da una
tempesta improvvisa. Dovrebbe.. Appunto! Erose dal tempo e dalle
cronache le certezze di secoli, oggi si vive in una dimensione
parallela fatta di idiosincrasie morali ed etiche; si vive la paura
della competizione, della sconfitta, del giudizio degli altri, del
rigore morale, del confronto a tutti i costi e della scalata sociale.
Tutto fagocitato grazie ad input mediatici continui, incessanti,
pressanti e svilenti. In nome di un'ansia di successo, alla continua
ricerca del mondo patinato, perfetto, eppure utopico sbattuto in prima
serata in pasto alle famiglie riunite intorno a un tavolo. Basterebbe
scavare nei propri ricordi di ieri, coperti da un sottile, effimero
strato di false promesse, e scoprire i principi basilari dei nostri
padri o prima ancora dei nostri nonni. Allora verrebbe a galla il
mondo perfetto, gratificante e intoccabile: quello della Famiglia!
E’ tempo di bilanci!Si cercano certezze,in Europa e più ancora in Italia ora sono da bandire i pressappochismi e qualunquismi. Ferita nell’orgoglio, la nostra Italia piange una volta di più il suo dolore:pochi giorni fa l’Afghanistan e la Thailandia hanno dato una spallata alle convinzioni della nostra Repubblica. O quantomeno…ci hanno provato! Le morti di due militari e di un civile restano scritte lì, sulle cronache nazionali, indelebili e imperituri ricordi di un sacrificio italiano oltre confine. L’ennesimo. Ancora sangue sul Tricolore italiano, ancora dolore all’ inno di Mameli.
Non ci si chieda quanto giusto o importante sia stato questo sacrificio; ma si abbia la consapevolezza che il destino, oscuro e inatteso latore del messaggio di effimera esistenza, attendeva i nostri ragazzi, sul cammino intrapreso dal nostro Paese secondo l’itinerario disegnato dai nostri ideali. Ideali di pace, di giustizia, di uguaglianza e di libertà. Su queste basi si regge e deve reggersi la nostra Repubblica, con questi principi marceranno i nostri militari il 2 giugno ai Fori Imperiali, con queste pulsioni rafforzeremo l’orgoglio di essere una Nazione, di essere un popolo con una storia come la nostra...di essere italiani!
Giorni fa mi sono svegliato e ho appreso con enorme sorpresa che
esiste un disegno di legge sulle intercettazioni. Vogliono impedire che
si intercettino le conversazioni private, che ci si alzi e segga su uno
scranno vicino ad un computer con tanto di cuffie e registratore e si
annotino le abitudini della gente. Vergogna! Ho pensato… Ho anche visto
TG nazionali, letto giornali, riviste; tutti si occupano del DDL contro
le intercettazioni. Tutti, nessuno escluso. Che l’Italia fosse un Paese
di santi, poeti e navigatori lo sapevo, ma che fossimo anche origlia
tori, questo mi sfuggiva davvero! E con quanta foga ognuno si difende
il diritto di intercettare… Ma tutti, proprio tutti hanno queste
apparecchiature che si dice costino migliaia di euro? O ne facciamo
solo una questione morale?
Sentiamo Scalfaro: La legge sulle intercettazioni è "ampiamente
incostituzionale nell'attuale formulazione" – dice. E aggiunge – è
giusto "non mettere in piazza nomi di persone che non c'entrano nulla",
ma "non si può per questo pensare di ridurre o sopprimere sia il
diritto del cittadino di sapere, sia il dovere della giustizia di dare
sicurezza ai cittadini nella costante ricerca di chi agisce contro la
legge". Va studiato il modo "di assicurare la certezza del segreto" per
proteggere la privacy dei cittadini, ma "imboccare la strada di
imbavagliare la libertà di informazione e di impedire il lavoro della
magistratura non è accettabile". Dunque ricapitoliamo: giusto che il
cittadino sappia, ma con riserva del segreto, giusto che lo Stato dia
sicurezza, ma proteggendo la privacy; e ancora: “Non imbavagliare la
libertà di informazione, non impedire il lavoro della magistratura”.
Più che un disegno di legge, qui occorrerà un capolavoro di legge. E mi
raccomando: senza togliere al cittadino medio il diritto di origliare,
ops… intercettare! Non si leda il diritto di intercettare, per la
stampa di pubblicare, e per lo Stato di governare. Ma al cittadino
medio, quale di questi passaggi interessa realmente in prima persona?
SOLO NEL LUTTO,UN UNICO GRANDE TRICOLORE
Massimiliano Ramadù, Luigi Pascazio e Fabio Polenghi. Tre nomi
italiani, tre ragazzi che hanno perso la vita senza calpestare la
propria terra. Tre professionisti che, fieri del proprio lavoro,
avevano deciso di ammantarsi con il tricolore e partire per confini
lontani, a parlare la nostra lingua in terra straniera. Bando ad una
sterile retorica d’occasione, sbiadito tentativo di ricordare i
valorosi, gli eroi, gli italiani che hanno compiuto il sacrificio
estremo.
Con le loro famiglie piangono anche i parenti di chi la vita ancora
la mette in gioco, in terra straniera, per missioni di pace e per un
lavoro mal pagato, ma senza prezzo in termini di soddisfazione
personale. Due militari e un fotoreporter ci ricordano ancora una volta
che lontano dalle nostre abitudini, lontano dal quotidiano vivere,
fuori dalla finestra di un ufficio o dalla porta di casa, esiste un
mondo dove gli uomini lottano e muoiono con il miraggio e la speranza
di quello che abbiamo noi. Lo fanno da predestinati, da prescelti e
consapevoli del rischio che corrono. Insieme a loro, al loro fianco,
decine di migliaia di volontari in missione di pace. Anche loro lottano
per un ideale. Lottano per la vita. Lottano per ammansire l’ira furente
di chi non ha prospettive, tendendo una mano in segno di amicizia,
spesso scacciati dall’incomprensione di culture, lingue e popoli
diversi. Qualche volta feriti, o peggio, uccisi da quella stessa mano
che volevano stringere. Bando ai falsi moralismi, quindi. Alla retorica
da spirale del silenzio. Chi muore, lotta e combatte ha lo stesso
destino, lo stesso percorso, un unico grande tricolore.
Guai a riconoscerglielo soltanto quando viene deposto su una bara. I
nostri ragazzi ci sono, vivono e lottano lontano dall’Italia. Che l’
Italia sia orgogliosa di loro anche quando, al ritorno dalla missione,
scendono le scalette dell’aereo militare da trasporto sulle proprie
gambe, stanchi ma fieri, sulla calda pista di Ciampino.
DELITTI PASSIONALI,IDENTIKIT DI UN ASSASSINO
BIMBI VIOLENTI, SI RITORNI AL PASSATO
Brescia e Napoli hanno poco in comune, forse nulla. In questi giorni, però, hanno guadagnato la ribalta delle cronache nazionali per due fatti di sbalorditiva somiglianza, seppure con evidenti discrasie sul piano delle motivazioni base che ne hanno prodotto un effetto deflagrante. Due bambini si ergono, loro malgrado, a protagonisti delle storie. Uno di 3 anni, l’altro di 10, rappresentano lo spaccato sociale migliore della nostra Italia: quello innocente, puro, sincero e dolce. Ma oggi, se non ieri, lo schiaffo violento e inatteso dell’inconsulto comportamento viene proprio da loro, da due piccoli eroi negativi che hanno messo piede nell’infanzia violenta. Un mondo, questo, che antipaticamente cozza con lo stesso significato etimologico delle radici verbali. “Infanzia” e “violenza” non hanno modo di maturare alcuna assonanza sintattica nel costrutto di una frase, eppure sono crude presenze che trovano luogo di esistere negli incidenti di percorso che si sono verificati sul cammino della crescita di questi bimbi. A Brescia il 3enne (sgraziato, desueto e volutamente cacofonico il termine, adattato allo stile da verbale di Forze dell’Ordine) ha impugnato la pistola e sparato un colpo verso la madre adagiata sul divano, indifesa, incredula anche dopo aver subito il colpo in un braccio. Un gioco per lui, un dramma da servizi sociali per la famiglia. A Napoli un 10enne (ancora peggio la resa…) litiga con un coetaneo, alle scuole elementari. La maestra vuole imporre la propria autorità e dividere i due piccoli, ma senza timori viene a sua volta aggredita. Calci all’addome, come nei film violenti di Scorsese, e la donna perde la milza, operata poco dopo. Ma questa è l’Italia dell’infanzia? Da dove giungono gli input per la scarica adrenalinica di cotale irrefrenabile e incontrollata rabbia? Che sia merito/colpa dei media? Troppi films, trasmissioni e videogames votati alla perdita della misura, dell’innocenza dei primi anni, nella fretta di crescere e far crescere i bimbi prodigio? Questo è il risultato della decantata evoluzione nel bimbo del nuovo millennio? Se così fosse, prendiamoli per mano, allora, e voltiamoli indietro, verso il nostro passato. Inginocchiamoci al loro fianco, avviciniamoci stretti, teniamo una mano sulla loro spalla e con l’altra indichiamogli la strada che abbiamo percorso… La Nostra! Questa nuova non ci piace affatto!
NEONATA SI AFFACCIA DUE VOLTE ALLA VITA.
Grisola, Cosenza. Un paesino sperduto nelle lande calabresi che guadagna la ribalta delle cronache. Non tanto e non solo per episodi di ndrangheta o collusione, per micro criminalità o criminalità organizzata. Si parla di un tentato infanticidio. Vittima una piccola neonata da pochi secondi affacciatasi alla vita. Appena partorita, ancora nella calda placenta, è stata presa come un sacco e lanciata sdegnosamente fuori dalla finestra, come lo scomodo fardello di chi ha altro cui pensare. Ma se si vive per la vita, per dare un futuro al genere umano, per assicurare una progenie alla propria linea di sangue, che senso ha spezzare il ciclo troncandone gli albori nel virgulto umano di diretta discendenza? Un figlio è il senso della vita, della propria, di quella di una generazione, di quella di un popolo. E a lasciva defenestratrice dagli insani principi morali si erge una 41 enne romena, estradata dalla terra natia dal miraggio di una esistenza migliore. E qui in Italia non lo voleva questo figlio; ha tenuto la gravidanza nascosta anche al marito. Ha aspettato nove mesi, ha vissuto con una vita in grembo, che cresceva, si nutriva, scalciava. Ha defraudato la piccola creatura degli spazi vitali che la natura le aveva riservato, costringendola in busti strettissimi e abiti succinti, per realizzare l’inganno perfetto. Ha sofferto la bimba, è cresciuta non solo senza amore, ma senza diritti e senza rispetto. Toglierle anche la vita che si era guadagnata con stenti ciclopici per il suo esile corpicino, sarebbe stato un torto infame perpetrato a danno del suo coraggio, del suo cuore forte, della vita stessa!
Un canto morto in gola, un fraterno abbraccio tra amici di bandiera, di
colori, di squadra e di tifo. All’Olimpico domenica sera si è consumata
la tragedia sportiva. La Roma ha reso le armi alla Sampdoria degli ex
avvelenati: Gigi Del Neri, Antonio Cassano e Guberti, tre nemici amici
che hanno consumato la vendetta nel momento meno opportuno possibile.
La sconfitta riporta la formazione giallorossa al secondo posto, ne
ridimensiona le ambizioni di scudetto, infrange il sogno di un popolo e
di una città.
I gol del “pazzo” Pazzini fanno male come scudisciate sulla nuda
schiena, una doccia gelata dopo aver cullato la convinzione di essere i
primi, i più forti, i gladiatori che per 24 giornate avevano preso a
schiaffi e calci un po’ tutti, in ogni parte d’Italia, quasi a
rievocare le gesta del Sacro Romano Impero, alla conquista delle
colonie straniere. Adesso si ritorna con i piedi sulla terra, con gli
obiettivi di sempre, quelli di una società che deve giocare portando il
libro mastro dei bilanci sotto il braccio. Ma se Roma piange, Milano
non ride. Anche per l’Inter si prospettano tempi duri. Luciano Moggi lo
disse in sede di inchiesta: “l’unico modo per difendersi dallo
strapotere delle milanesi, era arrangiarsi….”. Così fece, ma nessuno
prestò fede alle sue parole. Oggi, a distanza di 4 anni, si riparla di
Calciopoli. Sul banco degli imputati addirittura un fantasma, quello
del compianto Facchetti. E tra poco più di un mese ci sono i Mondiali.
Ancora…
Lo “Scisma di Governo” profana la Maggioranza e mette a nudo le
controversie sorte in seno al Popolo della Libertà. Nulla di
preoccupante, secondo il Cavaliere, tutto rientrerà nei ranghi. Ma
intanto il bistrattato Partito Democratico, quello che con i suoi
“titolari”, nel Lazio ha perso miserrimamente contro la “primavera” del
centro destra, inizia ad affacciarsi di nuovo al sole. Non par vero a
Franceschini e compagni di merenda che si stia allargando una crepa nel
colosso berlusconiano. In verità, in poco più di 4 legislature, le
hanno prese sonoramente da ogni dove, in tutte le condizioni e senza
appello alcuno. Ma adesso, almeno, anche nel giardino del vicino c’è
qualche incomodo intruso. Per altro l’Italia non vive momenti sereni da
tempo immemore, con difficoltà nei mercati europei che sono sotto gli
occhi di tutti. I nostri ministri professano diligenza e un futuro
migliore ma, all’alba di un nuovo giorno, il futuro sembra sempre
quello del dopo domani.
Potenziale crisi di Governo, quindi. Ma il fatto che tutti i panni
sporchi vengano lavati sotto l’occhio vigile delle telecamere, in
diretta europea, oltre che nazionale, è il solito esercizio di
masochismo che ci espone all’ennesima figura da comprimari nel teatro
della politica internazionale. Manca un quid di sano realismo, di
reprimenda degli impulsi da “verba bellarum” delle seconde linee
smaniose di apparire; manca la presa di coscienza delle priorità di
governo, della popolazione italiana, del partito nazionale. Manca la
discussione tra le parti e la critica costruttiva. Mancano gli
obiettivi e la convergenza delle idee. Mancano forse anche le classi
politiche che vorrebbe il popolo.
Intanto, “San Giulio Tremonti” tiene d’occhio i conti del Governo,
Silvio Berlusconi “fa la corte” a Gianfranco Fini e Italo Bocchino
ingaggia un duello verbale in diretta tv con Maurizio Lupi, loro,
timonieri delle due portaerei di partito che costituiscono le anime del
PdL. Ma allora è proprio vero: Siamo un popolo di santi, poeti e
navigatori…
MUORE IL PRESIDENTE POLACCO,UNA NAZIONE IN GINOCCHIO
Ancora si scava tra i rottami, le macerie, il fango e la disperazione. A Smolensk si e' consumata da pochi giorni una tragedia, insieme ad un aereo e' precipitata una nazione, la Polonia. Il presidente Kaczynski ha perso la vita insieme ad altre 96 vittime, tra cui la moglie, lasciando un Paese alla merce' dello sgomento, dell'incredulita' e del disorientamento.
Molti I messaggi di cordoglio giunti da ogni angolo del mondo, soprattutto da capi di Stato, che vivono la tragedia come un consumato atto di malcelato disagio, di interrogativi pressanti sull'opportunita' di tendere una mano a un popolo in lacrime senza risultare scomodo terzo nel lutto nazionale.
Ci si chiede spesso per quale motivo la tragedia faccia tanto breccia nella curiosita' degli uomini, nell'attenzione del cittadino medio, nell'animo di chi fa da spettatore. Perche' l'adagio vetusto ma mai retrivo: "buona nuova, nessuna nuova" continua a imperare nei titoli di apertura dei giornali? Il teorema dell'esorcizzazione del dolore con un silenzioso, rispettoso ma ricercato bagno in quello degli altri resta un comandamento del vivere meglio nel peggio altrui. Ma nel dolore di un popolo, di una nazione, di un paese amico, non vi si esorcizzano le proprie paure; vi si annidano, invece, dubbi e inquietudini; certezze ed effimere speranze. Perdere un presidente lascia una incognita sul futuro, genera smarrimento, costringe a prendere decisioni drastiche e immediate, per se' e per un intero Governo; ma soprattutto, fuga dall'animo umano la consapevolezza che l'incerta, la precaria durata della vita e' la vera essenza su cui costruire la propria ricerca della verita'.
ADDIO A UN PEZZO DI GIORNALISMO D'ALTRI TEMPI
Strano destino quello che ci ha portato via un pioniere autentico del giornalismo italiano: Maurizio Mosca se n'e' andato, in punta di piedi, senza clamore, senza alzare la voce, senza lasciarci il tempo di ricordarne le pagine televisive che l'hanno reso famoso, senza nemmeno dare uno sguardo all'ingresso della sua casa, in quelle immagini rubate da un'auto in corsa quando si vuol fare i cronisti, ma al contempo si rispetta il dolore e la dignita' di chi soffre. E' andato via discretamente, sussurrando una malattia vigliacca che lo ha minato poco a poco nel corpo, mai nello spirito. Indomito imbonitore di piazze calciofile ha fatto il suo dovere sino al'ultimo, con tanto di "bombe" e di "pendolino". Abituati al clamore delle sue esclamazioni, tinteggiate di folklore e ironia, quasi si resta spiazzati dall'addio pieno di dignita' e silenzio che ha portato via Il chiromante del pronostico. Avrebbe compiuto 70 anni tra pochi mesi, Maurizio Mosca. Manchera' a tanti italiani, tifosi e non, di tutte le eta', dai ventenni ai sessantenni. Ci aveva abituati a prese di posizione ferme e decise, a volte discutibili, spesso volutamente provocatorie. Ci lascia in eredita' un must assoluto, da registrare nel database dei nostri ricordi, magari non sui documenti, ma sul desktop del quotidiano vivere: non importa il ruolo che si sceglie nella vita per essere uomini, l'importante e' dimostrarlo quando se ne presenta l'occasione! Lezione imparata, Maurizio...!
LA POLVERINI CREA CRISI DI IDENTITA' NEL CENTRO SINISTRA.
Vince la Polverini, vince contro ogni pronostico, nonostante la
mancanza del partito più forte, quello di Governo, il primo del Paese.
Vince appoggiata da amici, vassalli, “cavalieri” e fidi portatori d’
acqua. Vince perché non ha avversari, lo si è capito dopo diverse ore
di spoglio, ma lo si intuiva già dai primi risultati. Il verdetto era
in bilico, sull’ago della bilancia di poche centinaia di voti, poi
divenuti migliaia, una quisquilia rispetto ai milioni del totale delle
urne. Non è servito un antidemocratico Decreto Legge. Nemmeno sono
servite le isterie dei politici del centro sinistra, che gridavano all’
attentato alla Costituzione. Da questa tornata elettorale emergono
chiari e forti due segnali: Silvio Berlusconi è più amato di quanto non
sia odiato, e la Lega è la vera unica alternativa al Popolo della
Libertà. Stravince nel nord, si difende nel centro, comincia ad
apparire nel sud. Il Federalismo non è più una chimera, forse nei
salotti romani dell’Istituzione parlamentare comincia a prendere piede
questa coscienza. L’Italia ha bisogno di un cambiamento; troppo
retrivi, vetusti e impolveriti gli ideali portati avanti da
schieramenti di partito che somigliano vagamente ad appendici
incancrenite dei colossi del secolo scorso. PD e PdL sono
rappresentanze molto presuntuose dei due partiti di maggioranza del
Paese. Sono tante, troppe le alternative, e contano troppo, per non
essere prese in considerazione. A destra e sinistra i colossi della
politica italiana devono abbracciare con malcelato sorriso i propri
compagni di viaggio, a volte dovendo loro la vittoria, spesso dovendo
loro il pagamento di salate cambiali. All’orizzonte indugia l’Udc di
Casini: chiudiamo questi laboratori della politica, e diamo una
identità nazionale al partito. Molti elettori, arrivati alle urne, non
sanno più da che parte sono schierati. E per chi vota scudo crociato,
non è proprio il massimo…
FINALMENTE,VIEN QUASI DA PENSARE.
La casta degli intoccabili, l’
elite dello Stato Italiano, gli invidiati, vituperati, corteggiati e
sempre eletti rappresentanti del Governo vengono messi in discussione.
Stavolta il Premier l’ha fatta grossa. Non parla di politica, non
scaglia strali e gutturali accuse di vergogna al centro sinistra, né si
difende dagli attacchi di nemici e facinorosi. Ma quando parla,
stavolta, cala il gelo: ''Nei prossimi anni cambieremo le istituzioni,
dimezzeremo il numero dei parlamentari che sono completamente inutili.
Per dire quanto inutili sono sappiate che i deputati sono 630, i
senatori 315 e al Senato si fa lo stesso lavoro che si fa alla
Camera''. Così ha tuonato Silvio Berlusconi, e la carica dei 630 a
guardarsi sbigottita. Almeno, così li immaginiamo, affratellati nel
dolore e nella paura, centro sinistra e centro destra.
Arriveranno le detrazioni, intrise di sacro terrore, di angoscia, di
ansia e spavaldo spirito di rivalsa. Arriveranno, c’è da crederlo, da
ogni angolo del Parlamento. Montecitorio rischia di svuotarsi! E a
dirlo nientemeno che il Capo del Governo. In 50 anni di Repubblica
nessuno aveva mai messo in discussione il numero della “Casta”, anche
se molti avevano avuto il dubbio: ma perché la Camera con 630 e il
Senato con 315? In fondo, lo dice anche il Premier, fanno lo stesso
lavoro! “Ma verranno a mancare le rappresentanze del popolo”, dirà
qualcuno, non Onorevole, sarebbe scontanto, ma seguace del tale.
“Silvio” farà spallucce e ricorderà i listini, mezzo poco democratico,
molto politico e alfine ben digerito da popolo e rappresentanze. Il
solo pensiero di non avere più tanti deputati della Repubblica, con
relativi seguiti, segreterie politiche, macchine blu e stipendi
faraonici, fa tornare alla mente l’avvertimento di Angela Merkel:
occhio al Bilancio. Beh, in un colpo solo, risanato il debito pubblico
italiano dei prossimi 50 anni! O giù di lì…
DEBITI DELLA GRECIA VERRANO PAGATI, L'ITALIA OSSERVA...
Secondo Angela Merkel, cancelliere tedesco, il piano di riduzione del
deficit messo in atto dal governo greco è un autentico successo. Ma ha
poi aggiunto: attenzione ai conti pubblici, vanno affrontati “alla
radice” i problemi legati al bilancio, altrimenti la Grecia non sarà l’
unica vittima. Tradotto: niente sperperi, nessun investimento sul
“futuribile” piano di crescita internazionale, mani strette sui cordoni
della borsa e un occhio attento alle spese pubbliche del Paese. L’
Italia ha recepito il messaggio? A lume di naso, pare di no! Se solo
dovessero slittare le elezioni regionali, con schede elettorali già
stampate, milioni di manifesti affissi, campagne elettorali giunte agli
sgoccioli, spot girati e pagati dai partiti (quindi dai contribuenti),
allora avremmo voltato le spalle anche ad Angela Merkel e incenerito in
poche settimane qualche centinaio di milioni di euro. Non che questo
possa venire considerato passibile di onta e vergogna, siamo riusciti a
fare di meglio (peggio!). Ma non sarebbe da scartare l’ipotesi, voluta
da pochi eletti all’interno della casta “nobile” della intelligentia
italiana, che mentre si fa spallucce alla proiezione mediocre del
nostro bilancio, ci si rendesse conto della situazione in cui versano i
vicini ellenici, con il premier Papandreou che lascia sul tavolo
europeo lettere di promessa che equivalgono a cambiali di dubbia
solvenza.
Quanto verrà recepito dal monito lanciato dal cancelliere tedesco non
è dato sapere. Regole finanziarie sui mercati internazionali sono un
primo passo verso lo sviluppo dei mercati europei, in par condicio
economica tra i Paesi, onde competere ad armi pari sul tavolo delle
trattative. Ma nel nostro Bel Paese risparmio ed economia sono concetti
astrusi, lasciati al libero pensiero e alla libera interpretazione.
Basti pensare ai beni di lusso presenti nella famiglia media italiana.
Apparire è meglio di essere! A lamentarsi poi di vivere in Italia
vessati da un Governo ingiusto si fa sempre in tempo!
ELEZIONI REGIONALI , RISCHIO ASTENSIONISMO
Il rischio c'e', ed e' reale! Alle prossime elezioni regionali le urne potrebbero vestire l'abito scomodo dell'antidemocrazia, della vituperata "reprimendo" a tutti I costi, della polemica, dell'arroganza e della mancanza di compromesso. Tutto fa presagire un elettorato stanco del muro contro muro tra centrosinistra e centrodestra. L'errore, Il pasticcio, Il grossolano tentativo di rimediare frettolosamente, ormai stanno stancando anche I piu' attenti e tenaci persecutori dell'opposta fazione.
Guelfi e ghibellini hanno scritto uno spaccato di storia difendendo un ideale, rappresentando un potere, spalleggiando una tradizione. Ma anch'essi, oggi, avrebbero difficolta' a sguainare la spada per combattere la presunzione, per lottare contro I depositari dell'innocenza, I paladini della giustizia a tutti I costi. Nel Lazio e in Lombardia, dunque, non si votera' come altrove, e I cittadini non avranno pari diritti. Manchera' una rappresentanza. A torto o a ragione, manchera' uno schieramento. Chi non si sentira' rappresentato alle urne, dovra' decidere se votare per un altro politico, un altro partito, un altro ideale, o starsene a casa a sorridere amaro e sorbirsi liti e ingiurie mediatiche tra chi dovrebbe governarlo e rappresentarlo. Ebbene si, Il rischio di una astensione record alle urne esiste davvero...
VARATO UN DECRETO SALVA LISTE,OCCORRE ORA UNA LEGGE PER IL BUONSENSO
Democrazia, diritto al voto e isterismi di massa: sono solo alcuni dei temi che vengono a galla dal pasticcio Liste nel Lazio e in Lombardia. Nella notte tra venerdi 5 e sabato 6 marzo e' stato varato l'atteso decreto salva liste, grazie al quale si fornisce ai TAR una interpretazione meno rigida della formale accettazione dei candidati partitici entro termini prefissati.
Dal centrodestra si tira un sospiro di sollievo e si parla di democrazia salvata, con milioni di elettori che potranno esprimere equamente Il proprio voto. Dall'opposizione si leva alto un fremito indignato, con accuse di attentato alla costituzione previa "l'ennesima legge ad personam". Chi ha assistito a tutto questo, l'elettore medio, avra' fatto spallucce, sorriso amaro, scrollato Il capo in segno di rassegnazione. Siamo al solito: non riusciamo proprio a dare un segno di civilta' e di rispetto delle parti fuori dai nostri confini. Pensare ad un gesto di apertura, di cavalleresca lotta ad armi pari risulta improponibile. Qualche secolo addietro, in un duello, disarmato l'acerrimo e odiato avversario, era nobile consentirgli di raccogliere la spada per combattere di nuovo ad armi pari. Di piu': era considerato oltraggioso, riprovevole e infamante colpire a morte un nemico disarmato. Oggi non e' piu' cosi'. Si inneggia addirittura a manifestazioni di piazza e alla destituzione del Capo dello Stato perche' la competizione avra' luogo ad armi pari.
Il pasticcio c'e' stato, e' vero! Ma soffiare sul fuoco della polemica a cosa giova? Adesso l'elettorato sara' chiamato anche a giudicare chi ha esasperato I toni, scadendo nel risibile e nell'antidemocratico. Un po' di buonsenso, alfine, si chieda al popolo... Spetta al popolo. Come al solito!
Numeri impressionanti quelli dell'ultimo quinquennio. A piu' riprese la terra ha tremato, Il mare si e' ingrossato, I ghiacciai si sono sciolti, le montagne sono franate! Centinaia, migliaia le vittime nel mondo, ultime in ordine di tempo quelle del Cile, dove oltre 100 scosse in meno di 48 ore hanno messo in ginocchio Santiago. Parole di paura e allarme quelle della governatrice Bachelet, che parla di "disastro senza precedenti", che ispeziona commossa e rassegnata le macerie del suo Cile, della sua terra, delle sue origini. 300 morti Il bilancio provvisorio del sisma, ma e' destinato inesorabilmente a crescere. Paesaggi di desolazione e rovina si affacciano all'occhio spietato delle telecamere. In finestra I vari Paesi che allungano una mano in segno di solidarieta', ancora una volta, ancora tempestivi.
E' un gesto di atruismo, di fratellanza fra I popoli, ma anche di speranza. Un gesto che vuol essere un abbraccio ideale a chi e' stato meno fortunato, nella consapevolezza che questa terra puo' tremare ovunque, in qualsiasi momento, e mettere in ginocchio chiunque, popolo, nazione, paese o citta'. Nessuno escluso.
Credere nell'unita' della terra natia ci fa essere cittadini di un Paese, stessa nazionalita', sotto la stessa bandiera. Credere nel destino comune, effimero e inesorabile, ci fa diventare fratelli di un unico mondo, sotto un cielo comune, forti insieme contro la paura del futuro.
"NON SI PUO' DIRE BUGIARDO AD UN MINISTRO"
"Lei non sa chi sono io...!" Dito indice puntato in aria a mo' di bacchetta da direttore d'orchestra, viso corrucciato, voce ispessita dall'ira e cipiglio imperioso di chi sa Il fatto suo. Non siamo a teatro, purtroppo, e neanche di fronte ad un vecchio lungometraggio del primcipe De Curtis, in un bianco e nero sbiadito degli anni 60. Siamo in un'aula del Senato della Repubblica, ove e' in atto uno scontro verbale acceso tra due esponenti del Governo. Il Ministro Scajola sta finendo la sua relazione sul caso Fiat a Termini Imerese, mentre dai banchi dell'opposizione si leva roca e inattesa la parola di un senatore del PD, al secolo Garraffa: "Bugiardo". Reo di aver riportato male I fatti lo stesso Scajola replica affermando che non e' possibile dare del bugiardo a un ministro. Come dargli torto? Due mesi or sono un pazzo attento' alla liceita' del nostro Primo Ministro, e sul web ci sono decine di migliaia di idioti che plaudono all'insano gesto che ha esposto Il nostro Paese al giudizio severo del mondo. Oggi un ministro viene additato da un esponente della "Camera anziana" quale relatore di fallaci argomenti; su un tema presente, reale, importante come Il futuro di centinaia di famiglie a rischio disoccupazione a Termini Imerese.
Si alzi, dunque, un Garraffa qualsiasi mentre parla Il Ministro, lo interrompa e piroetti in aria Il suo dito indice, ma solo per urlare forte e deciso:"ho io la soluzione!".
ELEZIONI: ALLA RICERCA DI MATTIA PASCAL
“Una delle poche cose, anzi la sola che forse io sapessi di certo
era
questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo.
Ogniqualvolta qualcuno de’ miei amici o conoscenti mostrava d’aver
perduto il senno, fino al punto di venire da me per qualche consiglio
o
suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e
gli
rispondevo:
- Io mi chiamo Mattia Pascal
- Grazie caro. Questo lo so.
E ti par poco? Non pareva molto, per la verità neppure a me. Ma
ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppure questo,
il
non poter più rispondere, all’occorrenza, come prima: io mi chiamo
Mattia Pascal.”
(Luigi Pirandello, 1904)
Non se ne avrà a male il Maestro se prendiamo spunto dal suo
romanzo
principe. Parliamo di politica, delle elezioni comunali, regionali,
locali e sovra comunali, dei candidati, degli elettori, dei partiti
politici e degli schieramenti. Nel racconto pirandelliano, lungo la
narrazione della vita giovanile di Mattia, il protagonista - io
narrante costruisce un legame continuo tra le sue intime volontà, i
genuini impulsi della sua coscienza, e tutto quanto gli accade
fatalmente, determinando la sua vita in modo imprevedibile. La
figura
che si determina è così un personaggio alquanto debole, e apparirà
naturale che, avutane l'occasione, egli scelga una sorta di "fuga
dalla
realtà” come apparente soluzione al problema quotidiano del vivere.
Crearsi un’altra vita. Questo lo scopo di Mattia Pascal,
perseguitato
da una esistenza infelice e dalla “vedova Pescatore”. Ognuno di noi
ha
il desiderio di un’altra canches, lontano dalla propria vedova
pescatore personale. In politica, come nella vita, per trovare una
via
d’uscita spesso ci si affida al destino. Un destino che muove gli
intendimenti e tira le fila. Ocsì chi ieri era un politico di
centro
destra oggi si ritrova nel centro sinistra. E viceversa.
Nascondendosi
dietro la coerenza delle idee, dell’ideale, dell’obiettivo ultimo,
corrono e concorrono amici e parenti nascosti dietro la maschera
carnascialesca del simbolo politico. Ognuno di nmoi è un po’ Mattia
Pascal, qualcuno più di altri. L’importante è saperlo, prima di
fuggire con l’alibi di un falso cadavere.
MORGAN ESCLUSO DAL FESTIVAL DI SANREMO
"Da piccolo suonava di tutto, lattine di birra, bottigliette d'acqua e segnali stradali".
RIFIUTI BRUCIATI NEL CEMENTIFICIO BUZZI UNICEM A GUIDONIA
La richiesta di autorizzazione integrata ambientale, presentata dallo stesso cementificio nel 2006, bloccata fino a ieri in Provincia, subisce una accelerazione burocratica che manda su tutte le furie il Sindaco Rubeis. “Un inquinamento senza precedenti attende la nostra città” affermano associazioni ambientaliste interpellate sulle questione.
Rubeis,ricorda anche ai vertici di Regione e Provincia che “il consiglio comunale di Guidonia Montecelio,all’ unanimità,nel settembre scorso si espresse contro l’eventualità di bruciare Cdr alla Unicem”,mostrando sensibilità e coesione su un problema delicatissimo.
Ora invece Palazzo Valentini convoca tutte le parti ad intervenire ad un conferenza dei servizi il prossimo 29 gennaio per sbloccare definitivamente l’autorizzazione a bruciare cdr nel cementificio più grande d’ Europa, trasformato in termovalorizzatore e sito al centro della città.
Il sindaco di Guidonia si dice sconcertato.Minaccia “di bloccare ogni possibile mediazione sull’altro tavolo”,dove il 27 gennaio si decideranno le sorti dell’impianto di compostaggio che la Regione impone all’ Inviolata, si scaglia contro le posizioni “più che mai ambigue assunti da Regione e Provincia sui rifiuti di questa città”.
A questo punto il primo cittadino diventa irremovibile e afferma che in merito all’impianto di preselezione dell’ Inviolata e alla riconversione della Buzzi Unicem a termovalorizzatore “oggi il mio diventa un no secco a tutto” , rompendo ogni trattativa intavolata sino ad ora con Regione e Provincia.